I mulini a vento, Don Chisciotte e la Legge Levi

bookstore

Esiste un intero movimento di piccoli editori che vorrebbe imporre un limite (il 15% nelle librerie ed il 20% online) agli sconti che le grandi catene (Feltrinelli, Mondadori ma anche Coop ed Auchan) possono praticare sui libri. Leggete questi articoli e visitate questi siti per i dettagli:

http://leggesulprezzodellibro.wordpress.com/

http://home.edizioninottetempo.it/notizie/lettera-mulini-a-repubblica/

http://www.booksblog.it/post/5484/la-chiusura-delle-librerie-indipendenti-e-la-politica-dello-sconto-sui-libri

http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/373586/

http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/la_battaglia_per_prezzo_fisso_libro260710.html

http://www.unita.it/news/104123/il_libro_e_la_sua_legge

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/09/11/salvate-il-piccolo-libraio.html

http://www.liberilibrai.it/index.asp

http://fidarelibri.blogspot.com/2010/07/fidare-pubblica-proteggere-il-libro.html

Esiste anche un movimento che vorrebbe limiti ancora più restrittivi, soprattutto in termini di promozioni e saldi. Quest’ultimo si chiama “I mulini a vento” ed è composto da piccoli editori che si dichiarano insoddisfatti della cosiddetta Proposta di Legge Levi che è in discussione in questi giorni al Senato. Costoro vorrebbero limitare gli sconti possibili addirittura al 5% (mentre Amazon pratica sconti che vanno già adesso dal 30% al 70%)

Mi dispiace ma questa volta (tanto per cambiare) mi tocca vestire i panni di Don Chisciotte. Questa proposta di legge, infatti, mi risulta molto, molto indigesta.

Per capire le mie posizioni, provate a porvi questa domanda:

“Esiste una ragione per cui io, come lettore, come consumatore e come cittadino, dovrei rinunciare (per legge) ad uno sconto ulteriore (diciamo il 30% invece del 20%) solo per impedire che alcune centinaia di librerie indipendenti siano costrette a chiudere i battenti?”

Personalmente, ho analizzato diverse possibili motivazioni e la mia risposta è sempre stata “no”.

Vediamo insieme quali potrebbero essere queste possibili ragioni.

Censura

Francamente, al giorno d’oggi lamentarsi di una possibile censura è piuttosto ridicolo. L’offerta di mezzi di comunicazione è talmente vasta da rendere quasi impossibile la censura di questo o quell’autore. Persino ora, dopo quasi vent’anni di neofascismo, con il sultano che controlla, direttamente o indirettamente, sei canali televisivi su sette (otto su dieci o dodici se consideriamo il digitale terrestre), decine di giornali e svariate radio, è ancora possibile leggere critiche feroci al governo su testate come Il Fatto Quotidiano e su migliaia di blog.

Se questo è ancora possibile nel delicatissimo settore della politica, figuriamoci negli altri. Non è possibile sostenere che la scomparsa di questo o quel canale distributivo possa essere motivo di preoccupazione da questo punto di vista.

Mai come oggi chi ha qualcosa da dire può dirlo liberamente ed in modo incontrollato. Provate solo a leggere qualcuno dei blog che trovate in rete.

Per questo sostenere che i piccoli editori e le librerie indipendenti rappresentano un baluardo contro la censura è francamente risibile. Questi “enti” hanno certamente dei meriti ma non questo.

Visibilità

Semmai, è possibile lamentarsi di una diminuzione della visibilità (già molto scarsa) per gli autori meno graditi al mondo “main stream” (vuoi perché meno commerciali, vuoi perché politicamente e culturalmente scomodi).

Da questo punto di vista, però, le librerie e gli editori indipendenti possono fornire solo un aiuto veramente minimo. Non è certo nella libreria “alternativa” che le idee “scomode” possono trovare il vasto palcoscenico di cui avrebbero bisogno. In quegli spazi possono trovare un pubblico di nicchia che, per definizione, raccoglie idee di nicchia e comunica con altre persone di nicchia. Le masse sono altrove.

Un posto dove stanno le masse è, ad esempio, il web (ma non solo il web). Qui devono stare gli autori, gli editori ed i distributori che cercano visibilità. Ci devono stare con le loro pagine pubblicitarie e con i loro negozi virtuali. Il negozio da 16 metri quadri all’angolo della strada è ormai irrilevante a questi fini.

Democrazia editoriale

Non ha nemmeno molto senso parlare di perdita di “democrazia editoriale” intesa, cioè, come la possibilità per tutti gli autori di pubblicare. Non esiste il concetto di “pari opportunità” o di “pari diritto alla pubblicazione” in ambito letterario o saggistico. Qualunque autore deve comunque lottare per trovare un editore e per emergere.

Il fatto che esista una vasta rete di editori e di librerie indipendenti è una risorsa fondamentale per l’autore in cerca di fama ma resta il fatto che questo è un fenomeno sociale e commerciale regolato dalle solite leggi di mercato.

Urlare allo scandalo perché i piccoli editori e le librerie indipendenti chiudono ha poco senso, almeno finché si resta all’interno di un’economia di mercato. Piuttosto, ha senso organizzarsi per pubblicare e distribuire in modo consono all’evoluzione del mercato.

Questo è esattamente ciò che fanno quegli editori, quei distributori (librai) e quegli autori che guardano con sempre maggior interesse al mondo degli eBook ed a forme alternative di editoria (Print-on-Demand e cose simili).

Se si vuole dare un’opportunità a tutti gli autori, il veicolo giusto è un sistema di print-on-demand come Lulu.com, non una rete di librerie o di editori indipendenti.

Democrazia

Non ha senso nemmeno parlare di perdita di democrazia. Ci può essere perdita di democrazia quando c’è una perdita nella pluralità delle voci che affollano il nostro panorama informativo.

In un modo dominato da Internet e dal web, è fuori luogo parlare di perdita di democrazia per la chiusura di uno dei vari canali distributivi tradizionali (spesso obsoleti e marginali).

Come ho già spiegato in precedenza, mai come oggi chi ha qualcosa da dire può dirlo liberamente a tutto il mondo.

Semmai, il problema è dire cose in cui i cittadini ed i lettori possano riconoscersi.

Occupazione

Questo credo che sia il punto che merita davvero la nostra attenzione: la chiusura di migliaia di librerie indipendenti comporterà la perdita di migliaia di posti di lavoro, oltretutto relativamente “pregiati” (molti “commessi” sono laureati in materie umanistiche e farebbero/faranno una fatica enorme a trovare un’altra occupazione analoga).

A questo proposito, vi dico subito che, personalmente, sono dispostissimo a farmi carico di queste persone attraverso le mie tasse, l’INPS e gli altri enti che provvedono agli “ammortizzatori sociali”. Sono molto meno disposto a farmi carico di intere aziende che non hanno nessuna speranza di sopravvivere all’evoluzione naturale del mercato.

Questo perché il socialismo (perché di socialismo si tratta) ha senso solo se la solidarietà si fa carico di individui, non di aziende. Noi, società, ci facciamo carico delle tue difficoltà di individuo (da qui il termine “socialismo”). Non può essere che noi, cittadini, ci facciamo carico delle difficoltà di un’azienda, magari gestita in modo criminale.

Voi tutti ricorderete, con una certa dose di rabbia impotente, cosa è successo qualche anno fa con il crollo del sistema finanziario americano: soldi a palate alle banche per impedire che con il loro crollo trascinassero nell’abisso intere nazioni. Sono sicuro che anche voi, come me, non volete più trovarvi a dover pagare i conti lasciati in sospeso da questo o quell’imprenditore (in buona od in cattiva fede).

Impresa

Se poi vogliamo parlare di impresa, qualcuno mi deve spiegare per quale ragione dovremmo preoccuparci della chiusura di una libreria indipendente più di quanto ci preoccupiamo per la chiusura di un laboratorio tessile.

In cosa, esattamente, una libreria sarebbe peculiare, da questo punto di vista? Quale sarebbe il suo apporto particolare al mondo delle imprese od alla nostra cultura imprenditoriale?

Si tratta forse di qualcosa di simile ad una bottega di liutai? Ad un’antica fonderia artistica? Nessuna di queste imprese “patrimonio dell’umanità” prende un soldo di aiuto dallo Stato. Perché le librerie indipendenti dovrebbero essere diverse?

Tradizione

Ha senso mantenere aperta una libreria solo perché rappresenta una tradizione? A livello individuale, forse si. La piazza di molte città italiane perderebbe molto del suo fascino se uno squallido McDonald’s prendesse il posto dell’antica libreria.

Ma a livello nazionale è un tesoro arduo da difendere.

Chi paga l’affitto? Chi paga i dipendenti? Non è possibile tenere in piedi un’azienda solo perché rappresenta una tradizione.

Una tradizione ha senso solo finché c’è qualcuno disposto a pagare per tenerla in vita. Dopo di questo, diventa una foto ingiallita sulle pagine di un libro di storia. A questo bisogna sapersi rassegnare.

Cultura

Le librerie indipendenti fanno cultura? Ne fanno di più di altre realtà? Più delle grandi catene, come Feltrinelli e Mondadori? Più della TV? Più di Internet?

Almeno, ne fanno di diversa? Una cultura che non si possa trovare da Feltrinelli, sul digitale terrestre o sul web?

Francamente, mi è difficile dare una risposta positiva a queste domande.

La cultura non abita in questa o quella parrocchia. Sta dove nasce e dove trova terreno fertile per crescere.

La cultura permea la nostra società indipendentemente da questa o quella modalità distributiva. È un fenomeno, appunto, culturale. Dipende dalla sensibilità delle persone, dalle loro idee e dalle loro abitudini. Abitudini, idee e sensibilità che sono plasmate dai mezzi tecnici del momento (internet ed il web ora come la stampa a caratteri mobili secoli fa).

La cultura sta dove sta la gente: anche da Feltrinelli, anche sul web, anche sul digitale terrestre.

Conclusioni

Non esiste nessun reale motivo per considerare le librerie indipendenti come una specie a rischio di estinzione. O, per essere più precisi, non esiste nessun reale motivo per sentirsi in obbligo di lottare contro la loro (inevitabile) estinzione. Si tratta semplicemente di una naturale evoluzione del mercato.

Soprattutto, non esiste un solo motivo al mondo per cui noi, lettori e consumatori, si debba essere costretti per legge a sostenere economicamente delle aziende in perdita e che non hanno nessuna speranza di sopravvivere senza il nostro obolo forzoso.

Se qualcuno si sente in obbligo di soccorrere questi panda dell’economia non deve far altro che recarsi in una delle molte librerie indipendenti che ancora resistono e comprare a prezzo pieno uno o più libri, possibilmente di autori semisconosciuti e pubblicati da editori indipendenti.

Io, per quanto mi riguarda, voglio il mio sconto e lo voglio al massimo livello che l’economia di scala può permettere. Il 30% è meglio del 15%. Il 70% è meglio del 30%.

Considerate che nel 2009 ho comprato una ventina di libri (tutti online) solo nello scomparto “manualistica tecnica” (roba di informatica) (più circa altrettanti in altri “scaffali”). Ad un prezzo medio di circa 30 €, sono qualcosa come 600 €. Con questa cifra molte persone vanno in vacanza. Lo sconto medio che applicano i distributori online (Amazon e simili) è del 30%, per cui si risparmiano circa 200 € l’anno, cioè quanto il costo di un piccolo smartphone. Se passerà, com’è quasi certo, questa ennesima legge proteggi-orticello all’italiana, l’anno prossimo ci rimetterò altri 60 € che vanno a sommarsi ai 150 € di aggravi su luce, gas ed acqua, ad altri 200 € (se siamo fortunati) sulla benzina e via dicendo.

Si, perché il limite di sconto si applicherà a tutti i rivenditori: “fisici” ed online, italiani e stranieri. Addio quindi ai mega-sconti a cui ci siamo ormai abituati.

Francamente, sono un po’ stanco di mantenere gente che nemmeno conosco sulla base di ragionamenti che non condivido.

 

Alessandro Bottoni

 

L’immagine di copertina proviene da qui: geograph.org.uk/photo/231848 ed è CC .

Comments
One Response to “I mulini a vento, Don Chisciotte e la Legge Levi”
  1. lordmax scrive:

    Concordo in pieno con te… e ricordo con nostalgia quando mi hanno chiesto di uscire durante una conferenza della piccola editoria proprio perché chiedevo perché avremmo dovuto pagare per mantenere delle aziende incapaci di crescere. ^__^

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: