Lavoro ed Occupazione

Su una cosa Dario Franceschini ha ragione: il vero punto centrale di questa campagna elettorale, soprattutto quella per le europee, avrebbe dovuto essere il tema del lavoro e dell’occupazione, non certo quello del divorzio di Berlusconi.

Tra l’altro, questo è un tema che mi sta particolarmente a cuore perchè, proprio in questi mesi, sto cercando di avviare una nuova azienda legata proprio alla formazione ed all’orientamento. Provo a raccontarvi qui di seguito cosa so di questo argomento e quali opinioni ho maturato su di esso.

La Fine del Lavoro

Francamente, credo che dovremo rassegnarci ad un declino progressivo e sempre peggiore nella quantità e qualità dei posti di lavoro disponibili, proprio come aveva tristemente preconizzato Jeremy Rifkin in un suo famosissimo saggio del 1994 intitolato appunto “La fine del lavoro” (http://it.wikipedia.org/wiki/La_fine_del_lavoro). in futuro, sempre meno persone avranno un posto di lavoro, questi lavoratori guadagneranno sempre meno, faranno lavori sempre più sgradevoli e saranno sempre più alla mercè del loro datore di lavoro (anche in modo molto, molto più pesante di quello che riuscite a pensare ora).

Che l’evoluzione del mercato del lavoro sia proprio questa da almeno trent’anni è un fatto evidente e non credo che meriti una dimostrazione.

Questo declino dell’occupazione NON è dovuto alla concorrenza degli immigrati, come si vorrebbe credere. C’è proprio un calo generalizzato del fabbisogno di manodopera dovuto alla saturazione di molti mercati (in primo luogo quello dell’auto).

Che fine ha fatto il sindacato?

Di fronte a questa realtà, non c’è molto che si possa fare. Il sindacato (che pure ha le sue colpe, anche molto gravi) non è in grado di reagire. Semplicemente, non ha più la forza contrattuale per farlo. Ormai è troppo facile chiudere ed aprire fabbriche nel modo e nel luogo che si ritiene più opportuno. Da questo punto di vista la globalizzazione ci ha fregato.

Ormai il sindacato può solo accompagnare la forza lavoro che rappresenta verso l’estinzione, cercando di rallentarne per quanto possibile la scomparsa. Questo indipendentemente dall’intelligenza, dalla competenza e dalla onestà dei sindacalisti di ogni livello.

Salvaguardare il poco che esiste è necessario, sia sul piano tecnico che morale, ma non basta. Non può bastare.

Tentare di ottenere ammortizzatori sociali e cose simili è sempre più difficile e comunque è solo un palliativo temporaneo. Quello che ci serve non è solo una indennità di disoccupazione (che però dobbiamo assolutamente conquistare!). Quello che ci serve è tanta, vera, nuova occupazione. Ci servono dei nuovi stipendi. Dei nuovi posti di lavoro. Roba nuova.

Dall’impiego all’autoimpiego

La prima e più ovvia ancora di salvezza per molti lavoratori ex-dipendenti è, come al solito, quella dell’autoimpiego: mi licenziano da FIAT ed allora mi metto a fare l’idraulico oppure apro un’edicola di giornali impegnando la liquidazione.

L’autoimpiego funziona bene solo finchè ci sono meno disoccupati da rioccupare delle attività di autoimpiego che il mercato può accogliere. Personalmente credo che in Italia si sia superata questa soglia verso il 1967 o 1968. Al giorno d’oggi, anche impegnando la liquidazione e la casa, non si riesce quasi mai a conquistare un posto sul mercato che fornisca un ritorno economico comparabile ad uno stipendio da operaio. Soprattutto, non si riesce a farlo al primo colpo. Ovviamente non è detto che dopo il primo fallimento ci siano ancora soldi per un secondo tentativo.

Carriere mosaico

Questa è la ragione per cui molti ex-dipendenti finiscono nel mondo estremamente variopinto delle cosiddette carriere mosaico: lavori di consulenza in cui si lavora per diversi committenti allo stesso tempo od in tempi diversi.

Questo, per inciso, è esattamente il modo in cui lavoro io stesso: raccolgo contratti da diversi committenti e costruisco uno stipendio da diverse entrate (quando ci riesco…).

Questo tipo di autoimpiego sta diventando sempre più diffuso, e lo diventerà ancora di più in futuro, perchè permette di sfruttare anche le ultime briciole di un mercato del lavoro ormai allo stremo.

Dall’autoimpiego all’impresa

Ciò che può ribaltare la situazione è il passaggio MASSIVO di centinaia di migliaia di ex-lavoratori al mondo dell’impresa. La nostra speranza consiste nel trasformare centinaia di migliaia di auto-impiegati, ridotti più o meno alla fame, in veri imprenditori. Se si riuscisse a mettere in modo una transizione della nostra società in questo senso, saremmo in grado di dare da lavorare a quasi tutta la popolazione.

Si può fare?

Si e no. Non lo si può fare senza una vera politica per la creazione d’impresa, condotta possibilmente a livello europeo (visto che il problema occupazione è gravissimo in tutta europa). Non lo si può fare senza soldi (ah, le banche, le banche…). Ma soprattutto, non lo si può fare senza idee e senza imprenditori.

Cooperative?

Mi permetto una piccola digressione: in questo momento di crisi stupisce in modo particolare il fatto che molte piccole e medie aziende, relativamente sane, non vengano rilevate dai loro stessi dipendenti e trasformate in cooperative.

Per esempio: a Corticella, poco a nord di Bologna, c’è un famosissimo stabilimento per la produzione della pasta, ancora relativamente sano, che dà da lavorare ad una ottantina di persone. La proprietà vuol chiudere (essenzialmente perchè ammodernare gli impianti costrebbe troppo e tenerli così comincia a diventare un problema) e questi 80 lavoratori rischiano il posto.

Ci sarebbe da aspettarsi che, come avviene spesso in USA, questi lavoratori tentassero di acquistare tutta o parte della proprietà e di portare avanti l’attività. In fondo, si tratta di una azienda relativamente piccola ed i soldi si potrebbero trovare.

Questo però non avviene.

Non si vedono nemmeno nascere cooperative che tentino di riempire vuoti di mercato abbastanza evidenti. Per esempio: mi aspetterei di vedere le colf e le badanti polacche organizzarsi in cooperative di assistenza ma questo avviene solo in rarissimi casi.

Una questione di credito

La ragione principale della mancata creazione di imprese e, soprattutto, di cooperative di produzione e lavoro, è la mancanza di soldi. Più esattamente, la mancanza di credito da parte delle banche.

Su questo punto, il governo italiano ed il “governo” europeo possono e devono fare di più.

In particolare, è tempo che si aprano dei canali di finanziamento diretto, dalle casse europee ed italiane ai lavoratori, senza passare dalle banche. Questo perchè le banche, come abbiamo ben visto in questi mesi, con i soldi di cui dispongono fanno di tutto tranne che finanziare la nascita di nuove imprese ed il sostentamento di quelle esistenti.

La formazione d’impresa

Il credito da solo, però, non basta. Non tutti gli ex-dipendenti possono essere degli imprenditori di successo. Molti di loro non lo possono essere in nessun caso (e, francamente, non so proprio dire come se la caveranno nei prossimi anni). Altri però lo possono diventare.

Ciò che serve è una adeguata formazione e, in senso più ampio, una cultura d’impresa.

Per molti aspetti, l’Italia NON è affatto il paese di persone fantasiose ed operose che si vorrebbe credere. Non c’è affatto nel nostro paese quella istruzione formale alla creazione d’impresa, tipicamente americana, che accompagna sistematicamente l’individuo dalle elementari all’università. I nostri imprenditori sono quasi sempre persone che sono state costrette dalla necessità a fare gli imprenditori e che hanno imparato a farlo da soli (di solito piuttosto male) per tentativi ed errori.

Nei prossimi mesi, con alcuni collaboratori, farò partire un’aziendina che, insieme ad altre cose, si occuperà anche di questo. Tuttavia, l’iniziativa privata (mia e di altri) non può salvare il paese dalla catastrofe occcupazionale. Su queste cose è necessario un serio, capillare intervento di formazione specifica diretto alle persone che hanno perso il posto di lavoro o che rischiano di perderlo. Ci vuole un intervento su scala europea.

Tra l’altro, le persone più adatte a questo tipo di attività sono quelle che hanno meno possibilità di trovare un nuovo lavoro come dipendenti, cioè gli ultra-quarantenni. La loro maggiore esperienza (ed una liquidazione più consistente) possono permettere loro di avere successo là dove un trentenne non potrebbe farcela.

La formazione del candidato

Coloro che non possono diventare imprenditori avranno, molto più di adesso, il problema di superare la selezione dei recruiter. Questo è particolarmente vero per i laureati tecnici dell’industria (ingegneri, chimici, fisici, etc.). Al giorno d’oggi, per un neolaureato è veramente difficile superare queste barriere.

Questo NON è un problema che possa essere risolto con un corso di 12 ore dopo la laurea. Questo è un problema che va affrontato con un lavoro di consulenza (di “coaching”, come amano dire nelle paestre…) sistematico che inizia a metà del liceo e prosegue fino a molto dopo la laurea. Va affrontato con corsi specifici e con delle attività di formazione dirette a costruire una personalità adatta ad affrontare il mondo del lavoro.

Mi aspetto quindi che siano le famiglie a farsene carico per dare un’opportunità in più ai loro figli. La scuola (pubblica o privata che sia) non può fare gran chè su questo tema (per una serie di ragioni che possiamo discutere a parte).

A questo punto diventa chiaro che è necessario sia creare un’offerta di questi servizi che fornire un sostegno economico alle famiglie che intendono avvalersene. Non si tratta di regalare soldi a nessuno (meno che mai alla mia microscopica nuova azienda) ma di finanziare alcuni interventi specifici, come si fa da tempo per i computer e cose simili.

Fantasia e fiducia in sé stessi

Quello che però è necessario “iniettare” nelle singole persone e nell’intero sistema è una certa quantità di fiducia in sé stessi e nelle proprie idee ed una certa dose di fantasia.

Il mercato si regge sulla possibilità di creare sempre nuovi prodotti (telefoni celllulari, netbook ma anche scarpe e tortellini) e di trovare la forza ed il coraggio di “buttarli sul mercato”.

Il boom economico degli anni ’50 è stato dovuto anche a questo: molta gente non aveva nulla da perdere (meno che mai la faccia) e si buttava nel mercato con idee a volte geniali ed a volte stralunate. Questa fantasia e questo coraggio hanno trasformato l’Italia.

Creare queste condizioni non è facile ma è possibile. Negli USA c’è una consolidata tradizione di concorsi e di premi per nuove idee imprenditoriali e nuove idee tecniche. Credo che sarebbe il caso di importare e diffondere su larga scala questo modello. La fantasia và stimolata. Il coraggio và supportato.

Il modello degli “incubatori” d’impresa ha già dato qualche soddisfazione ma và sicuramente sviluppato molto più di adesso. Per farlo ci vogliono (anche) dei soldi.

Credo che sia questa la direzione verso la quale dovremmo sviluppare i nostri investimenti, sia su scala nazionale che europea.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

www.alessandrobottoni.it

Comments
3 Responses to “Lavoro ed Occupazione”
  1. Gianni scrive:

    Analisi in gran parte condivisibile. Bisognerebbe però essere un po’ più positivi su due figure importantissime: freelance e microimprenditori. Il post le presenta comunque secondo il luogo comune (sbagliato) di RIPIEGHI di serie B, sottintendendo il secondo luogo comune (sbagliato) che lavorare in proprio SAREBBE meno sicuro del lavoro dipendente.

    Io che ho fatto il freelance, per mia scelta, per tutta la vita, posso dire che lavorare in proprio comporta SICURAMENTE degli alti e bassi di fatturato, però è PIU’ STABILE e SICURO che lavorare da dipendente: se sono dipendente può sempre capitare che mi licenzino, se lavoro in proprio è impossibile che io perda tutti i clienti contemporaneamente. Un dipendente licenziato è in una situazione di PRECARIETA’ molto maggiore di un freelance che affronta una periodica contrazione del fatturato.

    Il problema del freelance è che lo Stato Italiano lo ostacola e basta: chiede tasse in anticipo e se i clienti non pagano offre come unica risorsa per il recupero crediti un sistema giudiziario lento, farraginoso e inefficiente (almeno tre anni e, per crediti di poche centinaia di euro, sono più i costi dei possibili benefici).

  2. Lorenzo scrive:

    Ottimo post, le riflessioni sono molto interessanti e stimolanti.
    Piccolo ‘refuso’: nel capitolo “La formazione d’impresa” al quinto paragrafo compare ‘occcupazione’ con tre c.

    Auguri per le europee!

  3. Mauro scrive:

    In realtà la soluzione è semplicissima e attuabile con costi ridotti, sono i personaggi della politica che non vogliono metterla in atto per ragioni di guadagno personale.

    Qual’è questa soluzione?

    Semplice: proteggere il mercato detassando i prodotti creati da aziende Italiane con contratti di lavoro equi e tartassando (rendendo beni di lusso, in un certo senso…) quei prodotti frutto di manodopera estera, automatizzata o non in linea con i contratti sindacali.

    La soluzione c’è.
    Se poi il politico che ci rappresenta (o dovrebbe…) diventa imprenditore, è chiaro che ha tutte le ragioni per promuovere leggi che vessano il lavoratore e riducano spese e diritti a favore degli utili…

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