Dalla Gift Economy alla Huffington Economy

gift_economy

Questo articolo è una versione più ampia ed articolata dell’articolo che ho inviato oggi alla nostra redazione e che dovrebbe apparire la settimana prossima sul settimanale Gli Altri (http://www.glialtrionline.it/home/).

La Gift Economy

Ve la ricordate la “Gift Economy”? Vedi: http://en.wikipedia.org/wiki/Gift_economy .

[Curiosamente, la pagina di Wikipedia Italia che riguarda la Gift Economy rimanda alla voce “Baratto”, che non c’entra assolutamente niente… Vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Gift_economy . La corrispondenza esatta sarebbe quella con “Economia del Dono: http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_del_dono]

Nella sua accezione moderna, la Gift Economy riguarda soprattutto (ma non solo) il mondo dei beni immateriali, come il software, e funziona in questo modo:

  1. Sto sviluppando un’applicazione come, per esempio, un programma di contabilità generale. Ad un certo punto mi accorgo che mi serve qualcosa che svolga una funzione ricorrente come, ad esempio, la registrazione su hard disk degli eventi che coinvolgono il mio programma (“logging”).
  2. Decido di sviluppare questa “funzionalità” come “libreria”, cioè come componente autonomo che altre persone possano usare nei loro programmi.
  3. Invece di vendere questo prodotto, decido (per un motivo o per l’altro) di renderlo disponibile gratuitamente a chi vuole utilizzarlo.

Nel rendere disponibile questo materiale io, personalmente, non ci rimetto nulla. Ciò che mi serviva l’ho già avuto. Anzi: se gli altri utilizzatori mi aiutano a mantenere aggiornato il mio programma e ad adattarlo al mondo che cambia, ci ho persino guadagnato qualcosa (ci ho guadagnato molto, per essere precisi. La manutenzione di un programma rappresenta dal 60 all’80% del lavoro complessivo).

Vi prego di notare che questa “filosofia” solitamente riguarda solo il mercato dei cosiddetti “prodotti intellettuali” (programmi per computer, spartiti musicali, sceneggiature, etc.). NON riguarda assolutamente il mercato dei cosiddetti “servizi professionali” (scrittura di testi su commissione, consulenza, etc.). La differenza è cruciale. Capirete il perché tra poco.

I giornalisti ed il XXI secolo

Uno dei principali tipi di “servizi professionali” esistenti è la stesura di testi per quotidiani riviste, giornali, libri, enciclopedie, etc. Cioè quella che gli americani chiamano attività di “authoring” (in Italia, curiosamente, gli “author” sono spesso chiamati “editor”). Di conseguenza, è inevitabile parlare di giornalismo quando si parla di “servizi intellettuali” rivolti alle aziende (agli editori).

Il mondo del giornalismo e dell’informazione ha molte colpe. I giornalisti, gli autori, i collaboratori esterni e gli “editor” hanno molte colpe. Una di queste colpe consiste in un ostinato, quanto incomprensibile ed autolesionistico, attaccamento al medioevo.

Per circa due secoli, dall’invenzione dei quotidiani, nella seconda metà del ‘600 (vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Quotidiano#Storia ), fino all’era del positivismo (metà dell’800. Vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Positivismo ), l’attività del giornalista era basata essenzialmente sulla raccolta di informazioni che riguardavano la vita sociale e politica. Per raccontare quella realtà, essenzialmente agricola e statica, era necessario soprattutto una buona padronanza della lingua, magari accompagnata da una formazione storica o letteraria.

Dalla metà dell’800, la realtà quotidiana è diventata sempre più il dominio incontrastato di fenomeni scientifici e tecnologici. Ci si sarebbe quindi potuto aspettare che il giornalista diventasse anche un “tecnico” in grado di spiegare e commentare le notizie con una certa padronanza. Una specie di “cronista e divulgatore”.

Invece no. Ancora oggi (40 anni dopo lo sbarco sulla Luna!!!!) siamo condannati a leggere articoli scritti da persone palesemente incapaci di capire la realtà scientifica e tecnologica che ci circonda.

L’altra grave colpa dei giornalisti è una conseguenza della prima: non riuscendo a capire il presente (e meno che mai il futuro) queste persone si rifiutano categoricamente di utilizzare gli strumenti di comunicazione tipici del XX e del XXI secolo: i computer, Internet, i sistemi di blogging e di social networking, etc.

Non c’è quindi da stupirsi se gli editori stiano lentamente ma inesorabilmente “rottamando” queste reliquie e le stiano sostituendo con giovani blogger dal post facile. Francamente, non c’è nemmeno da rattristarsi se questi dinosauri saranno costretti (dalla propria stessa cocciutaggine e della propria stessa pigrizia) a cambiare lavoro.

Tuttavia… sta succedendo qualcosa che dovrebbe far riflettere.

La Huffington economy

Qualche giorno fa America OnLine si è comprata per 315 milioni di dollari lo “Huffington Post” di Arianna Huffington (http://www.huffingtonpost.com/). Per chi non lo sapesse, lo Huffington post è un gigantesco aggregatore di notizie che raccoglie informazioni da oltre 3000 blog. Grazie a questi 3000 blogger, lo Huffington post produce un traffico medio intorno ai 9 milioni di visitatori unici al mese (il mio blog personale ne produce mediamente circa tremila) e permette ai suoi gestori di fatturare qualcosa come 16 milioni di dollari all’anno di pubblicità. Nonostante questo, lo Huffington post dà lavoro a soli 89 dipendenti e non paga una lira a nessuno dei suoi 3000 “contributor”. Arianna Huffington, invece, riceverà nel 2011 circa 2 milioni di US$ di stipendio da AOL. In buona sostanza, si tratta della più colossale e spudorata operazione d sfruttamento abusivo di manodopera mai concepito in campo editoriale. Ovviamente, alla notizia dei 2 milioni di US$ di stipendio percepiti dalla titolare i suoi 3000 schiavi (perché di schiavi si tratta) hanno minacciato lo sciopero. Questo è solo il primo caso, e per ora il più clamoroso, di una situazione che siamo destinati a vedere sempre più spesso.

Là fuori c’è pieno di giornalisti che vogliono scrivere articoli, anche gratis. Alcuni sono mossi dalla necessità di fare pratica, altri dalla volontà di fare sentire la propria voce. Gli editori lo hanno capito benissimo e quindi non pagano più nessuno. Si limitano a scambiare una (proclamata) visibilità in cambio di lavoro gratuito. Risultato netto: non si assume più nessuno da nessuna parte. La professione di giornalista è sostanzialmente scomparsa dal mercato, sostituita da miriadi di “contributors” volontari e speranzosi (Si salvano, ovviamente, i mercenari al soldo dei potenti che, altrettanto ovviamente, non canterebbero mai le odi di simili farabutti senza un adeguato compenso).

Ma questa è solo la punta dell’iceberg: là fuori c’è pieno anche di ingegneri del software disposti a lavorare gratis per gli stessi motivi, di scrittori di romanzi, di ricercatori di storia, di avvocati disposti a dare consigli gratis per trovare clienti e via dicendo. In altri termini, qualunque professione intellettuale subisce la stessa minaccia. La minaccia della “Huffington economy”: l’economia basata sul volontariato, sul narcisismo, sull’hobbysmo e sulla speranza (o forse sulla disperazione).

Si tratta di quella minaccia già descritta (in modo molto allarmistico e molto discutibile) nel famoso/famigerato libro “The cult of the amateur” di Andrew Keen:

http://en.wikipedia.org/wiki/The_Cult_of_the_Amateur

http://en.wikipedia.org/wiki/Andrew_Keen

La differenza cruciale tra una (sana ed auspicabile) “Gift Economy” e questa devastante “Huffington Economy” è che nel primo caso si regalano prodotti immateriali che, per loro natura, sono riproducibili all’infinito senza lavoro ulteriore, mentre nel secondo caso si estorce lavoro intellettuale, cioè qualcosa che costa tempo e fatica. La differenza tra prodotto e servizio è tutta qui. E la differenza tra “Gift Economy” e “Huffington Economy” ne è una diretta conseguenza.

La Huffington economy è la vera, principale minaccia alla sopravvivenza delle professioni intellettuali nel XXI secolo, molto più grave della cosiddetta ”pirateria”. La Huffington economy minaccia di condannare ogni potenziale professionista dell’intelletto a diventare un manovale per ovvie e banali ragioni economiche. Insieme alle professioni, minaccia anche la sopravvivenza dell’intelletto in quanto tale perché, se una persona brillante è costretta a fare l’idraulico per sopravvivere, allora non potrà contribuire all’educazione nostra e dei nostri figli facendo l’insegnante o lo scrittore. Grazie alla Huffington economy stiamo finalmente precipitando in quell’abisso di barbarie che piace tanto al 25%+11% dei nostri connazionali.

Che fare?

Che si può fare? Niente. È del tutto inutile lanciare appelli, gridare allo sciopero e cose simili. Siamo tutti quanti vittima di un meccanismo di mercato che nessuno può controllare ed al quale nessuno può sfuggire. C’è solo una parziale consolazione: per una volta la cosiddetta “mano invisibile del mercato” (il sistema di regolazione automatico tra domanda ed offerta), che di solito gioca contro di noi, sarà costretta a giocare a nostro favore. Mano a mano che gli Einstein della generazione corrente saranno costretti a diventare piastrellisti per mantenere la famiglia, verrà meno l’offerta di manodopera intellettuale gratuita per gli sfruttatori e quindi l’offerta di occupazione aumenterà. Alla fine, però, potranno continuare ad assere “intellettuali” solo quelli che avranno i soldi per permettersi di farlo gratis e quelli talmente bravi da fare la differenza e quindi da poter pretendere uno stipendio. Con buona pace dei mediocri come molti di voi e come me.

Come ho già detto molte volte nei miei articoli, la presenza di così tanti “hobbysti” sta alzando moltissimo l’asticella. Se volete sopravvivere, dovete eccellere. Questo vuol dire cominciare presto, lavorare sodo e restare sempre molto vigili (molto critici e molto immaginativi). Non c’è più posto per comparse che devono essere guidate per mano. Solo per protagonisti che sanno decidere da soli la loro strada e che sanno capire come percorrerla.

Preparatevi.

Alessandro Bottoni

L’immagine di copertina è coperta da licenza creative commons e proviene da qui:

flickr.com/photos/rubin110/3965009637/

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