Note di redazione

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Da quando mi occupo (anche) di editoria digitale, almeno una volta alla settimana sono costretto a rispiegare ad un nuovo autore come deve comportarsi durante la stesura di un articolo o di un ebook. Riporto le informazioni fondamentali qui di seguito, nella speranza che qualcuno le legga e mi risparmi la fatica di ripeterle per l’ennesima volta.

Scrivere per la carta, scrivere per il digitale

Sfatiamo una volta per tutte il mito che scrivere per la carta sia diverso dallo scrivere per il web o per gli ebook. Sul web e negli ebook si scrive esattamente come su qualunque rivista cartacea o su qualunque libro. Non è certo un caso se il 90% degli sforzi tecnologici compiuti negli ultimi 20 anni da chi crea tecnologie per gli eBook si è concentrato nel rendere gli eBook Reader sempre più simili ad un libro di carta.

Non è vero che sia necessario usare i criptogrammi tipici degli adolescenti e dei cellulari per farsi capire dalla “plebaglia” che frequenta Internet (cose come: “ma2, tvtb xke 6 la + bela dl mndo”, cioè “mamma ti voglio tanto bene perché sei la più bella del mondo”). Su Internet e sul web c’è la stessa gente (mono o plurilaureata) che trovate in qualunque altro posto. Gente che si incazza parecchio se la trattate in questo modo.

Bisogna scrivere in un italiano corretto anche sul web ed anche negli ebook, esattamente come avviene sui giornali e nei libri tradizionali. Non perché questa sia la “tradizione” o perché sia “socialmente accettabile” ma semplicemente perché è necessario per farsi capire. Scegliete pure la lingua che vi pare (italiano, inglese, urdu o cinese) ma poi scrivete in quella lingua, nella sua forma canonica ed universalmente accettata. Non mettetevi ad usare una vostra variante personale. Non vi capirebbe nessuno.

Non è nemmeno vero che occorra essere concisi fino all’inverosimile perché diversamente la “plebaglia” non riuscirebbe a seguirvi. Lo ripeto: su Internet e sul web c’è la stessa gente che trovate in qualunque altro posto. Non si tratta di adolescenti affetti da sindrome ipercinetica (http://en.wikipedia.org/wiki/Attention_deficit_hyperactivity_disorder). È gente che si incazza moltissimo se la trattate a questo modo.

In particolare, l’unico limite alla lunghezza di un cosiddetto “post” risiede nella quantità di cose interessanti che si possono dire. Se impiegate 10.000 caratteri per dire qualcosa che al massimo ne giustifica 1.000, dopo 1.001 caratteri il lettore (giustamente) passerà ad altro.

In realtà, i limiti di lunghezza di solito affliggono le pubblicazioni cartacee (la carta costa…), non il mondo digitale. Un ebook può essere molto, molto più lungo di un libro cartaceo, se c’è una fondata ragione per cui lo debba essere. Di conseguenza, chiedetevi solo se questa ragione esiste.

Ah, a proposito: sappiate che sono solo i preadolescenti preverbali ed i vecchietti con pretese giovanilistiche che chiamano questi articoli “post”. Le persone normali li chiamano normalmente articoli, perché di normali articoli normalmente si tratta.

Infine, non è vero che occorrano accorgimenti particolari per scrivere o creare un’opera destinata al digitale, sia esso un ebook in formato PDF od ePub od un articolo per un blog (HTML).

Al giorno d’oggi, qualunque testo, di (quasi) qualunque tipo, viene scritto con un normale wordprocessor come MS Word o OpenOffice Writer. Le tecniche di base sono sempre le stesse e le trovate descritte qui di seguito.

Le differenze tra la pubblicazione su carta, su ebook (PDF o ePub) e su web (HTML) vengono gestite dagli appositi “filtri di uscita” (output filter) dei wordprocessor e risultano invisibili per l’autore. L’unico caso in cui questo non è vero è quando si devono trattare documenti caratterizzati da una pesante impaginazione, come i testi scolastici, quelli universitari ed i libri per ragazzi. In tutti questi casi è necessario ricorrere ad un impaginatore professionista che, quasi certamente, userà un programma come Quark Xpress o Adobe InDesign per assemblare il documento finale a partire dai materiali che gli fornirete (e che sono descritti nel seguito di questo documento).

Se state scrivendo un romanzo od un testo di saggistica formato da solo testo (o quasi) avete bisogno solo di un wordprocessor e del relativo filtro di uscita (quelli per la carta e per il PDF sono presenti di serie su OpenOffice Writer).

OpenOfficeOrg e MS Office

Fatevi un regalo: scaricate ed installate OpenOffice. Lo trovate qui (in italiano):

http://it.openoffice.org/

Non usate strumenti proprietari, come MS Office (cioè Word, Excel e PowerPoint), per cose che si possono fare con strumenti liberi e gratuiti.

Se non riuscite a capire il perché di questo consiglio, dopo 10 anni che non si parla d’altro su giornali e riviste, non posso aiutarvi. C’è un limite alla pedagogia. Posso solo consigliarvi di leggere questa pagina di Wikipedia:

http://it.wikipedia.org/wiki/OpenOffice.org

DOC, RTF, ODF e altri animali

Salvate i vostri documenti in formato ODT (il formato nativo di OpenOffice Writer) o, alla peggio, in RTF. NON salvate i vostri documenti in formato DOC (quello nativo di MS Word). Anche in questo caso, se non ne riuscite a capire il perché, non posso aiutarvi. Sarebbe come tentare di spiegarvi perché in Italia si deve guidare tenendo la destra.

Parlare con un computer, parlare con un redattore

L’elemento fondamentale che si deve tener presente quando si scrive un libro od un articolo (per qualunque tipo di supporto) è che, in realtà, quello che si sta facendo consiste nell’intrattenere una complessa conversazione con un computer (il PC che state usando per scrivere il testo) e con un redattore (la persona che dovrà impaginare e pubblicare il vostro testo). Ognuno di questi due “enti” ha le sue necessità e le dovete tenere presenti.

Dovete spiegare quello che volete fare al vostro PC (più esattamente, al vostro wordprocessor) per ottenere i risultati voluti. Dovete spiegare le vostre intenzioni al vostro redattore per permettergli di fare il suo lavoro nel modo migliore.

Ognuno di questi due enti può capire (per ragioni tecniche molto, molto serie) solo la propria lingua. Il PC capisce solo i parametri di configurazione ed i comandi del programma. Il redattore capisce solo le apposite “note di redazione”, cioè quell’insieme di convenzioni che si usano per comunicare in questi casi.

Usare gli stili ma non per lo stile

La prima parte della conversazione, quella tra voi ed il vostro wordprocessor (OpenOffice Writer o simili) avviene soprattutto attraverso l’uso dei cosiddetti “stili”.

Il vostro computer, infatti, ha bisogno di sapere qual’è la struttura del vostro documento. Ha bisogno di sapere quale frammento di testo è un titolo e cosa è invece solo un frammento di testo enfatizzato con il grassetto. Ha bisogno di sapere quale frammento di testo deve essere considerato una citazione e cosa invece è una didascalia. Per dire queste cose al programma, si usano appunto gli stili.

Questo nome, “stili”, è deliberatamente fuorviante ed è stato scelto apposta per attirare gli umanisti in una insidiosa trappola e far fare loro la figura dei cretini, per cui NON illudetevi di aver già capito cosa sono solo perché avete letto il paragrafo precedente.

Gli stili sono degli appositi parametri (“attributi”) che vengono attribuiti (“assegnati”) ad un frammento di testo per permettere al programma (al wordprocessor) di distinguerlo da altri frammenti di testo e di sapere che uso farne. In ambito tecnico, vengono chiamate metainformazioni (“informazioni riguardo alle informazioni”, cioè riguardo al testo). È solo grazie alla presenza di uno stile “Titolo”, ad esempio, che il vostro wordprocessor può sapere che un certo frammento di testo è il titolo di un capitolo e come tale deve essere inserito nel sommario del libro.

Lo stile “Titolo”, però, non ha assolutamente nulla a che fare con il fatto che quel frammento di testo sia scritto in grassetto e con un “font” (“tipo”, in italiano) più grande del normale. Questa differenza stilistica è del tutto accidentale ed il vostro wordprocessor la ignora completamente.

Questa è appunto la trappola per gli umanisti: gli stili non hanno niente a che fare con lo stile.

Gli stili non sono un’opzione

L’uso corretto degli stili NON è un’opzione. Il loro nome fa (volutamente) pensare a qualcosa di decorativo, che ha che fare con la grafica, e quindi di accessorio, di ininfluente, ma NON è così. Gli stili sono fondamentali e DEVONO essere usati nel modo corretto, pena la creazione di un documento completamente inservibile ai fini della stampa (sia su carta che su file).

Al momento della stampa, infatti, il file deve essere convertito al formato “giusto” (PDF, file di stampa, ePub, etc.) e questa conversione, ovviamente, si basa sugli stili per conservare la struttura del documento.

Non solo: quasi tutti gli strumenti automatici di gestione del testo, come la generazione automatica del sommario (e degli indici, anche se non si vede) è basata sull’uso degli stili. Di conseguenza, se non si applicano gli stili al documento, o li si applica nel modo sbagliato, il documento risulta inservibile.

Ovviamente, gli stili possono poi essere applicati “a mano” a posteriori ma… perché fare due volte lo stesso lavoro?

Non vi sto a spiegare come si usano gli stili nella pratica perché questo dipende dal vostro wordprocessor. Questo è il momento buono per aprire la guida del vostro programma e cercare la voce “stili”. La guida online è quella cosa che appare quando premete la voce “help” (o “?”) del menù principale o quando premete il tasto F1.

Gli pseudo-stili

Alcune redazioni richiedono esplicitamente di NON usare gli stili del wordprocessor. La ragione di questa richiesta è che non sempre autore e redazione si trovano ad usare gli stessi wordprocessor e gli stessi stili. Questo avviene soprattutto nelle redazioni dei giornali e delle riviste in cui è normale trattare con molti autori, spesso per brevi periodi di tempo. In queste realtà redazionali, fluide e complesse, per evitare problemi si preferisce lasciar perdere gli stili del wordprocessor ed adottare degli “pseudo-stili” che vengono applicati a mano. Di solito si tratta di qualcosa di simile ai “tag” HTML, come in questo esempio:

<IMMAGINE file:/images/GNU.jpeg source:wikisources />

<DIDASCALIA>

Immagine di uno Gnu africano. Richard Stallmann si è ispirato a questo animale per il nome del suo progetto: “GNU is Not Unix”.

</DIDASCALIA>

La sostanza del discorso, però, non cambia: il vostro redattore ed il software che egli usa per l’impaginazione hanno bisogno di sapere cosa sono i vari frammenti di testo e come li devono trattare. Mettetevi d’accordo prima e seguite le istruzioni nel modo più fedele possibile.

Immagini e grafici

Raramente un testo è formato solo da parole. Quasi sempre ci sono almeno alcune immagini e magari qualche grafico. Questi elementi possono essere inseriti direttamente all’interno del documento ma questo richiede che l’operatore (voi) sia ben conscio di quello che sta facendo e delle conseguenze che ogni singolo parametro avrà sul processo di stampa. Questo però è il mestiere dell’impaginatore (DTP) ed è un mestiere tutt’altro che facile.

Per questa ragione, quasi tutte le redazioni che conoscono applicano la seguente regola:

“Colui che verrà beccato a pensare di inserire un qualunque elemento non testuale all’interno di un testo verrà castrato sul posto.”

Fotografie, grafici ed altri elementi non testuali vanno raccolti in modo ordinato in una o più directory ed allegati al documento principale. Le didascalie e le informazioni che li riguardano (provenienza, titolare dei diritti, etc.) vanno raccolti in un apposito file di testo, separato dal documento principale.

Sarà poi lo specialista che si occupa dell’impaginazione e del processo di pre-stampa ad assemblare il testo definitivo con tutti i suoi elementi.

Directory e file

Se non sapete cos’è una directory e cos’è un file siete in guai molto, molto seri. In Occidente è richiesto che si sappia cosa sono questi due oggetti per ottenere la cittadinanza, così com’è richiesto di parlare la lingua locale. Prima che la temibile Polizia Padana si accorga di questa vostra gravissima carenza e vi rispedisca nel medioevo, leggete queste pagine di Wikipedia:

http://it.wikipedia.org/wiki/File

http://it.wikipedia.org/wiki/Directory

E fatevi anche una cultura sui vari “file compressor”. Li dovrete usare per forza per consegnare il vostro “malloppo” via email a chi dovrà impaginarlo.

http://it.wikipedia.org/wiki/ZIP_%28formato_di_file%29

Colmate queste due lacune, sappiate che chi scrive per i giornali (o scrive libri) raccoglie il proprio materiale in questo modo sul disco fisso:

directory_principale

|—- documento_principale

|—- directory_immagini

|———- immagini

|———- grafici_ed_altra_roba_non_testuale

Questa roba è un “directory tree” e solitamente viene compresso ed archiviato in un unico file ZIP (o tar.gz) prima della consegna. Per questo dovete sapere cosa sono directory, file e file compressi.

In ogni caso, NON usate spazi bianchi, accenti, segni di punteggiatura ed altre schifezze all’interno dei nomi di file. Creano una serie infinita di problemi quando si passa da una piattaforma all’altra. Usate solo testo inglese od italiano (comunque senza le lettere accentate) e segni di underscore (“_”) o di “hyphen” (“-”).

Un BUON nome di file è: “questo_e_un_buon_nome”

Un PESSIMO nome di file è: “Questo è un pessimo nome.”

Come linee guida, ricordatevi che i nomi di file e directory sono solo “etichette” che il computer usa per classificare la vostra roba, non articoli di giornale in cui spiegare la differenza di pensiero tra Hegel e Kant. Sedici caratteri (16) dovrebbero essere sufficienti.

Indici, sommari e note

Tutti i wordprocessor (si, proprio TUTTI, anche il vostro) sono in grado di generare automaticamente sia il sommario (“indice generale”) che l’indice (“indice dei nomi”). È sufficiente usare nel modo corretto gli stili ed azionare gli appositi comandi. Come sempre, leggete la guida in linea del vostro programma.

È importante che vi ricordiate di segnalare al wordprocessor i nomi e le altre voci che devono entrare a far parte dell’indice mano a mano che li scrivete. Farlo dopo è pesante, noioso e produce errori.

Tutti i wordprocessor sono anche in grado di gestire le “note a piè di pagina”. Queste, però, sono spesso fonte di interferenze con il processo di impaginazione e stampa per cui dovete chiedere prima al vostro redattore/impaginatore come dovete comportarvi su questo punto.

Gli eBook PDF

Generare un eBook in formato PDF è ormai un processo banale: basta attivare la voce “Stampa” → “Stampa su file….” → PDF del vostro wordprocessor. Se questo è il vostro obiettivo finale, potete prendere le vostre decisioni in piena autonomia per quello che riguarda gli stili, gli indici, i sommari e via dicendo. Il vostro wordprocessor vi fornisce tutti gli strumenti necessari per gestire tutti questi elementi in modo automatico ed il formato PDF li può conservare all’interno del prodotto finito nel migliore dei modi. Sta solo a voi farne buon uso.

Con OpenOffice Writer ed il suo filtro PDF integrato potete ottenere senza fatica un PDF piuttosto elegante, con testo (strutturato e formattato in vari modi), immagini, grafica, indici, sommari, note a piè di pagina, header, footer e copertina. Tutto questo gratis.

Può essere necessario fare qualche esperimento ma, come potete capire, ne vale la pena.

Gli eBook ePub

Per generare un eBook in formato ePub, magari protetto da DRM, leggete questo mio vecchio articolo:

https://alessandrobottoni.wordpress.com/2010/10/08/guida-alleditoria-digitale/

Oltre le basi

Se volete diventare dei veri esperti, provate a leggere le sezioni della guida in linea del vostro wordprocessor che riguardano la gestione delle revisioni (“modifiche”) e la gestione delle versioni. Scoprirete che esistono strumenti appositi per tenere traccia di tutte le versioni successive di uno stesso documento. Scoprirete che è possibile tornare ad una vecchia versione in qualunque momento, se necessario. Scoprirete anche che esistono strumenti appositi per inserire delle modifiche e per apporre delle note ad un documento durante una rilettura, così come esistono strumenti appositi per accettare o rifiutare le proposte di modifica. Insomma, anche il più brutto dei wordprocessor, al giorno d’oggi è molto più di quello che sembra.

Conclusioni

Non avvicinatevi al mondo dell’editoria (su carta o su file) senza aver prima raccolto le informazioni del caso ed aver preso le decisioni che sono necessarie. Se è la vostra prima volta (tesi di laurea, primo libro, primi articoli, etc.) parlate con chi lo fa già da tempo e prendete accordi con chi dovrà poi impaginare e pubblicare il vostro prodotto.

Un minimo di studio e di pianificazione vi faranno risparmiare una enorme quantità di tempo e di soldi.

Alessandro Bottoni

L’immagine di copertina è un esempio di cosa si puà fare con Quark Xpress e proviene da qui: flickr.com/photos/perryej/95927348/sizes/l/ .

Comments
4 Responses to “Note di redazione”
  1. lucapost scrive:

    Per la tesi e tutto il resto utilizzo vim e latex, se ho bisogno di tenere una cronologia delle revisioni c’è git.

    OpenOffice lo utilizzo solo per convertire formati propietari in pdf quando sono offline, per il resto gli strumenti di google-docs sono a me sufficienti.

  2. kingofgng scrive:

    Uhm… In realtà la dicitura “post” non è che faccia poi così schifo :-P Ok, è molto “americana” come cosa. ma a me non dispiace usarla perlomeno sul mio blog personale….

    Poi io sostituirei “directory” con “cartella”, visto che con l’avvento delle GUI grafiche e di Win95 il primo è caduto praticamente in disuso :-P

  3. lordmax scrive:

    Hai bisogno di aiuto?
    Io sto cercando di creare un editor epub via browser. ^__^

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