Mele, Finestre, Pinguini…

apple

Ieri mattina ho letto una interessante riflessione sul futuro di Apple su Punto Informatico:

http://punto-informatico.it/3084176/PI/Commenti/cupertino-tempo-un-nuovo-re.aspx

Dato che “prevedere il futuro” in questo settore fa parte del mio lavoro (bisogna pensare a come sarà il mercato quando il prodotto in lavorazione sarà rilasciato, cioè fra due o tre anni), provo a dire la mia.

Dite la vostra usando il sistema dei commenti qui sotto.

Il “carisma” di Steve Jobs (e di Bill Gates)

Chi bazzica questo settore da un po’ di tempo (diciamo, una ventina d’anni almeno) sa bene che Steve Jobs e Bill Gates sono famosi per avere un aspetto molto preciso in comune: sono due persone semplicemente insopportabili. Per essere più precisi, sono entrambi famosi per essere persone invadenti, dedite al microcontrollo, arroganti, villane e molto aggressive. Di questo non c’è da stupirsi: nessuno dei due ha mai lavorato nemmeno un giorno della propria vita da dipendente e quindi nessuno dei due ha mai dovuto trattare con i colleghi di lavoro da una posizione di parità o, peggio, di inferiorità. Avendo sempre lavorato come dirigenti e, soprattutto, come proprietari della propria azienda hanno potuto maturare (senza alcun contraddittorio) la falsa impressione di essere “superiori” ai loro dipendenti, sia sul piano professionale che su quello umano. È la stessa sindrome di onnipotenza che affligge il nostro rumoroso e volgare presidente del consiglio.

Di conseguenza, quello che viene erroneamente scambiato per carisma dagli osservatori esterni è semplicemente potere: Steve Jobs, come Bill Gates, ha semplicemente il potere di imporre le proprie decisioni in azienda con un’efficacia che nessun altro dirigente aziendale (che non sia anche proprietario di una larga fetta di azioni) potrà mai avere. Steve Jobs e Bill Gates non sono certo gli unici imprenditori ad avere un simile potere. Anzi: il settore I&CT è sempre stato pieno di figure come queste. La stragrande maggioranza di questi “geni”, tuttavia, è saltata per aria insieme alle proprie aziende a causa delle proprie decisioni sbagliate. In altri termini, hanno pagato caro il pessimo vizio di non ascoltare i loro sottoposti.

La differenza tra i “geni carismatici” che sopravvivono, come Jobs e Gates, e quelli che soccombono è, alla fine, soprattutto una questione di fortuna.

Bill Gates ha avuto la fortuna di poter offrire il sistema operativo ufficiale della macchina che ha rivoluzionato il settore negli anni ’80, cioè il PC IBM. Una “botta di culo” che non si ripeterà mai più nella storia dell’informatica.

Steve Jobs ha avuto la fortuna di riuscire a “scippare” l’idea dell’interfaccia utente grafica alla Rank Xerox più o meno nello stesso periodo. Un’altra “botta di culo” che non si ripeterà mai più nella storia.

In un mondo imprenditoriale popolato da persone meno sconcertanti di quelle che siamo costretti a vedere all’opera, nessun manager IBM e nessun manager Xerox avrebbe mai commesso gli errori marchiani che hanno permesso a questi due avventurieri di arricchirsi alle loro spalle.

Il fattore X di Apple

Il famoso “fattore X” di Apple ha un nome ben preciso. Si chiama “reputazione”.

L’ottima reputazione di Apple ha radici lontane. Viene dalla estrema stabilità e dalla notevole raffinatezza dei suoi primi sistemi (Gli Apple I e soprattutto gli Apple II). Di questo bisogna rendere conto a Steve Jobs (ed a Steve Wozniack): ha sempre saputo chiedere a sé stesso ed alla sua azienda di dare il massimo nei suoi prodotti in termini di raffinatezza e di eleganza (e di ricchezza della dotazione hardware, con tutto quello che questo comporta in termini di costi). Per questo Apple si è fatta sin da subito la nomea di “Rolls Royce” dell’informatica.

Se la sua fortuna avesse dovuto dipendere da questo, tuttavia, Apple avrebbe dovuto chiudere già negli anni ’80, sotto la pressione esercitata da IBM con i suoi PC. Se è sopravvissuta, lo si deve all’avvento dei MacIntosh (basati sull’idea peculiare e vincente di una interfaccia grafica “scippata” a Rank Xerox) e di alcuni programmi che ne sfruttavano appieno le possibilità (Aldus PageMaker in testa a tutti).

Passata la buriana dei PC IBM, Apple sopravvive ora proprio grazie alla sua ottima ed antica reputazione di azienda in grado di produrre macchine “allo stato dell’arte”, solide, potenti, eleganti e facili da usare. Questo anche grazie ad un’intelligente gestione della sua immagine aziendale (“brand management”).

L’importanza del marketing e del branding nel caso Apple non va però sopravvalutata: IBM, Microsoft e molti altri non sono mai stati da meno in questo campo.

Il fattore X di Microsoft

Anche il fattore X di Microsoft ha un nome. Si chiama “forza dell’abitudine”.

Essendo arrivata per prima sulla fetta più ampia del mercato (i PC IBM) ha potuto creare una base di utenza che ora rappresenta la sua più sicura garanzia di un roseo futuro.

In realtà, Microsoft ha anche molti altri meriti, primo fra tutti quello di aver capito le esigenze del mercato globale in termini di prezzo dei prodotti, di localizzazione e di facilità d’uso. Questo però non l’avrebbe salvata nella competizione con altri produttori molto agguerriti, tra cui Apple ed IBM, senza la sua vastissima base di utenti “intossicati” sin da piccoli da Windows e da Office.

Il Pinguino inevitabile

Prima o poi, però, doveva arrivare un Pinguino a rompere le uova nel paniere a questi operatori.

Che Unix (di cui Linux e BSD sono delle incarnazioni) fosse IL sistema operativo “giusto” per la quasi totalità delle applicazioni lo si sapeva almeno dai primi anni ’80, cioè da prima che apparissero sul mercato i MacIntosh ed i PC IBM.

In particolare, lo sapevano benissimo gli ingegneri che facevano uso di sistemi CAD/CAE/CAM e che quindi usavano le spettacolari “workstation” ingegneristiche di quel periodo, come le prime Sun, le SGI, le Apollo o le non eccelse IBM 6151 o RISC/6000. Tutti questi sistemi usavano Unix e, soprattutto, facevano già uso di una interfaccia grafica (ancora non basata su X11, od almeno non sempre). Che fosse quella la strada, era un fatto ovvio per molti, molto tempo prima che arrivassero Steve Jobs (con i suoi MacIntosh) e Bill Gates (con Windows) ad annunciarci la “lieta novella” dell’interfaccia grafica e del multitasking/multiuser. Steve Jobs stesso, ai tempi di NeXT, ha adottato Unix come base del suo sistema operativo (più esattamente un kernel Mach attorniato da roba BSD e da una GUI proprietaria).

Era quindi solo questione di tempo prima de “il ritorno del re” Unix e della sconfitta degli usurpatori. E di “Re Unix” ce ne sono ormai parecchi sulla scena: oltre 400 diverse versioni di Linux (tra cui i colossi Red Hat, Fedora, SuSe, Canonical/Ubuntu, e presto Google Chrome OS) ed una mezza dozzina di versioni di BSD (FreeBSD, NetBSD, OpenBSD, PC-BSD, Desktop-BSD, Debian-BSD, ect.).

In realtà, se ora siamo costretti a lottare per liberarci di certe assurdità storiche e commerciali, come Windows, è proprio perché negli anni ’80 i detentori dei diritti di Unix (AT&T in testa ma anche IBM e molti altri) non hanno avuto la lungimiranza ed il coraggio di buttare il loro sistema operativo a lottare nel mercato dei PC (a partire almeno dalle prime macchine a 32 bit, cioè gli Intel 80386 ed i Motorola 68030).

L’unico Unix adatto (per questioni tecniche e di prezzo) ai PC è stato, nei primi anni ’80, il povero “Coherent Unix” di Mark Williams Company (ora defunto).

Non che i grossi operatori del settore non ci abbiano provato, d’altra parte. Basti dire che sia Microsoft, con Xenix, che Apple, con A/UX, hanno cercato di adottare Unix negli anni ’80 e ’90, seguiti anche da aziende meno note, come Acorn.

Linux (e BSD) con Gnome e KDE, apparsi alla fine degli anni ’90, sono quindi soltanto la realizzazione di una promessa fatta almeno dieci anni prima.

Un mondo aperto

Linux, il software GNU e BSD hanno reso evidente un aspetto della nostra realtà digitale che fino a qualche anno fa era visibile solo agli addetti ai lavori: il nostro ecosistema digitale NON può dipendere da piattaforme comuni che siano di proprietà di questa o quell’azienda.

Molti elementi del nostro ecosistema agiscono da piattaforma tecnologica, per cui devono poter essere usati da tutti gli operatori a parità di trattamento. Ne va della libertà e della stabilità del mercato.

Questo vale per i sistemi operativi ma anche per gli ambienti di sviluppo, per i linguaggi, per le infrastrutture di comunicazione e per i formati dei documenti.

Per questo il modello di sviluppo di Apple e di Microsoft è “sbagliato” e viene ferocemente combattuto da una quantità sempre maggiore di operatori che vanno dal singolo sviluppatore software alla multinazionale del settore.

L’emergere di questa consapevolezza, soprattutto tra gli operatori professionali del settore, sta producendo un cambiamento epocale di cui Apple e Microsoft saranno le prime vittime.

Che farà Apple?

Farà quello che sta già facendo da vent’anni: continuerà a coltivare il suo marchio di azienda capace di produrre macchine solide, eleganti e dalla ricca dotazione hardware, esattamente come fanno, da sempre, aziende come VolksWagen, Mercedes ed Alfa Romeo.

Le aziende che possono basarsi su una buona reputazione, che risale a tempi antichi, come queste, vivono tradizionalmente di “branding” e “marketing”, non di innovazione reale.

Apple continuerà a produrre laptop, desktop e smartphone simili a quelli che già produce. I giorni pionieristici dell’innovazione (non sempre reale) sono finiti. Da qui in poi si vive di rendita.

Che farà Microsoft?

Microsoft è in una posizione molto difficile. Non può contare affatto su una buona reputazione. Vende, da sempre, l’unico sistema operativo al mondo che non riesca a sopravvivere “in the wild” senza pannolone (antivirus + firewall) e questo non è certo qualcosa di cui vantarsi. Se è sopravvissuta fino ad adesso è solo grazie alla pigrizia ed all’ignoranza della sua base di utenti (ed ai numerosi “vendor lock-in” che Microsoft ha sempre inflitto ai suoi utenti).

Il mondo “mobile” si è già emancipato da Windows e lo stesso hanno fatto l’intero settore “embedded” (set-top box e aggeggi simili), entrambi passati a Linux. Qualcosa di simile sta per avvenire nel settore automotive/aerospace.

In questo momento, Microsoft vive di server e desktop, settori nei quali Linux, BSD e MacOS sono da tempo in crescita.

Questo non vuol certo dire che Microsoft debba chiudere a breve. Di sicuro, però, è destinata a diventare sempre più simile all’altra “vecchia gloria” del settore: IBM.

Microsoft dovrà spostarsi sempre di più verso i grandi sistemi ed i grandi utenti, abbandonando gradualmente un settore, quello consumer, dove la pressione dei concorrenti si fa sempre più forte.

Che farà Google?

Uno dei motivi per cui Microsoft dovrà ritirarsi dal settore consumer è Google. Finora a Linux era sempre mancato l’appoggio commerciale e pubblicitario di un grande operatore. Con l’arrivo di Google, si è subito visto cosa poteva succedere: Android ha ormai scalzato Windows Mobile ed il glorioso Symbian dai loro troni. Lo stesso farà Chrome OS con le versioni più “personal” e più “consumer” di Windows.

Che farà Canonical?

L’altro grande settore di mercato, cioè quello desktop aziendale e quello server, è ormai occupato stabilmente da Canonical (Ubuntu), SuSe (Novell) e Red Hat. Anche qui c’è ormai ben poca trippa per gatti come Microsoft e Apple.

Il prossimo avvento di Ubuntu 11.04 e 11.10 con l’interfaccia utente Unity (quella che in origine era destinata solo ai tablet) rischia di creare la prima, vera attraente alternativa “Linux on the Desktop” a Windows e MacOS anche nel mercato aziendale.

Conclusioni

Ormai, l’unica vera incognita di questo mercato è: cosa faranno i produttori di software applicativo?

Se verranno rilasciate le versioni Linux di prodotti come Quark Xpress, InDesign, PhotoShop e via dicendo, allora resterà veramente poco spazio a sistemi proprietari come Windows e MacOS X.

Dato che MacOS X è in realtà uno Unix BSD camuffato, questa eventualità è ogni giorno più concreta. Come è concreta la possibilità di vedere grandi produttori software provenienti dal mondo Windows che si buttano nel settore Unix proprio a causa dell’appealing di MacOS X, di Google Chrome OS, di Android e di Ubuntu.

Alessandro Bottoni

L’immagine proviene dal web ed è pubblicata sotto licenza creative commons. Vedi: http://www.stupidfresh.com/ .

Comments
16 Responses to “Mele, Finestre, Pinguini…”
  1. kingofgng scrive:

    Le considerazioni storiche possono anche starci, quelle sul presunto futuro sono a dir poco discutibili :-P

    Chrome OS che scalza Windows? Su, siamo seri: quello strambo ibrido di kernel Linux e browser web ha una utilità inferiore a zero per chiunque voglia maneggiare un FILE invece che farsi sodomizzare da quelle stronzate cloud delle “appliance” web.

    Altra grave pezza di un post a mio avviso non troppo riuscito (siamo sul web, bisogna tenersi le critiche :-P): il mercato consumer oggi vuol dire soprattutto intrattenimento. E qual’è l’azienda che può offrire, informaticamente parlando, un ecosistema di intrattenimento rispettato e accettato da una vasta fetta di utenza? Chi ha detto Xbox?

    Infine, per quanto mi riguarda, Windows non è semplicemente abitudine ma è anche la possibilità di poter giocare al primo Resident Evil – programmato per girare su Windows 95 – e a un parco software che ho collezionato nel corso degli anni. Quasi due decenni, direi….

  2. Marco Bruni scrive:

    Sono d’accordo con te e spero che l’open source cresca sempre di più perché più concorrenza fa bene a tutti e sopratutto tutti noi abbiamo bisogno di soluzioni libere e aperte.

  3. Lorenzo scrive:

    Forse un pò OT, ma da wikipedia leggo che ora la ECDL può essere conseguita scegliendo tra software libero o proprietario. Non so quanto corrisponda al vero, almeno qui in Italia.
    Appena introdotta era solo basata su prodotti Microsoft; assumere quindi anche una ‘semplice’ segretaria e farla lavorare con openoffice poteva dare un pò di grattacapi. Un pò come trovarsi cattolici senza averlo mai chiesto :D
    Di sicuro anche quello era un buon punto a favore per il mercato Microsoft.

    Unity può essere un azzardo vincente. Non tanto per i più smaliziati (per le mie esigenze, trovo la KDE SC 4.6 semplicemente PERFETTA) quanto per chi si avvicina all’uso quotidiano del pc, che pretende un minimo di gestione e attenzione, cosa non sempre facile sui sistemi windows (scena tipica: accendere il pc di un amico che ha “windows che va lentissimo mi sa che è perchè ormai ce l’ho da tanto” e trovare la taskbar piena di immondizia).

  4. guiodic scrive:

    solo due appunti (per ora).

    1. Debian-BSD (che in realtà si chiama Debian GNU/kfreebsd) non è un sistema di tipo BSD, ma di tipo GNU.
    2. E’ vero che Mac OS X è basato su una piattaforma Unix, ma le sue API di alto livello principali sono le Cocoa, che non hanno nulla a che vedere con Unix in quanto tale. Aggiungiamoci che Mac ha suoi framework come QuickTime, non ché i vari Core* e capiamo subito che il porting su GNU/Linux è complicatissimo per le applicazioni scritte esplicitamente per Mac OS X. Esistono le librerie gnustep ma non è certo una strada realmente praticabile ad oggi. Mi farei quindi poche illusioni. Comunque sia alcune applicazioni commerciali usano le librerie QT, per cui in tal caso la strada dovrebbe essere molto più semplice.

  5. guiodic scrive:

    Se verranno rilasciate le versioni Linux di prodotti come Quark Xpress, InDesign, PhotoShop e via dicendo, allora resterà veramente poco spazio a sistemi proprietari come Windows e MacOS X.

    Ma ciò sarebbe la fine dell’open source. Che senso ha avere un sistema libero se poi le applicazioni principali sono proprietarie.

    • Avrebbe il senso che il modello di sviluppo aperto, che è molto adatto allo sviluppo di “piattaforme”, può convivere con il modello di sviluppo chiuso (commerciale), che è molto adatto allo sviluppo di applicazioni commerciali molto focalizzate e molto sofisticate, che è quello che quasi tutti gli osservatori del settore (me incluso) auspicano da sempre.

      Potrà essere sbagliato ma… allora saremmo in parecchi a sbagliarci.

      • guiodic scrive:

        L’assunto è sbagliato, i software liberi maggiormente diffusi non sono piattaforme ma applicativi. Se dovessimo giudicare il software libero a partire dai s.o. dovremmo constatare un pieno fallimento.

        A parte ciò, non vedo perché rallegrarsi di un passo indietro. Esiste già un ottimo s.o. di tipo Unix che possiede tutte le app proprietarie che vuoi e si chiama Mac OS X. Ti assicuro che funziona bene.

      • Fr_Samjack scrive:

        ma osx lo puoi installare dove vuoi?
        è questo il punto: qui si auspica l’uso di una piattaforma comune e libera (linux) sulla quale girino le più svariate applicazioni (open e closed) abbandonando gli attuali modelli (win e osx) che ti blindano a più non posso e dipendono al 100% dalle decisioni delle rispettive aziende.

        una nota sul closed: perché si deve essere contrari a prescindere? lasciamo che sia il mercato a scegliere la soluzione open o closed
        NB: imho, questo non deve valere per la piattaforma o i formati di interscambio dei dati (odf) altrimenti torneremmo al punto di partenza

      • guiodic scrive:

        è questo il punto: qui si auspica l’uso di una piattaforma comune e libera (linux) sulla quale girino le più svariate applicazioni (open e closed) abbandonando gli attuali modelli (win e osx) che ti blindano a più non posso e dipendono al 100% dalle decisioni delle rispettive aziende.

        e dove sarebbe il cambiamento? un s.o. libero ma con le principali applicazioni proprietarie è sostanzialmente indistinguibile da un sistema proprietario. Pensi di essere più libero perché usi Linux con sopra MS Office? O forse non è l’esatto opposto, sei più libero se usi OOo su Windows?

        una nota sul closed: perché si deve essere contrari a prescindere? lasciamo che sia il mercato a scegliere la soluzione open o closed

        Quando sento che deve scegliere il mercato, metto mano alla pistola. Ormai la gente sembra identificarsi con un mercato dove dei produttori gli vendono dei prodotti da consumare passivamente. Poi non stupisce che Berlusconi vinca le elezioni, invece di discernere per votare la gente compra il prodotto Silvio sul mercato politico essendo il più pubblicizzato.

  6. A. scrive:

    lasciamo che sia il mercato a scegliere la soluzione open o closed
    Ma dopo la crisi del 1929 e quella del 2008 c’è ancora qualcuno che crede che il mercato scelga la soluzione migliore?

    • Fr_Samjack scrive:

      SI, se il mercato è regolato da leggi serie che vengono fatte rispettare.
      nel 1929 e nel 2008 (ma anche in altre epoche) non è stato così

      @guiodic
      1. più libero con linux e sopra msoffice. perchè nel secondo caso se ms decide di segare win, con OO che ci fai? invece con linux uno scenario simile non è possibile
      2. te parli di un mercato drogato. berlusconi ne è l’esempio in politica: come è possibile scegliere liberamente se questo monopolizza il 90% dei media di massa. io intendo un vero mercato nel quale tutti hanno le stesse possibilità (in politica come in economia) e i cittadini hanno la capacità di informarsi attivamente in modo chiaro e completo

  7. guiodic scrive:

    1. più libero con linux e sopra msoffice. perchè nel secondo caso se ms decide di segare win, con OO che ci fai? invece con linux uno scenario simile non è possibile

    Alessà, ma ti sei rincitrullito con l’età? :-) rileggiti sta frase, è senza senso. Se MS decide di non fare più Offfice che fai? E’ già successo ad esempio che MS non facesse più certi programmi per Mac…

    io intendo un vero mercato nel quale tutti hanno le stesse possibilità (in politica come in economia) e i cittadini hanno la capacità di informarsi attivamente in modo chiaro e completo

    Con l’informatica è praticamente impossibie una cosa del genere. Già il fatto che sia consentito creare formati di file e protocolli proprietari impedisce alla radice qualsiasi vera concorrenza.

    • guiodic scrive:

      ovviamente ho sbagliato, non era ad Alessandro, era a Samjack :)

    • Fr_Samjack scrive:

      “rileggiti sta frase, è senza senso. Se MS decide di non fare più Offfice che fai?”

      scusa, ma questa risposta non l’ho capita. se ms non fa più office semplicemente cambi programma mantenendo lo stesso sistema. per chiarire
      1. plat: linux, sw:office =se ms non fa più office, usi un altro programma e via (es OO, caligre, abiword, ecc)
      2. plat: win, sw: OO = se ms non fa più win, DEVI cambiare piattaforma
      mi pare evidente il perchè preferisco la prima soluzione

      per quanto riguarda la seconda obiezione: è per questo motivo che gli standard devono essere open e condivisi (sia per i protocolli che per i formati dei file). in questo contesto si inserisce l’adozione di ODF come formato base. poi usi un qualsiasi programma che lo supporti (open o closed che sia)

      • guiodic scrive:

        1. plat: linux, sw:office =se ms non fa più office, usi un altro programma e via (es OO, caligre, abiword, ecc)
        2. plat: win, sw: OO = se ms non fa più win, DEVI cambiare piattaforma
        mi pare evidente il perchè preferisco la prima soluzione

        Se usi lo stesso programma, anche cambiando piattaforma non hai problemi di incompatibilità dei formati. Io in ufficio uso OpenOffice, Scribus, Inkscape, Scribus e altri programmi su Ubuntu, un altro collega usa gli stessi programmi su Windows, e non abbiamo alcun problema a lavorare insieme.
        Molto diverso sarebbe se io usassi Scribus e lui Microsoft Publisher.

        La piattaforma è un problema del tutto secondario per “calcolare” la libertà dell’utente.

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