Lavoro, Telelavoro e Pendolarismo

All’inizio di questa campagna elettorale sono stato intervistato al telefono da Silvio Gulizia del quotidiano “Metro”, cioè il quotidiano gratuito che i milanesi trovano in metropolitana. Gulizia mi ha posto alcune domande veramente interessanti, tra cui questa:

“Ma te, come europarlamentare, che intendi fare per i trasporti, per i pendolari e per il traffico?”

In effetti, qualche ideuzza ce l’avrei…

Decentramento

Ovviamente, la parola d’ordine principale è decentramento: spostare tutte le attività che producono traffico fuori dai centri più congestionati. Ma a questo provvede già il livello astronomico degli affitti. Inutile perdere tempo su questo argomento.

Telelavoro

La mia personale esperienza di lavoro è tutta una dimostrazione delle possibilità del telelavoro. I gruppi di lavoro di cui mi sono occupato negli ultimi anni sviluppano software, creano siti web e forniscono servizi di vario tipo. La cosa interessante è che sono composti da persone che normalmente non si incontrano mai nella vita reale.

Di solito, le persone che li compongono provengono da circuiti (“mercati”) professionali su Internet, come http://www.linkedin.com/ , http://plaxo.com/ e soprattutto http://www.e-lance.com/ . Il loro lavoro è di vario tipo. Si va dallo sviluppatore di codice, al grafico, all’amministratore di sistema, fino al tecnico che fornisce assistenza telefonica o via email. Ci sono però anche persone che si occupano di attività fisiche, come la stampa e la spedizione di magliette, lo stoccaggio e la spedizione di altri oggetti o la creazione ad hoc di altri manufatti.

Il punto di riferimento di questi gruppi è quasi sempre un apposito server che tiene traccia dei documenti digitali che vengono creati (file di codice sorgente, immagini, file audio, etc.). Noi usiamo spesso Bazaar per queste cose ma si possono usare i più noti CVS e Subversion. Sullo stesso server ci sono spesso un sistema per la gestione delle richieste di intervento tecnico, cioè un sistema di Bug Tracking, come Mantis o Bugzilla, ed un sistema di gestione dei gruppi di lavoro come eGroupWare o Kolab. Quest’ultimo sistema serve per creare un ambiente di lavoro comune con agende e rubriche condivise, depositi di documenti condivisi, chat line e cose simili. Tutte le comunicazioni avvengono per posta elettronica o per instant messagging (Jabber o simili). Raramente per telefono.

La sicurezza viene gestita da un sistema di controllo degli accessi simile a quello usato per accedere ai siti di home banking. Magari non sarà a prova di bomba ma di sicuro basta ed avanza per proteggere molti tipi di informazioni sensibili.

La nostra esperienza (e quella di moltissimi altri gruppi simili) dimostra chiaramente che si può svolgere quasi qualunque lavoro dal proprio salotto di casa. Gli unici lavori veramente incompatibili con questa logica sono quelli che richiedono di recarsi presso un impianto produttivo inamovibile (una catena di montaggio) o presso i clienti (rappresentanti). Tutta la Pubblica Amministrazione, in linea di principio, potrebbe facilmente lavorare in questo modo. E, in effetti, una piccola parte già lo fa. Nel resto d’Europa questa parte è molto più ampia.

Credo quindi che si debba tentare di far lavorare quante più persone possibili da casa loro o da sedi decentrate, collegate al resto del mondo via ADSL. Questo permetterebbe di ridurre in modo significativo i costi aziendali, i disagi dei lavoratori, il traffico e l’inquinamento. Si tratta di una battaglia che bisogna assolutamente portare avanti. Bisogna incentivare economicamente l’adozione di queste soluzioni di telelavoro e disincentivare lo spostamento fisico delle persone quando esso non ha una reale giustificazione.

La misurazione del lavoro

L’adozione del telelavoro è sempre stata molto difficile perchè il datore di lavoro non sa come misurare il lavoro svolto ed ha il terrore (del tutto ingiustificato) di pagare più ore di quante il lavoratore ne dedichi effettivamente all’attività per cui è stato assunto.

Nel nostro ambiente questo problema è stato risolto in questo modo:

  1. Ogni grosso progetto viene dotato di un suo budget, rappresentato da soldi veri o da “token” virtuali.

  2. Ogni grosso progetto viene spezzettato in diverse “attività”. Il gestore del progetto decide quanto è disposto a pagare per ogni pezzetto e mette un annuncio su un apposito sito (una Intranet).

  3. Alcuni dei professionisti presenti si offrono di svolgere quell’attività e contrattano il loro compenso. Il gestore decide di chi vuole servirsi e gli assegna il lavoro.

  4. A lavoro terminato, il professionista viene pagato. Se è un professionista esterno viene pagato con soldi veri. Se è un professionista interno (cioè un dipendente) viene pagato con dei token che servono per accedere ai premi di produzione.

Francamente, non vedo per quale ragione non si possa usare questo approcio per la stragrande maggioranza dei lavori d’ufficio. Dopo le prime due settimane di test, praticamente tutti i project manager che ho conosciuto in vita mia sono stati in grado di stabilire con sicurezza il valore di ogni singola attività e di capire quanto tempo richiedeva per il suo sviluppo. Si tratta di una banale questione di esperienza, cioè di tempo e di numero divolte che si svolge una certa attività. Nulla di trascendentale.

In alcuni casi, ovviamente, ci sono delle varianti. Per esempio, molti tecnici di assistenza vengono pagati in base al numero di “ticket” di richieste di assistenza che trattano nell’arco della settimana. Alcune persone che devono fornire assistenza telefonica o via e-mail ai clienti vengono pagati per il tempo per il quale si rendono disponibile (misurato semplicemente dal fatto che sono raggiungibili via telefono via e-mail da alcuni ispettori). In tutti i casi, si può trattare di soldi veri (contratti a progetto) o di token che danno diritto a qualche privilegio (dipendenti). Non è quindi una questione di contratto di lavoro ma di modo di misurare il lavoro svolto od il tempo reso disponibile.

Insomma, si possono e si devono trovare i modi di svincolarsi dalla logica ottocentesca di recludere i lavoratori in uno spazio comune chiuso (l’ufficio) solo per avere la certezza di ottenere ciò per cui si paga uno stipendio.

L’annosa questione del Digital Divide

L’adozione su larga scala del telelavoro dipende strettamente dalla disponibilità di infrastrutture di telecomunicazione adeguate. Per questo è necessario porre fine all’annosa questione del Digital Divide in Italia. Per un approfondimento su questo tema vi rimando a questo mio articolo sul blog de L’Altro:

http://altronline.it/node/168

Trasporti (più) intelligenti

Sono già presenti in molte citta delle tipologie di autobus “intelligentI” che effettuano la corsa solo se richiesti. Credo che si debba andare molto più avanti su questa strada. In particolare, è necessario creare dei sistemi di trasporto che possano adattarsi ai picchi di richieste che ci sono durante la giornata, cambiando eventualmente percorso in base alle richieste. Questo vuol dire, ovviamente, che deve esistere un modo di avvisare gli utenti in tempo reale dei cambiamenti di percorso (via SMS, MMS o su appositi pannelli intelligenti posti lungo il percorso).

Sui treni, sarà opportuno creare un sistema per ri-prenotare automaticamente i posti in caso di perdita di una coincidenza e cose simili. E’ necessario “iniettare” molta più intelligenza nei nostri sistemi di trasporto per metterli in grado di adattarsi rapidamente agli imprevisti e metterli in grado di risolvere automaticamente i nostri problemi.

Credo anche che sia anche tempo di rendere obbligatorio un sistema di navigazione satellitare con ricezione delle informazioni sul traffico su tutte le auto di nuova produzione. Questo sia per migliorare le condizioni del traffico che per ridurre gli incidenti (meno distrazioni alla guida per cercare la strada significano meno incidenti).

Trasporti punto-punto

I trasporti pubblici non hanno mai conquistato una larga percentuale di popolazione semplicemente perchè vanno dal punto A al punto B mentre l’utente deve andare dal punto X al punto Y.

Bisogna fornire strumenti di trasporto collettivo in grado di soddisfare questa esigenza raggruppando piccoli (o grandi) gruppi di persone che hanno tragitti simili.

Questo si può fare con delle poll car, eventualmente finanziando l’acquisto periodico degli autoveicoli necessari (monovolume a sei o sette posti in leasing, guidate da uno degli utilizzatori) o, più semplicemente, detassando le auto usate a questo scopo.

Questo si può fare anche con una nuova tipologia di taxi o, più esattamente, di auto NCC (Noleggio Con Conducente) specializzate nel commuting suburbano. Sarebbe anche una occasione di creare una nuova tipologia di licenza, a fianco di quelle esistenti, e quindi una nuova opportunità di lavoro. Se avete mai visto i furgoncini che fanno la spola tra le cittadine italiane e molte cittadine polacche o russe, sapete di cosa sto parlando.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

www.alessandrobottoni.it

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