Dopo l’iPad

Com’era facilmente prevedibile, l’arrivo dello iPad di Apple ha finalmente mosso le stagnanti acque dell’editoria digitale. Vedi:

Libro digitale, lo standard da riscrivere

Amazon vs. Apple Be Damned: Publishers Pine for Universal E-Book Format

“Tutti giornalisti”, un’idea da cento milioni di dollari

http://www.associatedcontent.com/

Qualche doverosa considerazione:

Gli eBook? Roba vecchia!

Come continuo a ripetere da anni, gli eBook sono tecnologicamente morti da almeno dieci anni, cioè da quando sono apparsi i primi wiki ed i primi siti UGC (User Generated Contents). Il modo “giusto” di pubblicare qualcosa, al giorno d’oggi, è il web, non un file di testo impaginato da scaricare (PDF e simili). Questo perché è il web che permette di sfruttare fino in fondo le doti delle tecnologie disponibili, non un’altra tecnologia. Se viene pubblicato qualcosa sotto forma di sito web (magari consultabile offline, come avviene con Google Gears), ogni altro concorrente in formato eBook è destinato a venire sistematicamente ignorato (soprattutto se il sito è gratuito e l’ebook è a pagamento).

Non a caso, la principale differenza tra lo iPad di Apple (che ha avuto un successo senza precedenti) ed i vari eBook-reader che lo hanno preceduto (e che sono stati sostanzialmente ignorati dal pubblico) è la possibilità di collegarsi ad Internet e di consultare siti web.

L’unica ragione che mantiene in vita gli eBook è la speranza (del tutto mal riposta) che hanno gli editori di poter usare questa tecnologia per continuare a blindare i loro materiali e farsi pagare per i contenuti che producono. Purtroppo, gli eBook NON sono in grado di garantire la protezione dei contenuti più di quanto lo possano essere i siti web. C’è persino qualcuno che ha già capito questa cosa: Tim O’Reilly, titolare di O’Reilly Publishing, che ha lanciato il suo servizio “Safari”:

http://en.wikipedia.org/wiki/Safari_Books_Online

http://www.safaribooksonline.com/Corporate/Index/

Aspettiamo pazientemente che il mercato spieghi agli altri editori come stanno realmente le cose…

Uno standard unico per gli ebook? Si, grazie!

Ovviamente, uno o più standard per gli eBook sono necessari. Non è detto che debba esisterne uno solo, visto che c’è sicuramente spazio per due o tre standard alternativi, come avviene con i file audio e video, ma di sicuro bisogna superare la situazione attuale in cui ogni editore usa il suo formato proprietario e non esiste nessun genere di convertitore tra un formato e l’altro (a causa dei sistemi DRM utilizzati).

In realtà, il formato standard esiste già da circa vent’anni: PDF di Adobe. Questo formato sarebbe facilmente adattabile alle esigenze degli editori se solo si volesse farlo. Purtroppo, però, ogni grossa azienda vuole avere il suo standard, nella speranza che diventi “lo” standard e gli consenta di dominare il mondo come ha potuto fare per decenni Microsoft grazie al formato .doc di Word.

Inutile dire che si tratta della ennesima speranza mal riposta.

Uno standard di sicurezza? Speriamo… ;-)

La situazione si fa più interessante quando si comincia a parlare di uno standard unico per la sicurezza, intesa ovviamente come sicurezza anticopia, cioè come un sistema DRM universale.

Come “pirata” posso solo sperare ardentemente che venga davvero adottato uno standard unico per la protezione anticopia, magari seguendo la solita logica chiusa e proprietaria che le grandi aziende hanno sempre seguito in questi casi. Voi tutti ricorderete infatti l’inespugnabile sistema anticopia che avrebbe dovuto proteggere i DVD, cioè il famoso CSS. Oppure i vari sistemi anticopia proprietari che sono stati sviluppati (e crackati) nel corso degli anni per i file audio e per i videogame.

Tutti questi sistemi (ma proprio tutti) sono stati violati mesi, settimane, giorni o persino ore dopo il primo rilascio, regalando ai “pirati” enormi quantità di materiale sprotetto da far circolare sulle reti P2P. Sviluppare un sistema di sicurezza in modo segreto, infatti, è il modo migliore di NON vedere le sue falle. Quando viene immesso sul mercato, i cracker hanno quindi gioco facile a violarlo. È quella che viene chiamata “security by obscurity”, cioè “sicurezza attraverso la segretezza” e, come è noto, ha sempre dato una prova assolutamente pessima delle sue qualità.

Journalist Generated Journalism

C’è un aspetto che molti giornalisti dimostrano di non capire quando esaminano dei progetti come Associated Contents: gli editori di questi siti di Citizen Journalism NON sperano affatto di attirare verso i loro siti dei normali cittadini. La loro speranza è quella di attirare verso le loro piattaforme dei GIORNALISTI, magari dei giornalisti in erba, ancora non affermati, oppure delle “voci scomode”, stanche di lavorare per degli editori che non concedono loro lo spazio necessario, ma certamente dei professionisti.

Al giorno d’oggi non ha più senso che un giornalista bravo (come Marco Travaglio, per fare un esempio) lavori all’interno di una redazione. Non è la redazione o l’editore a dare qualcosa a lui, piuttosto è il giornalista bravo a dare qualcosa alla redazione ed all’editore. Gli editori dei vari siti di Citizen Journalism hanno capito bene questa cosa ed hanno buttato il loro amo. È facile prevedere che molti giornalisti che, per una ragione o per l’altra, si trovano a disagio nei circuiti tradizionali finiranno per lavorare su queste nuove piattaforme, trascinando al successo l’intero sito (e finendo per venire pagati più di quanto si creda dietro le quinte proprio da questi nuovi editori).

Lo scopo di questi editori è quello di fondare nuovi giornali senza avere tutti gli oneri finanziari e legali degli editori tradizionali. Restano però editori professionisti che cercano giornalisti professionisti.

Alessandro Bottoni

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