Risposta a Sottosuono Records

Su sollecitazione di Sottosuono Records, rispondo ad una sua richiesta di chiarimenti. Trovate il loro messaggio originale qui:

http://punto-informatico.it/b.aspx?i=2606414&m=2607010#p2607010

“Non pensiamo che la discussione non possa e non debba finire qui e non pensiamo che Mazza sia l’interlocutore con cui discutere di queste cose: inanzitutto perchè è un lobbista, e per forza di cose il lobbista cercherà sempre di spingere per il suo sporco utile e lo farà sempre con forza: presso parlamentari, con tecniche di voto di scambio e tutte le aberranti tecniche che la democrazia all’occidentale ci ha messo in bella mostra.“

Non ci è concesso sceglierci gli interlocutori. L’industria dei contenuti ha scelto Enzo Mazza a rappresentarla e noi possiamo solo prenderne atto.

“Piuttosto, noi vogliamo parlare ai primi attori coinvolti nella questione e cioè agli artisti, a chi in realtà produce quello che è il prodotto che questi lobbisti cercano invano di vendere ormai da quasi 10 anni.”

Occhio che FIMI, SIAE e molte altre organizzazioni raccolgono anche la quasi totalità degli autori che hanno un qualche successo di mercato. Sarà così ancora a lungo.

Anch’io sono interessato ad emancipare gli artisti (e gli autori in genere) da questo meccanismo attraverso il meccanismo dell’autoproduzione ma questo non toglie che gli autori normalmente si trovano dall’altra parte della barricata, insieme ad Enzo Mazza.

“La rivoluzione digitale ha messo in crisi l’industria che Mazza rappresenta, e non è anacronista auspicare la fine di questo modello di mercato. Non è anacronista perchè il concetto di autoproduzione e di autopromozione, che sembriamo esserci tutti dimenticato, è tornato fortemente di moda in questi ultimi anni. Vi ricordate i Radiohead? Vi ricordate i NIN? Forse Mazza, ma anche Bottoni e il partito pirata italiano, se ne sono completamente dimenticati.”

“Anacronistico,” non “anacronista”. Comunque, sia il Partito Pirata che io stesso siamo da sempre dei convinti sostenitori (e divulgatori) del modello di produzione autonomo.

Il modello di produzione e di distribuzione attuale è ormai sostanzialmente morto. Lo continuo a ripetere da anni e l’ho detto anche nei miei articoli su Punto Informatico. Forse dovresti rileggerli con più attenzione.

Ti stai scagliando contro un tuo commilitone ed è evidente che non te ne rendi conto. Il nemico è da un’altra parte. Di questo passo diventerai un pericolo per l’esercito di cui fai parte.

“Proprio per questo non pensiamo che il concetto di “fine del copyright” sia anacronistico, anzi proprio in questo periodo di crisi del capitalismo pensiamo che sia di un’attualità senza precedenti.”

“Crisi del capitalismo”?! Ma dove vivi? In qualche repubblica ex-sovietica di cui non ho notizia? Il capitalismo e l’economia di libero mercato non hanno mai goduto di consensi maggiori di adesso.

Sono stato iscritto alla FGCI (Federazione Giovani Comunisti Italiani) dal 1976 e poi al PCI. Dov’eri nel 1976? Da come scrivi, direi che non eri ancora nato. Non ho certo bisogno della tua approvazione per certificarmi come anticapitalista.

Nonostante questo, non nego l’evidenza che sta di fronte ai nostri occhi: i comunisti sono sotto la soglia di sbarramento del 4%. Il capitalismo impera incontrastato. Partiamo da qui e facciamo dei ragionamenti basati sui fatti, per favore.

“Il partito pirata non mette in discussione questo, il partito pirata sembra accettare quello che il concetto di diritto d’autore rappresenta nel mondo del mercato della cultura.”

Da questa tua frase risulta evidente che non sai nulla del Partito Pirata, che non hai letto i nostri documenti, che non hai letto i miei articoli e che parli basandoti solo sulla tua emozione del momento, basata sulle prime righe di un articolo o su ciò che hai sentito dire.

Il PP, ed io stesso, vogliamo che venga riconosciuto il diritto dei privati cittadini di creare e distribuire liberamente copie dei materiali coperti da copyright, fermo restando che chi ricava soldi dall’uso delle opere ne deve versare una parte ai titolari dei diritti (gli autori o coloro a cui questi hanno ceduto i diritti).

“Quello che noi invece mettiamo in discussione è proprio il concetto di copyright, quello che noi vogliamo promouovere è quello di una diffusione più libera in cui sia l’autore a decidere come e in che modalità far fruire le sue opere e in questo processo di licensing non dovrebbero intervenire attori terzi come cerca di propinarci Mazza.”

L’autore può decidere già adesso di fare quello che vuole delle sue opere. Non ci volevano certo le Creative Commons per difenderlo dagli intermediari. Lo prevede la legge 633 del 22 Aprile 1941. La trovi qui:

http://www.interlex.it/testi/l41_633.htm

Le CC si limitano a formalizzare e rendere più comprensibili agli autori dei meccanismi che sono stati implementati nelle leggi sul diritto d’autore tra la fine dell’800 e la prima metà del ‘900.

In ogni caso, proprio io ho proposto di separare la difesa del diritto d’autore dalla difesa del diritto di creare e distribuire copie di un’opera (cioè dal copyright). Ritengo ormai indifendibile il copyright. Ritengo invece sacrosanto il diritto d’utore.

Ancora una volta, stai sparando su un tuo commilitone. In qualunque esercito ti avrebbero già abbattutto per impedirti di far vincere la guerra all’avversario.

“Secondo noi il punto centrale del dibattito non dovrebbe essere come tutelare il consumatore/fruitore (questo è secondo noi anacronistico), ma come fare in modo che gli artisti tornino a diventare i veri protagonisti delle opere che LORO e solo LORO creano (e non producono).”

Gli autori (ed io SONO un autore, regolarmente pagato per fare questo mestiere) sono già tutelati in questo senso sin dal 1941. Se non si mettono a produrre ed a distribuire in proprio le loro opere è per ragioni diverse da quelle legali. Di solito è perchè non sanno come fare o perchè non vogliono dedicarsi a questo aspetto del loro mestiere. Tengo abitualmente corsi ad autori di vario tipo proprio sul tema dell’autoproduzione e so bene di cosa parlo, sia a livello legale che tecnico. Se vuoi, vengo a Bologna e vi tengo un corso su questo tema. Potreste rendervi conto che nessuno obbliga un autore ad affidarsi a questo od a quell’intermediario.

“Quello che noi pensiamo è che l’industria culturale come è concepita nel mondo debba chiudere i battenti proprio perchè gli artisti da questo non vengono tutelati e perchè questo sistema di mercato ha fatto in modo che la qualità delle opere culturali prodotte sia degradata e a volte anche degradante per i tanti che cercano invano di proporre una cultura di qualità.”

L’industria dei contenuti chiuderà i battenti se e quando gli autori smetteranno di usare i suoi servizi di produzione, distribuzione e promozione. Fino a quel momento è un pieno diritto degli autori affidare a questi internediari le loro opere se lo ritengono opportuno.

Il livello qualitativo delle opere è forse basso ma anche quando era alto (ammesso che sia mai stato alto) si appoggiava ugualmente su questo sistema, non su di un altro.

“Per questo non condanneremo mai quello che ha fatto e sta facendo The Pirate Bay, per questo non cercheremo mai di interloquire con i lobbisti dell’industria culturale come Mazza, per questo ci sentiremo sempre dei Pirati con la P maiuscola.”

Prego, accomodatevi. L’associazione Scambio Etico sarà lieta di accogliervi. Scambio Etico rappresenta quasi esattamente il vostro punto di vista e dovreste quindi trovarvi piuttosto bene con loro. Non sarò geloso. La trovate qui:

http://www.scambioetico.eu/

Forse ti stupirà sapere che collaboriamo abitualmente con Scambio Etico su molti temi. Proprio in queste settimane abbiamo portato avanti una battaglia comune contro il famigerato “Telecoms Package”. Paolo Brini e Luigi Di Liberto sono nostri buoni amici. Abbiamo solo opinioni diverse su dei dettagli. Uno di questi “dettagli” è se sia necessario finire in galera per queste cose o meno. Luigi Di Liberto è disposto a rischiare. Io non lo sono. Credo che questa sia una guerra già vinta, oltretutto legata a questioni immateriali, e che quindi non ci sia bisogno di martiri.

“Il partito pirata italiano, che secondo noi potrebbe e dovrebbe essere il primo, ma non unico, interlocutore con cui instaurare un dibattito sulle produzioni culturali (e per produzioni culturali noi ci mettiamo in mezzo anche il software) e sul cambiamento che la rivoluzione digitale ha portato e sta portando.”

Qui manca la conclusione della frase. Il partito pirata cosa dovrebbe fare?

“Il partito pirata, però, dovrebbe inanzitutto creare una piattaforma politica condivisa dal basso, che parta si dalla rete, ma che non finisca li, dovrebbe cercare di pensare a come radicarsi nei territori e negli spazi reali che fanno di questo tema un punto centrale,”

Questo è ciò che cerchiamo di fare da anni. Disgraziatamente, sia in rete che sul territorio non ci caga nessuno, a partire proprio dalle persone che frequentano laboratori di autoproduzione artistica e centri sociali. Probabilmente siamo troppo di destra per loro ma, curiosamente, anche le altre associazioni che conosciamo, che sono molto più a sinistra di noi, lamentano una totale mancanza di sostegno dalla loro base.

Forse è la base che dovrebbe cominciare a farci sentire il suo appoggio. A noi od a Scambio Etico.

“piuttosto che cercare di arrufianarsi i lobbisti e i politicanti di turno che usano questo per puro scopo commerciale o elettorale. Non dovrebbe cercare un consenso moderato all’italiana, dovrebbe dare voce alle istanze reali che i fruitori delle opere e gli artisti cercano di esprimere a gran voce in molti contesti.”

Come ho già detto, Scambio Etico ed altre associazioni rappresentano quasi esattamente questo punto di vista. Ti invito formalmente e pubblicamente ad iscriverti ad una di esse, a prendere la loro tessera, a lavorare per loro ed a finanziarle. Per quanto mi riguarda, puoi anche mettere in piedi la tua associazione personale.

Noi rappresentiamo solo uno dei molti possibili approci al problema. In ogni caso, possiamo essere soltanto una soluzione. Il problema sta altrove. Prendersela con noi non serve a nulla.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

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