(Dis)Occupazione

Notizia di oggi: quasi il 30% dei giovani risulta disoccupato:

“Disoccupazione giovanile. Preoccupante il dato che riguarda i giovani. Il tasso di disoccupazione nella popolazione tra 15 e 24 anni è pari ad aprile al 29,5%, con un aumento di 1,4 punti percentuali rispetto a marzo e di 4,5 punti percentuali rispetto ad aprile 2009.”

[Da: http://www.repubblica.it/economia/2010/06/01/news/istat_disoccupazione-4486029/ ]

Forse è ora che qualche cinquantenne vi racconti alcune cose che, evidentemente, gli specialisti del settore non hanno l’onestà intellettuale di raccontarvi.

Il prodotto sbagliato

Lo scopo principale di molti giovani resta quello di ottenere un “posto fisso”, cioè di farsi assumere da un’azienda pubblica o privata, possibilmente abbastanza grossa da poter resistere ai marosi dell’economia di libero mercato.

Questo comporta inevitabilmente che ci si debba rendere appetibili agli imprenditori e/o alla pubblica amministrazione. Sappiamo come funziona il “recruitment” nella pubblica amministrazione quindi non perdiamo tempo a discuterne in questa sede.

Se, d’altra parte, si osserva il mondo dell’imprenditoria privata, c’è un elemento che dovrebbe ormai saltare agli occhi di qualunque osservatore: i nostri giovani continuano erroneamente a credere che un ipotetico datore di lavoro li assumerebbe sulla base delle loro competenze professionali (laurea, certificazioni, esperienza, etc.). Questo è palesemente falso.

Basta vivere il tempo di uno stage semestrale in una qualunque azienda (non solo italiana) per capire che la stragrande maggioranza degli imprenditori, specialmente i piccoli imprenditori e le aziende a conduzione familiare, non vogliono assolutamente avere tra i piedi delle persone che, grazie alla loro formazione, siano in grado di mettere in discussione il loro operato. Meno che mai, sono disponibili ad assumere dei manager di medio od alto livello con queste caratteristiche.

Queste aziende vogliono degli operatori (od operai) che si limitino ad eseguire ciecamente i loro ordini, soprattutto se sono in gioco aspetti cruciali della vita aziendale, come le scelte di business, di progettazione dei prodotti e gli aspetti finanziari. Vogliono degli “yesman” che si limitino a legare il cavallo dove dice il padrone senza assolutamente far sentire la propria voce. Di conseguenza, “qualità” come la preparazione scolastico/accademica, la competenza tecnica, le doti comunicazionali e cose simili si trasformano in evidenti handicap per un candidato. Gli handicap più gravi sono l’intelligenza, la personalità e la franchezza.

Per farsi assumere dalla stragrande maggioranza delle aziende private, in realtà bisogna dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, di essere del tutto innocui, di non essere assolutamente in grado, nemmeno volendo, di mettere in discussione (e/o in imbarazzo) chi tiene i cordoni della borsa. Questo vuol dire che “doti” come l’ignoranza, l’incompetenza, la viltà, il servilismo più sfacciato e la totale assenza di idee e di personalità sono molto apprezzate in questo settore.

Come se non bastasse, la nostra economia rispecchia fedelmente la limitatezza culturale e professionale dei nostri imprenditori ed è quindi strettamente di tipo “low-tech”. In Italia si producono magliette e pomodori, non astronavi. Non c’è spazio per ingegneri o laureati di qualsivoglia genere. Ciò di cui ha bisogno la nostra industria sono operai generici (meglio se di colore, non sindacalizzati e disperati), camerieri e commessi.

Se avete la sfortuna di avere una laurea in qualche hard-science o, peggio ancora, di essere decisamente intelligenti, studiate bene una qualunque lingua straniera ed andatevene. Non voltatevi mai indietro. Qui non c’è posto per voi. Siete semplicemente il prodotto sbagliato per questo mercato.

Il cliente sbagliato

Quello che ho appena detto dovrebbe anche farvi riflettere su un altro punto: quasi certamente vi state rivolgendo al cliente sbagliato. Il cliente a cui dovreste cercare di vendere la vostra merce (cioè il vostro tempo, la vostra dedizione, la vostra competenza e la vostra preparazione) dovreste essere voi stessi, non un qualunque imprenditore. Se solo ne avete l’opportunità, forse dovreste cercare di acquisire le vostre certificazioni (diploma, laurea, master, certificazioni tecniche, etc.) per dare a voi stessi gli strumenti e la sicurezza necessari ad avviare la vostra attività personale.

La stragrande maggioranza dei potenziali datori di lavoro, là fuori, non sarà mai in grado di apprezzare le vostre doti, di valorizzarle e di trasformarle in moneta sonante, ma voi potreste essere in grado di farlo. Quanto meno, siete sicuramente più motivati di chiunque altro a riuscirci.

Ovviamente, quasi certamente non sarete mai in grado di aprire un’azienda come Smart e creare l’automobile che rivoluzionerà il mercato, ma potreste ugualmente essere in grado di mettere in piedi la vostra piccola azienda artigiana od il vostro studio di avvocato. Molto dipende dalle vostre inclinazioni personali.

Ansia da certificazione

Questo ci porta a parlare della cosiddetta “ansia da certificazione”. Mi càpita fin troppo spesso di incontrare giovani laureati che iniziano la propria presentazione con una lunga sequenza di titoli: diploma, laurea, master, certificazioni tecniche, esperienze di lavoro significative, etc.

Onestamente, se un imprenditore sentisse il bisogno di questo tipo di certificazioni (e di strumenti concettuali), farebbe in modo di acquisirli in prima persona o di farli acquisire ai suoi figli/nipoti/protetti. Come ho già detto, difficilmente accetterebbe di avere tra i piedi un estraneo che è realmente migliore di lui e che quindi può mettere in discussione il suo operato, fino al punto di metterlo in imbarazzo.

Le certificazioni hanno un senso là dove sono necessarie per ragioni legali. Un medico od un avvocato deve avere una laurea per poter esercitare e quindi ben venga la laurea. Un programmatore, però, deve semplicemente saper programmare. Non interessa a nessuno se sia laureato o meno. Interessa ancora meno se abbia conquistato questa o quella certificazione aziendale (MSCE, SCJP, etc.).

L’inutile attesa

Mi càpita spesso di vedere dei giovani che aspettano. Semplicemente, aspettano che succeda qualcosa. Aspettano in fila dietro migliaia di altri. Aspettano il concorso, il risultato del concorso, il prossimo numero del giornale con gli annunci di lavoro o semplicemente una congiunzione astrale particolarmente favorevole.

Il tempo è prezioso. È ciò di cui sono fatte le nostre vite. Buttarlo via in questo modo è un atto criminale.

Si possono fare molte cose mentre si aspetta. Si può studiare, si può pasticciare con un computer, si possono seguire dei corsi o si possono perfezionare conoscenze e capacità che già si possiedono. Una freccia in più al proprio arco non fa mai male.

Soprattutto, si può riflettere sulla possibilità di fare qualcosa senza aspettare un imprenditore disposto ad assumerci od un concorso miracoloso. Ci si può preparare a mettere in piedi una propria attività, fosse anche solo una gelateria di periferia.

Occasioni perdute

Quasi nessuno se ne rende conto ma il lavoro (e lo stipendio), oltre che una soluzione (al problema dell’affitto) è anche un’opportunità. È l’opportunità di poter spendere qualche soldino in più e qualche ora della settimana nel prepararsi al lavoro successivo, cioè quello che si sarà costretti a cercare quando l’azienda per cui si lavora chiuderà.

Se avete un lavoro, imparate a spendere una piccola percentuale dei vostri soldi nel seguire corsi, nell’acquistare libri, nell’acquistare apparecchiature e nell’imparare ad usarle.

Seguite le vostre passioni. Se qualcosa appassiona voi, quasi certamente appassiona anche altri. Esiste un mercato che gira attorno a quella passione. Di conseguenza, diventare degli “esperti” in quel settore è una competenza rivendibile. Potreste trovare qualcuno disposto a pagarvi per seguire clienti che vi assomigliano ed hanno la vostra stessa passione. Potreste essere voi stessi a mettere in piedi un’attività in quel settore.

Lezioni non apprese

Infine, una nota per chi lavora nell’IT. Il mondo hacker ci ha dato molte lezioni. Basta leggere i testi di Eric Raymond per capirlo. Una per tutte: gli hacker ci hanno insegnato quanto sia importante maturare una competenza evidente e rivendibile, come quella che si matura partecipando ad uno qualunque dei progetti open source. Molte di queste lezioni, tuttavia, sono rimaste lettera morta.

Rileggete i testi sacri e mettete in pratica ciò che imparate. Potreste essere voi i prossimi Steve Jobs od i prossimi Zuckerberger. In ogni caso, ciò che imparate potrebbe rendervi autonomi. Questo settore è ancora giovane. Non tutto è stato già inventato.

Alessandro Bottoni

Comments
7 Responses to “(Dis)Occupazione”
  1. kingofgng scrive:

    Abbastanza deprimente, devo ammettere, ma verosimile….

  2. aleritty scrive:

    Sono assolutamente in disaccordo con molto del contenuto… E’ da un po’ di tempo che noto una qualità degli articoli (ed una quantità) molto minori del periodo pre-elettorale!

  3. Giorgio scrive:

    All’inizio del dei salmi c’è una frase che mi ha sempre colpito, riguarla l’umo giusto e dice: “al convegno dei tristi non siede” (Salmo 1,1-2)
    Questa pagina francamente me la fa venire in mente. E’ una visione deprimente e limitatissima. Che non tiene conto del fatto che quelli descritti sono solo una parte dei datori di lavoro e dei lavoratori.
    Poco importa se sono percentuali alte: a me può capitare solo di voler essere così o voler essere diverso.
    Mi meraviglia che uno come Luca Sartoni sia d’accordo con una visione tanto triste, lui che è la “prova provata” che la realtà può essere diversa e che impegno e fatica pagano sempre bene.
    Certo che sarebbe più costruttivo leggere di chi si realizza, di chi con fatica costruisce piuttosto che una disanima senza pietà di chi si autocondanna al fallimento.

  4. Moreno scrive:

    quanta amara verità.

  5. Lisa Portillo scrive:

    Really great post! Honestly!

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