Europa

Nei giorni scorsi ho fatto il quiz del “politometro” di Repubblica Online ed ho “scoperto” di essere un “euroentusiasta”. Francamente, non sono rimasto sorpreso da questi risultato. Non mi sarei candidato per le europee se non fosse così. Ma cosa so e cosa penso dell’Europa?

Leggete il seguito e lo saprete.

Il Mercato Comune

Il compito che è riuscito meglio di tutti gli altri alla Comunità Europea, finora, è stata forse la creazione di un “mercato comune europeo”. Purtroppo, però, anche da questo punto di vista il successo è stato solo parziale.

L’abbattimento delle barriere doganali ha sicuramente semplificato la vita dei cittadini e degli imprenditori europei ma è riuscito a creare un vero mercato comune solo per alcuni beni, e nemmeno quelli più importanti. Ad esempio, gran parte dei servizi più essenziali (telefonia, banche, assicurazioni, Internet, elettricità, etc.) continuano ad essere venduti su scala nazionale e si sottraggono quindi ai benefici effetti di una concorrenza e di una crescita che dovrebbero avvenire invece su scala continentale.

La EU sta facendo tutto il possibile per arrivare ad un vero “mercato comue europeo”, nei limiti di sovranità di cui dispone, e credo che debba avere tutto il nostro appoggio in questa battaglia.

Come dovrebbe essere ormai chiaro a tutti, le nostre sole possibilità di sopravvivenza economica su un mercato dominato da USA, Giappone, Cina e, presto, anche India, Russia e Brasile, consistono nell’agire di concerto con gruppi di imprese di scala almeno continentale. FIAT e Opel, come abbiamo visto, non possono sopravvivere da sole nel confronto con Toyota, Tata ed altri colossi asiatici. Possono riuscirci solo se si fondono in gruppi di scala europea.

L’Unione Europea

Il punto di vista da cui la EU ha fallito in modo più grave è stato sicuramente quello politico. La mancata approvazione della Costituzione Europea non è che il sintomo più eclatante di una perdita di entusiasmo che ha radici molto profonde.

Credo che ormai tutti i cittadini europei siano arrivati ad odiare la EU a causa delle restrizioni sul mercato agricolo e di altre cose simili. Di fatto, quasi tutti i governi hanno usato la EU come capro espiatorio a cui far approvare tutte le leggi impopolari che non avrebbero mai avuto il coraggio di proporre in patria. Ovviamente, in questo modo la EU ha perso rapidamente credibilità e sostegno, a tutto vantaggio degli orticellismi nazionalistici.

Per superare questa impasse è necessario molto più coraggio di quello di cui si sono dimostrati capaci i proponenti della Costituzione Europea. A questo punto bisogna andare avanti con chi ci sta nella creazione di un primo nucleo di vera “federazione europea” e sperare che gli altri seguano l’esempio.

La Comunità Europea

Un altro pesante fallimento della UE consiste nel non essere riuscita a creare una vera “comunità umana” europea (cioè una “società” europea). Anche se la CEE e la UE esistono da oltre mezzo secolo, noi tutti parliamo il dialetto locale (solo in qualche caso l’italiano), ci sentiamo cittadini della nostra città (solo in rare occasioni ci sentiamo italiani) e continuamo a vivere all’interno del nostro “framework” culturale locale, fatto di Pasta alla Norma o di Tortellini, di corse del Palio e di sbandieratori. Non c’è nulla che assomigli ad un “cittadino europeo” sulla faccia della terra (né, d’altra parte, esiste un “italiano” realmente tale).

Questo è un fallimento persino più pesante e più fondamentale di quello politico e richiede un’analisi dettagliata.

Una Lingua Comune

La ragione principale di questo ostinato campanilismo è l’assenza di una lingua comune. A suo tempo, la EU ha deciso di adottare uno schema molto originale, molto elegante e molto salomonico per risolvere la questione della lingua comune: invece di imporre a tutti, per legge, l’uso dell’Inglese (che era già allora lo standard de facto), ha deciso che ogni cittadino europeo dovesse parlare almeno una lingua straniera scelta tra le 15 o 20 parlate all’interno dell’unione.

In questo modo, magari si riesce a parlare con uno svedese grazie all’aiuto di un tedesco che parla inglese e svedese (!) e che agisce da ponte. Resta però aleatorio riuscire a comunicare con tutti in modo uniforme, semplice e diretto. Soprattutto resta impossibile accedere ai prodotti culturali degli altri paesi (TV, cinema, videogiochi, radio, etc.).

In realtà, è tempo di imporre per legge che tutti i cittadini europei studino l’inglese (proprio l’inglese, non altre lingue) fino almeno ad un livello “upper intermediate” (che è quello tipico dei tecnici dell’industria che hanno frequenti contatti con l’estero). Bisogna decidersi ad imporre l’uso dell’inglese nei documenti come prima lingua, accompagnata dalle lingue locali, e nelle università come lingua di insegnamento.

Se non vi trovate d’accordo con me su questo punto, per favore votate per qualcun altro. Non voglio avere a che fare con gente così limitata o così pigra da non riuscire a capire questa banale realtà.

BTW: Parlo dell’inglese perchè è lo standard de facto già da molti anni. Esiste già in tutta europa una struttura scolastica capillare in grado di insegnarlo su larga scala ed è una lingua che si può apprendere in tempi ragionevoli. Inoltre, è la lingua che permette di accedere ai prodotti culturali rilevanti per la vita di oggi (cinema, TV, libri, videogames, etc.). In vita mia ho studiato anche francese (7 anni, a scuola), tedesco (4 anni, presso scuole private), giapponese (1 anno, con insegnante di madrelingua), russo (1 anno, da solo), e cinese (1 anno, da solo), oltre ovviamente all’inglese (10 o 12 anni complessivi: due esami universitari, un corso triennale InLingua e vari corsi aziendali di perfezionamento). Lavoro da vent’anni a contatto con stranieri di ogni lingua e colore. Quando dico che l’inglese è la lingua giusta per questo scopo, so quello che dico.

Una Cultura Comune

L’uso di una lingua comune è necessario per creare una cultura comune europea ma non è sufficiente. Bisogna anche fare in modo che i cittadini di un paese A possano accedere ai prodotti culturali dei paesi B, C e D. Questo vuol dire usare una lingua comune ma vuol dire anche diffondere quei prodotti e renderli accessibili su scala europea.

Ormai è ora che ogni televisione nazionale inizi a trasmettere almeno una parte della sua programmazione, ed un parte dei suoi telegiornali, in inglese su tutto il territorio europeo.

Per creare una cultura comune, è importante che un programma come “la prova del cuoco” venga trasmessa anche in inglese in tutta europa, in modo che la nostra cucina diventi patrimonio comune europeo. È importante che la Svezia trasmetta uno dei suoi telegiornali in inglese in tutta europa, in modo che anche per noi italiani e per i francesi sia possibile vedere cosa succede in Svezia e riflettere sulle differenze che esistono tra un paese e l’altro. È importante che la pubblicità delle FIAT Punto vendute in Belgio a 1000 euro meno che in Italia arrivi anche qui, e sia comprensibile (e sfruttabile) almeno dalla parte più colta della popolazione. Non ci può essere una “cultura comune” se non c’è una “informazione comune” ed un comune accesso agli STESSI prodotti culturali (libri, TV, film, musica, etc.) ed agli stessi servizi (pubblicità, vendita online, etc.).

Questo vale anche per le radio, i siti internet e la produzione libraria nazionale.

Una Infrastruttura Comune

Questo vuole anche dire che è ormai necessaria un’infrastruttura comune per gran parte dei servizi di comunicazione, da Internet alle TV, alle Radio alle autostrade alle ferrovie al trasporto aereo. Tutto ciò che permette di collegare, in qualunque modo, due punti dell’unione deve essere gestito da un ente comune che ne garantisca la trasparenza e l’indipendenza.

Questo è particolarmente evidente, ad esempio, con la questione dei roaming internazionali delle compagnie telefoniche. È tempo che sia un apposito organismo europeo a stabilire come devono funzionare queste cose.

Questo, ovviamente, vale anche per i servizi: assicurazioni online, banche online e via dicendo.

Soluzioni Europee a Problemi Nazionali

Le democrazie nazionali sono giunte al termine del loro percorso evolutivo trent’anni fa. Quando Ronald Reagan è stato eletto presidente degli Stati Uniti d’America, nel 1981, è diventato evidente che i grandi gruppi di potere avevano ormai capito che la democrazia dipende in modo irrimediabile dalla popolarità e che avrebbero sfruttato questa sua vulnerabilità ai loro scopi. Solo una persona molto conosciuta può essere votata da un numero sufficente di persone da permettergli di conquistare il potere. E solo le personalità del cinema e della TV sono abbastanza popolari per questo scopo. Di conseguenza, la politica doveva scegliersi il proprio “testimonial” tra quelli disponibili ad Hollywood ed usarlo come portavoce alle elezioni. Ronald Reagan è stato questo: una “velina” ante litteram messa sulla scena da una lobby di industriali e di politici per fargli rappresentare i loro interessi.

In qualunque società tecnicamente evoluta la democrazia è ostaggio dello “show business” (cinema, TV e simili) già da molti anni.

A questo si aggiunge il fatto che l’elettorato è più sensibile alle emozioni che ai ragionamenti. Meglio appellarsi alla nostalgia e far lacrimare i veterani, come faceva Reagan, che tentare di far ragionare i giovani. Di conseguenza, è meglio avere un testimonial proveniente dal mondo del cinema, come Reagan, che uno proveniente dal mondo accademico, come Margherita Hack o Carlo Falmigni. Non a caso, nel parlamento italiano ci sono decine di personaggi dello spettacolo ma solo due o tre scienziati (e migliaia di avvocati…).

Questo meccanismo ha permesso di portare al potere il “capo dei testimonial”, cioè Berlsuconi, e di mantenercelo nonostante tutto per quindici anni. Questo insulto alla democrazia NON può avere una soluzione nazionale. Non può averla perchè chi dovrebbe decidere della soluzione è la stessa gente che ne subirebbe le conseguenze.

Lo stesso avviene per ogni altra cosa che riguardi la vita politica, a partire dagli stipendi dei parlamentari (e dei commessi di Monte Citorio…). Le stesse persone che dovrebbero decidere una riduzione di questi stipendi sono le stesse che li percepisconi. Non succederà mai.

Questi problemi nazionali ormai possono trovare una soluzione solo a livello europeo. Solo un parlamento sovrannazionale, che deve fare i conti con tutti i cittadini europei, può ristabilire un minimo di “sanità” nei parlamenti nazionali che “sgarrano”. Ovviamente, questo può avvenire solo in alcuni casi ma, per fortuna, sono i casi che ci interessano.

La famosa legge sul “conflitto di interessi” NON può essere approvata da un parlamento italiano che, come abbiamo detto, dipende proprio da esso per la sua perpetuazione nel tempo. Ma può essere imposto dall’alto da un parlamento europeo in cui le persone che dipendono da questo potere locale sono comunque una ristretta minoranza (nel resto d’Europa non si sa nemmeno cosa siano le veline). Ci si può svincolare dai lacci e laccetti locali sono agendo ad un livello di scala più ampio di quello che i lacci ed i laccetti riescono a raggiungere e ad influenzare.

Che questo meccanismo possa funzionare lo dimostra il fatto che il parlamento Europeo è riuscito a votare una legge che stabilisce uno stipendio uniforme e ragionevole per tutti i suoi membri. Può fare lo stesso con gli stipendi dei parlamentari nazionali dei vari paesi attraverso una sua direttiva.

Tenete presente che ormai l’80% della legislazione emessa dai parlamenti nazionali, come quello italiano, è rappresentata dai recepimenti su scala nazionale di direttive europee. Il vero motore legislativo e politico è già da molti anni il Parlamento Europeo. E lo è soprattutto sui temi più delicati, sui quali i parlamenti nazionali non riescono ad esprimersi.

Certo, il Parlamento Europeo e gli altri organi europei vivono del potere che viene delegato loro dai parlamenti nazionali ma è anche vero che ormai questo meccanismo è in funzione ed è difficilissimo fermarlo. Se il Parlamento Europeo decide che si fa una cosa, poco importa quanto abbia realmente il potere formale di farla. Per un governo locale diventa sostanzialmente impossibile sottrarsi alle sue richieste per evidenti ragioni di rapporto con gli altri paesi e con l’opinione pubblica.

Le vere battaglie ormai si combattono su scala continentale.

L’Hacking della UE

Come ho già detto, per molti anni la UE è stata usata come “testa di legno” a cui far varare una serie di misure impopolari che i governi locali non avevano avuto il coraggio di varare su scala nazionale. Questo ha reso estremamente impopolare la UE.

Ora però c’è un parlamento europeo democraticamente eletto (e molto meno dipendente dalla TV di quello italiano). Questo parlamento ha già dato buona prova di sé e sta rapidamente guadagnando la fiducia dell’elettorato continentale.

Non resta che alimentare questo parlamento con persone intelligenti ed oneste, scelte ovunque si trovino. Gli “hacker” della democrazia, come Berlusconi, hanno vita breve quando la platea a cui devono rispondere NON dipende politicamente e psicologicamente dalle sue televisioni.

Le “vulnerabilità” tecniche della UE non possono essere sfruttate per deresponsabilizzare i parlamenti locali se c’è un Parlamento Europeo che NON dipende da quei governi nazionali.

Il meccanismo è già in posizione, pronto a difendere i vostri diritti di cittadini e di consumatori. Fatene buon uso.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

www.alessandrobottoni.it

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: