Martin Gardner (1914 – 2010)

Le persone che, come me, hanno una formazione tecnico-scientifica, hanno spesso un rapporto piuttosto complicato e contraddittorio con la matematica. Da un lato, è impossibile non riconoscerne la fondamentale utilità come strumento (strumento di calcolo, appunto), così com’è impossibile non restare affascinati dalle sue spettacolari capacità di estrarre significato da insiemi di dati apparentemente incoerenti. Dall’altro lato, tuttavia, si resta spesso piuttosto perplessi ed insoddisfatti di fronte alla sua impredicibilità. “Data una nuova classe di problemi, esiste una “tecnica” che permetta di generare una nuova classe di soluzioni, od una nuova classe di strumenti di analisi adatti allo scopo, magari rozza e subottimale?” A questa domanda, purtroppo, la risposta è no. La matematica è per sua stessa natura una disciplina “incompleta” ed “episodica”. Non esiste una “tecnica” che permetta di generare “a comando” degli strumenti matematici utili ad uno scopo preciso. Molto spesso, quando un fisico od un chimico si è trovato nella necessità di affrontare una nuova tipologia di problemi, ha dovuto inventare di sana pianta un’intera nuova branca della matematica. È solo grazie al talento misterioso di questi geni che molte classi di problemi hanno potuto avere una soluzione. È così che sono nate, per esempio, l’algebra moderna e la teoria dei gruppi. Se avrete mai la sfortuna di imbattervi in una nuova classe di problemi, come è successo agli studiosi dei sistemi complessi negli anni ’60 e ’70, sarete soli di fronte alla necessità di mettere a punto gli strumenti matematici necessari per affrontarli. Se non possedete quella misteriosa dote di “talento matematico” che è necessaria, non riuscirete mai nel vostro scopo. Si può quindi capire quale senso di insoddisfazione, di sospetto e di impotenza rimanga nell’animo di noi poveri “manovali” della scienza e della tecnica (ingegneri ed affini).

Per quanto mi riguarda, per farmi superare questa sensazione di incompletezza e di insoddisfazione nei confronti della matematica è stata necessaria l’opera di uno dei più geniali divulgatori del XX secolo: Martin Gardner. Se questo nome non vi dice nulla, probabilmente siete troppo giovani per sapere che Martin Gardner è la persona che ha tenuto, ogni mese, la mitica rubrica “Giochi matematici” su Scientific American dal 1956 al 1981. Grazie alla versione italiana di Scientific American, nota come “Le scienze”, Gardner è stato molto famoso anche in Italia. Personalmente, ho avuto il piacere di leggerlo, direttamente su Le scienze, in italiano, tra il 1973/74 ed il 1981, poi ho acquistato e riletto diversi suoi vecchi articoli e qualche vecchio libro, in inglese ed in italiano, negli anni successivi.

Per sua stessa ammissione, Gardner faceva una fatica terribile a comprendere il significato profondo ed il formalismo matematico di ciò di cui scriveva. Questo lo portava istintivamente ad essere di cristallina chiarezza nelle sue esposizioni. Sapendo quali erano stati i punti difficili per lui, si premurava di renderli chiari per i suoi lettori. Questa, però, era solo metà del suo talento.

L’altra metà, molto più interessante, consisteva nella sua straordinaria capacità di cogliere il senso più profondo dei temi che trattava. E, come è noto, in matematica molto spesso il “significato” ha uno strettissimo legame con la “bellezza”. In matematica, semantica ed estetica molto spesso coincidono. Ciò che è elegante, essenziale ed autosufficiente, solitamente è anche “vero”. Gardner era un esteta. Quel tipo particolare di esteta che sa cogliere la bellezza nella regolarità e nella essenzialità di certe strutture astratte. Da questo punto di vista, era un matematico nel senso più profondo del termine.

Con i suoi articoli, Gardner ha fatto entrare l’estetica nella nostra, personale, esperienza dello studio della matematica (per i matematici di mestiere questa è la regola sin dall’antichità). L’ha fatta entrare sulla scena a pieno titolo, fornendo ad ognuno di noi la sensibilità necessaria per apprezzare l’eleganza di certe strutture formali. L’ha “divulgata” nei fatti, al di là delle semplici parole. Questa sensibilità per l’estetica ci ha finalmente permesso di superare quella sensazione di inadeguatezza di cui parlavo poco fa. L’estetica è la luce guida dei matematici (e dei fisici) da molti secoli e grazie ad essa è finalmente possibile intuire come si possa affrontare un problema del tutto nuovo (non solo matematico). Illuminata da questa luce guida, la matematica perde (quasi) del tutto il suo abituale aspetto di disciplina arida, strumentale, irrimediabilmente occasionale ed incompleta, ed assurge finalmente a strumento di conoscenza, a metodo formale di indagine, dotato di una sua logica (al più alto livello) e di una sua eleganza.

Grazie a Gardner, ad al suo “delfino” Douglas Hofstadter, molti della mia generazione hanno imparato ad amare una disciplina che fino a poco tempo prima consideravano arida ed incomprensibile. Il suo lavoro ha preparato il terreno di quei professori che, alle superiori ed all’università, hanno avuto l’ingrato compito di introdurci all’analisi, all’algebra, alla statistica e ad altre discipline.

Grazie a Gardner, molti di noi hanno scoperto che la matematica, quella “vera”, ha pochissimo a che fare con quella che ci viene abitualmente insegnata a scuola ed all’università. Ha pochissimo a che fare con il calcolo, il formalismo fine a sé stesso e la sterile memorizzazione di regole di trasformazione. Ha molto a che fare, invece, con l’uso “furbo” e spregiudicato dell’intelligenza per affrontare problemi a volte serissimi, come l’analisi dei sistemi complessi, ed a volte (quasi) puramente ludici, come lo studio delle mappe geografiche.

Martin Gardner è morto sabato scorso, 22 Maggio 2010, nell’ospedale della sua citta, Norman, nell’Oklahoma. Aveva 95 anni. In questo momento, una ricerca con Google sul suo nome e la data della morte produce quasi cinque milioni di risultati. Articoli in suo ricordo sono stati pubblicati da praticamente tutte le riviste scientifiche del pianeta, in qualunque lingua, e da migliaia di testate giornalistiche “generaliste”. Se mai ci fosse stato bisogno di dimostrare quale affetto lo abbia circondato in vita, e quale vuoto lasci dietro di sé ora, questi cinque milioni di “record” lo testimoniano meglio di qualunque altra cosa.

Alessandro Bottoni

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