Internet e Oliver Twist

desert

Ancora una volta si discute sul fatto che Internet sia più incline a far comunicare tra loro le persone o ad isolarle:

http://vitadigitale.corriere.it/2010/10/oliver-twist-internet-fast-company.html

http://www.fastcompany.com/1697711/explain-the-internet-19th-century-british-street-urchin-doogie-horner#self

L’articolo de Il Corriere termina con questa brillante osservazione:

“Il ragazzo vestito di stracci pare aver compreso perfettamente. Forse anche troppo. “Non sembra tanto uno strumento destinato a mettere le persone in connessione tra loro, quanto a isolarle dal mondo”. ”

Quale Internet?

Innanzitutto, sarebbe interessante sapere di quale Internet stiamo parlando.

Il World Wide Web? E quale parte del web? Forse Facebook? Forse Twitter? O Wikipedia? O forse stiamo parlando delle chat (IRC) e dei sistemi di instant messagging (MSN, Jabber, etc.)? O forse stiamo parlando della posta elettronica? O dei web forum? O forse ancora stiamo parlando dei servizi professionali come www.e-lance.com ? O delle banche come Fineco e Banca Sella? O dei servizi di geolocalizzazione? O dei quotidiani come Repubblica e Il Corriere?

Insomma, quale di queste Internet sarebbe responsabile dell’isolamento dei suoi utenti?

Internet, come dice il nome, è una rete di reti (inter-net). Si basa su una tecnologia di rete standard (lo stack TCP/IP) che è composta da decine di protocolli ed è in grado di fornire migliaia di servizi diversi. Su queste basi tecniche, milioni di aziende in centinaia di paesi forniscono letteralmente miliardi di servizi diversi a miliardi di persone.

Quale di queste aziende sarebbe responsabile dell’isolamento di quale utente ed attraverso quale servizio si sarebbe portato a termine questo crimine?

La totale idiozia di certe accuse dovrebbe apparire in tutta la sua accecante evidenza già a questo punto.

A cosa serve Internet?

Ma possiamo andare oltre. Il vero problema è che una parte degli “osservatori” (cioè i nostri giornalisti, certi genitori, alcune associazioni, etc.) non riescono a rispondere in modo razionale a questa seconda domanda: a cosa serve Internet?

Per rispondere, ci si può mettere per un istante nei panni della gente che, come me, su Internet cerca di creare delle attività (nella spesso malriposta speranza di ricavarne qualche utile economico). Chi mette in piedi un servizio (un sito web, un sistema di IM, un server di storing, etc.) deve coprire delle spese (diciamo da qualche centinaio di euro al mese a qualche milione). Se non riesce in questo tentativo, chiude. Bisogna quindi immaginare che qualcuno (un utente finale, un investitore, uno sponsor) sia disposto a pagare per accedere a quel servizio e/o per tenerlo in vita. Non può trattarsi di un’attività senza alcuno scopo o sgradita alla totalità della popolazione. Per qualcuno deve avere un senso ed un valore.

Basta guardarsi attorno per capire che è proprio così: Internet continua ad esistere proprio perché offre dei servizi ad un pubblico ed almeno una piccola parte di questo pubblico li trova abbastanza interessanti da coprirne i costi.

Internet serve ad offrire dei servizi ad un pubblico. Servizi come l’home banking, i sito porno, le chat, i blog, i quotidiani e via dicendo. Per ognuno di essi esiste una “audience” che ne copre i costi, in un modo o nell’altro.

Quindi Internet NON serve ad isolare questa o quella persona. NON serve nemmeno a renderla meno isolata. Il mestiere di Internet è un altro, completamente diverso. Non c’entra assolutamente niente con l’autismo o con la socializzazione.

Per essere più precisi, la comunicazione umana (posta elettronica, web forum, Instant messagging) ed il supporto alla socializzazione (social networking) sono solamente alcuni dei milioni di servizi che Internet può offrire. Chi opera sulla rete li guarda con lo stesso sguardo distaccato con cui guarda a qualunque altro servizio, come lo storing di dati. Non c’è nulla di speciale in questi servizi dal punto di vista economico, tecnico od operativo. Sono servizi come milioni di altri. Vanno gestiti con attenzione come molti altri (si pensi all’home banking) ma nulla di più di questo.

Se si comincia a guardare ad Internet per quello che è (cioè un “media”, uno strumento, che permette di dare vita ad un “mercato”) tutto ritorna ad avere le giuste proporzioni.

Internet è un immenso mercato che offre milioni di cose radicalmente diverse l’una dall’altra. Non è tecnicamente possibile che siano tutte buone o tutte cattive nello stesso momento.

Internet è soprattutto una opportunità. Ciascuno la sfrutta nel modo che ritiene più opportuno (o come riesce). C’è chi riesce a vedere in essa solo i siti porno e passa il tempo a masturbarsi ma c’è anche chi vede in Internet uno strumento per sommare competenze diverse e produce in questo modo oggetti sorprendenti come Linux ed il software GNU. Non siamo tutti uguali e non facciamo le stesse cose.

A chi si rivolge Internet?

Ovviamente, questo ci porta alla terza domanda a cui questi “osservatori” non sanno rispondere: a chi si rivolge Internet?

Davvero si rivolge a tutti? Ad ognuno attraverso un servizio diverso?

No.

Internet si rivolge a quelle persone che sanno vedere in essa un’opportunità. Ovviamente, si tratta di un’opportunità diversa per ogni persona ma questa “visione” deve esistere, diversamente si va a fare altre cose.

Ognuno di noi ha a che fare quotidianamente con decine di persone che proprio non sanno che farsene di Internet. Gente che ha l’ADSL solo perché gliel’hanno fornita insieme a qualche altro servizio telefonico ma che non risponde mai alla posta elettronica. Gente che non viene nemmeno sfiorata dal pensiero di cercare una risposta al dubbio del momento su Wikipedia. Gente che va in banca di persona, compila moduli con la penna e tormenta il cassiere con le domande più ovvie.

Questa gente semplicemente non riesce a vedere nulla di interessante in Internet e nei miliardi di servizi diversi che essa può offrire.

Internet NON si rivolge a questa gente. Si rivolge invece a persone che hanno una “forza motrice” personale di qualche tipo. Non importa se si tratta della semplice curiosità dello studioso o dello spirito di intraprendenza dell’imprenditore. Deve essere gente che sa dare un senso ed uno scopo a ciò che si trova davanti senza bisogno di aspettare che sia qualcun altro a spiegarglielo.

E quindi torniamo al punto di prima: ogni individuo trova in Internet ciò che cerca, magari ciò che stava cercando da decenni. Non vi trova nulla di diverso da questo. Non potrebbe, perché le altre cose, cioè le altre opportunità, non è in grado di vederle.

Conclusioni

Siamo sicuri, allora, che abbia ancora senso scrivere articoli come quello apparso su Il Corriere? Siamo sicuri che abbia senso continuare a discutere di Internet (o di qualunque altra cosa) in questo modo? Siamo sicuri che le categorie da usare per classificare Internet (ed il mondo) siano proprio queste?

Davvero Internet ci deve apparire come un deserto desolato? O questo deserto esiste solo nella testa dei giornalisti che la descrivono?

 

Alessandro Bottoni

La foto proviene da Fotopedia: fotopedia.com/items/rv2k2-oVnDDOJ9daQ#

Comments
One Response to “Internet e Oliver Twist”
  1. kingofgng scrive:

    Ma soprattutto: siamo sicuri che leggere ancora il corriere dei “ma anche”, delle infinite leccate al nano pornomane, della marcegaglia, di marina berlusconi e di altri “mostri” della finanza sia ancora un’attività degna del tempo di una persona anche moderatamente intelligente? :-P

    P.S.Direi che manca una doverosa citazione a uno dei servizi che su Internet più “pesano”, a livello di traffico, e cioè il P2P.

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