Le tre I

“La scuola elementare e media non hanno bisogno di computer, come diceva Silvio Berlusconi anni fa. Il computer è anche troppo usato, oggi, in Italia. Col risultato che ragazzi di tredici anni lo usano meravigliosamente, come un gioco spettacolare, ma non sanno scrivere una lettera in italiano”

Pietro Citati, critico letterario e saggista (settembre 2008)

Leggere questa citazione di Citati tra le “virgolette” di Punto Informatico mi ha fatto tornare alla mente la questione delle “tre I” propagandate da Silvio Berlusconi all’inizio della sua carriera, quando ancora gli studenti erano parte del suo bacino elettorale e li doveva affascinare, non reprimere a manganellate.

Si trattava di Informatica, Inglese ed Impresa. Era un’idea che Berlusconi aveva furbescamente rubato alla sinistra social-democratica del centro e nord Europa. Era un’idea intelligente e vale la pena di riparlarne. Magari in futuro la sinistra italiana la riprenderà in mano, senza farsela fregare da Futuro e Libertà.

I computer a scuola

Contrariamente a quanto sostiene Citati, i computer sarebbero necessari, soprattutto nelle scuole elementari e medie (dai 5/6 anni ai 13/14). Ci permetterebbero di fare quanto segue.

  1. Eliminare dallo zaino libri molto pesanti, come dizionari ed antologie.
  2. Rendere interattivi molti materiali didattici (quiz, animazioni, etc.)
  3. Rendere “automatico” una parte del supporto didattico. La correzione dei testi, almeno a livello ortografico (“spelling”) potrebbe essere affidato a strumenti software, migliorando il livello di assistenza di cui gode lo studente.

Ovviamente, solo un totale imbecille può aspettarsi di sostituire tutto il materiale didattico usato dai ragazzini, e magari anche tutto il supporto didattico fornito dagli insegnanti, con uno o più computer. I quaderni continuerebbero ad esistere. I compiti in classe e la correzione manuale degli elaborati anche.

Anche le LIM (Lavagne Interattive Multimediali), che tanti soldi hanno portato nelle tasche degli amici dei nostri governanti, hanno una loro evidente utilità: permettono ai docenti di preparare (o procurare) dei materiali didattici di alto livello pur senza essere dei maghi del gessetto.

L’occasione perduta della programmazione

Ma la vera utilità dei computer, dalle elementari all’università, avrebbe dovuto essere un’altra: avrebbe potuto permettere agli studenti di apprendere dei concetti importanti di organizzazione del lavoro ed altri concetti, persino più importanti, di scienze cognitive. Ad esempio:

  1. La gestione di un’agenda ed una rubrica personale.
  2. La gestione di un progetto (project planning e project management).
  3. La creazione di un modello concettuale di un problema (OOP e simili).
  4. Tecniche di problem solving.

L’acquisizione di questi concetti, però passa attraverso l’apprendimento delle tecniche di programmazione e la nostra scuola non tenta nemmeno di insegnare ai ragazzi come programmare un computer. Soprattutto, non ci prova alle elementari ed alle medie. Persino alle superiori, solo chi frequenta le scuole tecniche (gli ex-ITIS, per capirci) ha modo di fare questa esperienza (come qualunque altra esperienza di contatto con la realtà in un qualunque laboratorio, d’altra parte).

Si insegna tutto l’insegnabile sull’Olocausto e su Dante (giustamente) ma si “sfornano” ragazzi che non hanno mai visto un laboratorio di chimica o di fisica e che non hanno la benché minima idea di cosa sia un’istruzione switch.

Non c’è da stupirsi che poi abbiano qualche problema a trovare lavoro ed a muoversi nella realtà quotidiana.

Un livello troppo basso

Questo è, infatti, il vero problema: le ambizioni troppo limitate delle nostre scuole le condannano ad un insegnamento tradizionalista, sterile, nozionistico, privo di contatto con la realtà e quindi inutile.

Ma c’è di più: un insegnamento palesemente inutile, come questo, non può godere del consenso dei ragazzi e quindi si assiste ad una sostanziale “rivolta” degli studenti nei confronti di questa immensa ed ingiustificata perdita di tempo. Una rivolta non espressa in modo compiuto, a livello verbale e razionale, una rivolta vissuta solo in modo infantile e viscerale, ma comunque resa ben visibile dai comportamenti vandalici dei nostri ragazzi.

Nel caso specifico dell’informatica, esistono decine di strumenti per insegnare ai ragazzi a programmare, sin dalle elementari. Uno, molto famoso, è Logo, un linguaggio di programmazione “visivo” pensato per i bambini. Questi strumenti vengono usati sin dagli anni ’70 (ripeto: fin dagli anni tra il 1970 ed il 1979) nelle scuole USA, UK, francesi, tedesche, svedesi, belghe e di molti altri paesi.

Al livello immediatamente successivo, ci sono linguaggi di programmazione estremamente adatti alla didattica, come Python e Java.

Non ci sono quindi scuse per non insegnare la programmazione anche da noi.

L’inglese

L’inglese è in una posizione analoga all’informatica. Per poter godere del consenso dei ragazzi, dovrebbe dimostrare di servire a qualcosa ma per poterlo fare dovrebbe essere utilizzato per accedere a quell’immenso patrimonio di informazioni e di materiali ludico/didattici che arrivano dal mondo anglosassone. Non è un caso, infatti, che persino i ragazzini più negati per le lingue riescano a capire l’inglese il tanto che basta per giocare col Nintendo.

Nelle nostre scuole, invece, si insiste (giustamente) molto su grammatica e pronuncia ma non si fa nessun uso pratico della lingua. Addirittura, si insiste sulla grammatica in un modo che persino le scuole inglesi ed americane evitano accuratamente perché troppo pesante. In questo modo, l’inglese, lingua vivissima, utilissima ed in continuo mutamento, nell’inconscio dei nostri ragazzi viene accomunata alle lingue morte, come latino e greco, e viene gettata, insieme ad esse, in un unico dimenticatoio. Le lingue, infatti, sono strumenti per comunicare, non giochi di combinazione di elementi verbali (“puzzle”) del tutto fini a sé stessi.

La mia esperienza con l’inglese è stata un’altra. Ho cominciato a studiarlo all’università su di un testo che si chiamava “Reading as communication” e seguendo un metodo che consisteva sostanzialmente nell’usare le proto-conoscenze di inglese che pervadono il nostro universo culturale per decifrare testi originali inglesi di complessità crescente e per comporre frasi via via più complesse. Insomma: imparare mano a mano che è necessario. È una tecnica che funziona: da almeno 15 anni a questa parte, secondo alcuni miei interlocutori, parlo l’inglese in maniera a tratti indistinguibile da un parlante nativo e continuo ad imparare uno o due nuovi termini al giorno.

Credo che ci sarebbe più di una fonte di ispirazione per i nostri politici e per i nostri docenti in questo approccio didattico.

L’impresa

In futuro ci sarà sempre meno lavoro dipendente. Possiamo discutere sul perché e sul percome, ma sarà così.

Fare impresa significherà sempre di più darsi un’occupazione ed un reddito.

Ma fare impresa non è assolutamente un gioco da ragazzi. Basti pensare che nelle scuole USA, si insegnano alcuni concetti tipici dell’impresa (bilancio entrate/uscite, investimenti, suddivisione del lavoro, etc.) sin dalle elementari. Sin dalla più tenera età si tenta di insegnare ai bambini a gestire le proprie risorse e si cerca di coinvolgerli in giochi di ruolo di tipo imprenditoriale e finanziario.

Non è quindi un caso se i principali “self-made man” del pianeta provengono dall’area anglosassone.

Si potrebbe fare anche in Italia. Magari non a Scampìa, ma certamente in almeno il 70% delle scuole italiane. A costo zero, visto che non c’è bisogno di laboratori.

Il problema è: chi potrebbe insegnare “impresa”? I professori di matematica? Quelli di scienze sociali? Se riflettete su questa domanda, capite bene che questo tipo di “cultura” è semplicemente, completamente, irrimediabilmente assente nel nostro paese (almeno fino a livello universitario).

Non è un problema da poco in un paese povero come il nostro.

Conclusioni

Ben vengano le tre I, quindi. Soprattutto se verranno propagandate e supportate da gente che non le usa solo come esca elettorale.

Alessandro Bottoni

Questa volta l’immagine di copertina proviene da FreeFoto: freefoto.com/preview/2030-02-16?ffid=2030-02-16

ed è coperta dalla solita licenza CC.

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