Un mondo possibile

Ogni volta che si discute di copyright c’è sempre qualcuno che dimostra tutta la limitatezza delle sue funzioni neurali con frasi come:

“Il copyright è un diritto naturale e sacrosanto, imposto da Dio in persona, e che deve essere fatto rispettare. Se non venisse riconosciuto, l’intero sistema economico dell’Occidente, il mondo intero e l’intera galassia collasserebbero all’istante. I pirati sono dei delinquenti e vanno mesi al muro. Viva la RIAA, viva la MPAA e la SIAE.”

Se fosse veramente questa la situazione, le persone intelligenti, come sono molti di noi, si occuperebbero d’altro. Disgraziatamente, le cose stanno in modo molto, molto diverso da questo.

Cultura come formaggio

Il problema è che ciò che i “detentori dei diritti” pretendono di vendere e di trattare come se fosse formaggio, è in realtà la nostra Cultura, quella con la C maiuscola: romanzi, saggi, film, musica, spartiti musicali, suoni caratteristici (come quello delle Harley Davidson) e via dicendo.

Qualcunque cosa che possa essere univocamente identificata può essere sottoposta, e viene effettivamente sottoposta, ad un regime di copyright. La squente sequenza di caratteri senza senso è pure essa un prodotto dell’ingegno e può qui essere sottoposta a copyright.

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Questa stringa di caratteri, può essere sottoposta a copyright in modo che chiunque la riproduca (anche per caso) possa finire in galera. Può essere coperta da copyright per 70 anni dalla morte del suo autore (e si cerca persino di portare questo limite a 90 anni!). I diritti di sfruttamento commerciale possono essere venduti ed acquistati come se si trattasse di azioni od obbligazioni.

Grazie a questo meccanismo, ogni cosa che faccia parte della nostra Cultura può essere venduta ed acquistata come se fosse formaggio. Elementi importanti della nostra Cultura finiscono nelle mani di commercianti avidi e privi di scrupoli. Questi commercianti si ritrovano con il diritto riconosciuto per legge di censurare un opera od un autore.

Se non è economicamente remunerativo stampare e distribuire il CD od il libro, semplicemente non lo stampano e non lo distribuiscono impedendo, di fatto, che il comune cittadino possa accedere a quell’opera. Questa si chiama censura. Una censura comminata da un privato (il commerciante) a danno di altri privati (l’autore ed i consumatori) senza che sia necessario nessun mandato di nessun giudice. Senza che nessuno possa intervenire.

C’è qualcosa di profondamente insano in tutto questo.

Detentori dei diritti e detentori dei detentori

Di fatto, i cosiddetti “intermediari” (case editrici cartacee e musicali, agenzie di distribuzione, etc.) tengono in pugno i cosiddetti “detentori dei diritti”.

Autori ed esecutori sono in realtà schiavi di un sistema che li riduce a semplici fornitori di materia prima senza nessun reale potere di controllo sulla circolazione della loro opera (e con un livello di potere contrattuale veramente infimo sul piano economico).

I veri pirati di questo nostro attuale sistema sono questi intermediari.

Le vere vittime di questo sistema sono gli autori ed i cittadini/consumatori.

Chi ha tutto da guadagnare dalla eliminazione di questi intermediari (parassiti) sono gli autori ed i cittadini/consumatori, cioè proprio coloro che, in teoria, la legge attuale dovrebbe proteggere.

Il vero punto nodale: la esclusività

L’errore di fondo di tutto il nostro sistema (un errore intenzionale) consiste nell’aver voluto materializzare i “dritti” di controllo sulla circolazione delle opere nel concetto di “diritto esclusivo di copia e di distribuzione”. In buona sostanza, la legge attuale riconosce al “detentore dei diritti” (che non è quasi mai l’autore) il diritto di impedire alle altre persone di copiare e ridistribuire l’opera, anche se queste persone si dovessero comunque dimostrare disponibili a pagare delle royalties per questo. Il detentore dei diritti non ha nessun obbligo di concedere le licenze. Può benissimo impedire la circolazione dell’opera tout court: non la stampa e non la distribuisce lui e non concede a nessun altro il diritto di farlo. È perfettamente legale e viene effettivamente fatto continuamente. Provate a cercare un CD degli Animal Lightlife, per esempio. Credete forse che gli Animal Nightlife siano contenti di essere scomparsi dal mercato solo perchè non sono più ritenuti “economicamente remunerativi”?

Questo è un errore che è stato commesso nel 1943 da Benito Mussolini con la sua legge sul diritti d’autore, tuttora in vigore. Difficile pensare che non sia stato commesso in modo del tutto deliberato, per concedere alle case editrici ed all’industria dei contenuti un potere immenso sugli autori e sul mercato.

Ma si tratta anche dello stesso errore che è stato commesso (altrettanto deliberatamente) con i brevetti: una azienda che mettesse a punto una nuova forma di energia (fusione fredda?) avrebbe il diritto riconsociuto per legge a livello mondiale di non produrre il dispositivo, di non commercializzarlo (o di commercializzarlo a 100 miliardi di dollari al pezzo, che è come non produrlo) e di non concedere a nessun altro le licenze necessarie per produrlo.

Il sistema dei brevetti sottrae innovazione al sistema invece di iniettarla in esso, esattamente come il sistema del copyright sottrae cultura al sistema, invece di promuoverne lo sviluppo.

Tutto questo in barba al fatto che il diritto di sfruttamento esclusivo non sia affatto necessario in nessuno di questi casi. Il fatto che una azienda B produca e distribuisca un CD od un farmaco non è un danno per l’azienda A, che ne detiene i diritti, nella misura in cui B paga le royalties ad A. Non c’è nessuna ragione (tecnica, politica, economica, divina, superstiziosa, etc.) di riconoscere all’azienda A il diritto di impedire ad altri di sfruttare il suo brevetto od il suo diritto di distribuzione. È solo un problema di soldi e può essere facilmente regolato con delle royalties (eventualmente stabilite da un giudice, in mancanza di un accordo tra le parti).

L’unico caso noto in cui la “esclusiva” è effettivamente necessaria è quelli dei marchi e dei segni: quando un “logo” od un disegno è l’unico elemento che rende riconoscibile un prodotto, allora, ovviamente, non può essere utilizzato da altri senza creare una evidente situazione di “concorrenza sleale”.

Un mondo possibile

Un modello distribuitivo alternativo è quindi facilmente immaginabile: l’azienda A, che detiene i diritti su un brano musicale o su un farmaco, non dovrebbe MAI avere il diritto di opporsi al suo sfruttamento commerciale da parte di altre aziende. Dovrebbe SOLO avere il diritto di vedersi riconosciuta una quota dei ricavi, sulla base di un accordo tra le parti o, in assenza di esso, sulla base di un una quota stabilita per legge o dalla delibera di un giudice.

Ovviamente, tutto questo quando la copia e/o la ridistribuzione dell’opera o lo sfruttamento di un brevetto produce degli introiti (la percentuale X di 0 è ovviamente 0).

Contenuti come acqua

Da diversi anni a questa parte, ci troviamo GIA’ di fronte ad un modello distributivo in cui i contenuti multimediali (musica, film, libri digitali, etc.) vengono distribuiti e vengono consumati esattamente come avviene per l’acqua: si apre il rubinetto e se ne preleva la quantità necessaria. Che ci piaccia o no, è già così. Sarà sempre così. Non c’è modo di impedirlo.

L’acqua viene acquistata da chi detiene il controllo della fonte. La pagano poco i cittadini, che la usano per scopi personali, e la pagano ancora meno le industrie, che la usano per scopi industriali.

Non c’è assolutamente nulla che impedisca di distribuire i contenuti multimediali nello stesso modo: l’autore (o chi per esso) mette a disposizione il file (non protetto da DRM e privo di pubblicità) su un server. Chiunque lo può scaricare. Se l’individuo non ne fa un uso commerciale, lo consuma e basta. Se ne fa un uso commerciale, paga le royalties. Se le royalties gli sembrano eccessive, si rivolge ad un giudice per ottenerne una ridiscussione.

Tra le attività che sarebbero comunque tenute a pagare le royalties ci sono le sale cinematografiche, i bar, i ristoranti, le sale da ballo, le radio, le TV, i gruppi musicali che suonano ”cover”. In buona sostanza: TUTTE le attività realmente remunerative di questo mercato. Resterebbero esclusi solo i privati cittadini (gli “utenti finali”), cioè quelli che attualmente comprano o noleggiano CD e DVD.

Sappiamo tutti che quello dei CD e dei DVD è un mercato ormai condannato a scomparire. Riconoscere al privato cittadino il diritto di scaricare e consumare liberamente questi materiali, e di scambiarseli altrettanto liberamente, non farebbe altro che ufficializzare ciò che già esiste. L’unico effetto pratico sarebbe quello di promuovere un ripensamento del modello di business delle aziende ed una maggiore innovazione tecnologia.

Già adesso il cinema si rivolge a soluzioni innovative, come il 3D, per combattere l’inevitabile declino delle sale cinematografiche, sempre più minacciate dall’home theater. Liberare il mercato dalle assurde limitazioni che ha ora non farebbe altro che spingere le aziende verso questo (auspicabile) modello di innovazione tecnologica.

Brevetti come servizi

Un discorso analogo vale per i brevetti. Facciamo questa ipotesi: un’azienda crea un nuovo brevetto. Non ha il diritto di impedire a nessuno di utilizzarlo. Se qualcuno lo usa per produrre reddito, deve versare una parte di questo reddito all’azienda titolare del brevetto. Se non è d’accordo sulle royalties, si rivolge ad un giudice per ridiscuterle.

In questo modo, nessuno avrebbe più la possibilità di bloccare la diffusione di tecnologie innovative e di creare degli assurdi monopoli. Pensate a quello che è successo alle “instant camera” di Polaroid. Sono rimaste monopolio di Polaroid finchè non hanno perso ogni significato a causa dell’avvento delle “digital camera”. Succederà lo stesso al “multitouch” dell’iPhone. Resterà monopolio dell’iPhone finchè non verrà reso obsoleto dall’input vocale.

I brevetti bloccano l’innovazione. La impediscono. Ne impediscono la difusione ed ostacolano il contenimento dei prezzi. Questo è esattamente il contrario di ciò che dovrebbero fare, secondo lo spirito della legge che li ha istituiti.

Prima le donne ed i bambini

In ogni caso, il modello di business attuale è ormai MORTO. Sta affondando sotto i nostri occhi ad una velocità mai vista prima.

Mentre scrivo sto scambiando un file di oltre 4 Gb di dimensioni con un altro PC che si trova a diversi appartamenti di distanza usando la scheda wi-fi del mio laptop. Mi collego ad un router wi-fi che si trova a metà strada e raggiungo l’altro PC grazie ad esso, SENZA PASSARE DA INTERNET. Il PC del mio collega rende disponibili i suoi file attraverso un sistema simile al vecchio anonymous FTP ma cifrato (scp).

Non esiste nessun modo (neanche teorico) di intercettare questa comunicazione e sapere cosa ci stiamo scambiando. Non esiste nessun modo di impedirci di farlo. In altri termini, se volessimo scambiarci l’intero catalogo musicale della Sony, potremmo farlo. Il mio PC ha due schede wi-fi (una integrata ed una su penna USB) ed in questo momento sta funzionando da router verso un’altra rete (un’altro “access point” wi-fi). Un altro PC può collegarsi al mio collega passando da qui. Le due macchine possono scambiarsi qualunque cosa senza che io sia in grado di sapere cosa passa sulla mia macchina (il canale è cifrato). In realtà, né io né nessun’altro al mondo può sapere chi sia l’utente dell’altro computer. L’indirizzo IP che identifica la sua macchina è 192.168.1.5. Si tratta di un indirizzo assai comune, usato in tutte le reti “chiuse “del mondo (sulle LAN). Lo abbiamo attribuito noi, usando il DHC di uno dei router. Ne esistono altri milioni di copie, su milioni di altre reti simili. A differenza di quello che avviene su internet, conoscere questo indirizzo IP non dice nulla sulla identità dell’utente. Il nostro amico gode di un anonimato perfetto.

Tutto questo SENZA PASSARE DA INTERNET E SENZA USARE DIAVOLERIE come Netsukuku. Solo una banalissima rete TCP/IP, praticamente identica alla vostra LAN aziendale. L’unica differenza consiste nell’uso di connessioni wi-fi al posto del cavi. Basta un minimo di competenza tecnica per mettere in piedi una rete come questa.

Non c’è più modo di imporre il rispetto delle leggi attuali sul copyright.

Da quando esistono le reti wireless, qualunque legislazione che colpisca Internet è priva di senso. Internet non è più necessaria per la pirateria. Ci sono altri modi di scambiarsi i file (anche su distanze relativamente grandi: basta creare una rete “a salti” che colleghi due PC lontani passando per altri PC intermedi).

Per male che vada, si possono sempre usare le chiavi di memoria USB. Ne ho appena comprata una della SanDisk da 4Gb a 9,90 € in offerta da Mediaworld. Potrei tranquillamente regalarne una di queste, piena di musica piratata, ad ognuno dei miei amici per il prossimo Natale. Non esiste nessun modo di impedirmelo. Potete facilmente immaginare cosa succederà nei prossimi anni con queste chiavette.

Non c’è più modo di imporre il rispetto delle leggi attuali sul copyright. Non importa quanto rabbiosamente ed accanitamente ci si provi.

A questo punto, si può solo aiutare gli imprenditori del settore a rendersene conto per tempo ed a saltare sulle scialuppe di salvataggio prima che questa nave affondi.

Le scialuppe di salvataggio hanno un solo nome: smetterla di inimicarsi i clienti con assurde azioni legali e cercare piuttosto di vendere loro ciò di cui si dispone al miglior prezzo che il mercato consente.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

Comments
3 Responses to “Un mondo possibile”
  1. natale bianchi scrive:

    Tematica interessante e che vorrei meglio approfondire per le sue varie implicazioni. Comunque, grazie per quanto scritto.
    natale bianchi

  2. Glauco Masotti scrive:

    Molte osservazioni sono condivisibili, eppure, dal mio punto di vista, l’analisi non è pienamente convincente.
    La materia è complessa e vi sono molti interessi contrastanti da comporre.
    La posizione qui sostenuta per me sottovaluta le ragioni degli autori e degli inventori.
    Io mi annovero tra questi.

    Sono autore (anche insieme ad altri) di sistemi software complessi, che hanno richiesto anni di studi e ricerche, sacrifici ed investimenti per giungere a risultati soddisfacenti.
    Non è forse giusto che questo sia adeguatamente protetto e remunerato?
    Non sarebbe forse un furto, al pari di quello di un’auto o di altri beni materiali, l’appropriarsi di questi strumenti, sia per lo sfruttamento commerciale, che per uso privato, senza pagare nulla a chi ha lavorato tanto per svilupparli? Mangiare un prosciutto rubato a casa propria è forse meno grave che mangiarlo in mensa?

    Non mi pare che la situazione sia molto diversa per gli autori di libri, musica, film e altro materiale culturale.
    Hanno il punto in comune di essere oggi beni immateriali, facilmente trasferibili e copiabili, che alloggiano comodamente in un aggeggino che ci possiamo mettere in tasca, e viaggiare in rete in frazioni di secondo da un capo all’altro del globo.
    Ma che significa? In linea di principio sono beni come gli altri, beni che sono costati tempo, fatica e soldi a qualcuno per essere prodotti e che quindi non mi pare lecito “rubare”. Dov’è che sbaglio in questo ragionamento?

    Certo che si tratta di “Cultura” e la cultura dovrebbe essere accessibile a tutti, si pone quindi un problema semmai di ridurne i costi, oggi effettivamente eccessivi, o di sovvenzionarne l’accesso, non mi pare però che sostanzialmente negando, o riducendo fortemente i diritti degli autori, si possa incentivare lo sviluppo della produzione stessa dei beni culturali!

    Semmai il problema è ridurre il peso degli intermediari, o meglio far si che il titolare di diritti rimanga l’autore, eliminare il diritto di esclusiva di un intermediario, impedire che questo possa negare l’accesso alle opere. In questo concordo con quanto sostenuto qui da Alessandro.

    Sono anche un inventore, titolare di un paio di brevetti, che sfortunatamente finora non mi hanno reso nulla, (in compenso i prototipi li uso con soddisfazione a casa mia), eppure mi è parso giusto proteggere le invenzioni che mi sono costate fatica ed impegno per il loro sviluppo.
    Concordo sul fatto che il diritto di esclusività, che può di fatto impedire lo sfruttamento di un brevetto a beneficio della comunità, non è accettabile. Tuttavia il meccanismo dei brevetti ha un senso, quindi attenzione a non svuotarlo troppo di contenuti.
    L’effetto potrebbe essere disincentivante al punto che non ci sarebbe più interesse ad investire per trovare soluzioni ai problemi o trovarne di migliori. Oppure, in mancanza di adeguata protezione brevettale, l’alternativa potrebbe essere il segretamento del trovato con ogni mezzo. Cosa che per la comunità potrebbe tradursi in un danno ben maggiore di una protezione brevettale, che di fatto implica la pubblicazione dell’idea e che è limitata nel tempo.

    • Ciao Glauco,
      “Non sarebbe forse un furto, al pari di quello di un’auto o di altri beni materiali, l’appropriarsi di questi strumenti, sia per lo sfruttamento commerciale, che per uso privato, senza pagare nulla a chi ha lavorato tanto per svilupparli?”

      Veramente, non ho mai detto che dovrebbe essere lecito appropriarsi del lavoro altrui senza pagare nulla.

      Se ci si appropria del lavoro altrui per fare soldi, una parte di questi soldi deve andare a chi ha lavorato per produrre quell’oggetto, cosa che ORA non avviene quasi mai, come tu sicuramente avrai notato, a causa dell’eccessivo “peso contrattuale” degli intermediari e degli “strong players” presenti sul mercato. La legge CORRENTE su copyright e patent NON protegge affatto gli autori e gli inventori. Protegge piuttosto le aziende e pochi, rarissimi, grossi nomi tra gli autori e gli inventori.

      Io sogno un mondo in cui l’accesso a questi materiali sia libero ma non necessariamente gratuito. Dovrebbe essere gratuito se non si ricava nulla dalla creazione e distribuzione di copie. NON dovrebbe essere gratuito se questa creazione e distribuzione di copie viene fatta a scopo di business e produce dei ricavi.

      Un discorso del tutto simile si può fare con i brevetti.

      “Concordo sul fatto che il diritto di esclusività, che può di fatto impedire lo sfruttamento di un brevetto a beneficio della comunità, non è accettabile. Tuttavia il meccanismo dei brevetti ha un senso, quindi attenzione a non svuotarlo troppo di contenuti.”

      Questo è appunto ciò che cerco di fare: trovare un equilibrio. Togliamo di mezzo il diritto ESCLUSIVO di produrre e distribuire le copie e quello ESCLUSIVO di usare un brevetto e limitiamoci a garantire che vengano pagate le royalties ad autori ed inventori ogni volta che le loro opere vengono usate a fini di lucro. Basta riflettere un attimo per capire che in questa ipotesi gli unici che ci perdono (non moltissimo, in verità) sono alcuni intermediari che già ora sono sostanzilamente dei parassiti e che non riescono comunque più a farsi pagare per i loro presunti servizi. Tutti gli altri, dagli autori, agli inventori, alla società nel suo complesso, ci guadagnano.

      Per inciso, qualche brevettino lo ha messo a punto anche qualcuno dei “miei” (si fa per dire…) gruppi di lavoro. Nessuna azienda ha mai comprato nulla. Hanno sempre girato attorno al brevetto, a volte in modo veramente acrobatico. Si sono decisi a sfruttare certe invenzioni solo quando questi gruppi hanno smesso di brevettarle. Liberi da questa preoccupazione, commissionano ai gruppi originali i lavori che girano attorno alle loro invenzioni.

      Perchè?

      Perchè in questo modo i manager non temono di restare prigionieri di un”vendor lock-in” che potrebbe costare loro milioni di euro alla loro azienda (e che potrebbe costare a loro il posto di lavoro). Proprio il diritto che la legge corrente riconosce all’inventore (ed ai suoi concessionari) di concedere/negare la possibilità di usare il suo brevetto è lo spauracchio che tiene le aziende alla larga dai brevetti. Questo livello di controllo sull’usabilità di una invenzione è francamente eccessivo, specialmente se questo diritto viene venduto (come se fosse una grattugia) ad una azienda. Chi vorrebbe mai finire nelle mani di un “patent shark” specializzato?

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