Sopravvivere come professionisti in una economia del regalo

In questi giorni la notizia che tiene la scena sui giornali è la drammatica crisi dei quotidiani:

La crisi colpisce l’editoria – così sarà il giornale di domani

Il Seattle Post-Intelligencer migra online

Ovviamente, la crisi di vendite dei quotidiani fa il paio con la crisi di vendite di dischi e di film. Tutti questi business sono stati travolti dall’avvento del “gratuito” che si trova su Internet.

Oltre la Pirateria: l’abbondanza

Da anni, tutti i santi giorni, i rappresentanti dell’industria del recording (SIAE e simili) ci ricordano che il loro mercato sta crollando a causa della cosiddetta “pirateria” (come se noi dovessimo piangere di fronte ai loro bilanci miliardari in netto calo…). In realtà, ciò che sta “uccidendo” il business dei CD musicali e dei DVD dei film è un altro fenomeno: è la straripante abbondanza di materiale alternativo, spesso di ottima qualità, che proviene dalla Rete e dal resto del nostro mondo digitale.

La quantità di musica che è disponibile (legalmente) nel nostro “ambiente digitale”, fatto di Internet, di iPod e simili, è talmente elevata da rendere inutile l’acquisto di altri CD. Non si avrebbe comunque il tempo di ascoltarli.

In modo simile, non si avrebbe il tempo di andare al cinema o di guardare ancora un altro film. Le TV (tutte le TV) e Internet occupano già gran parte del nostro tempo, gratis.

Ciò che è diventato scarso è la nostra attenzione, come aveva giustamente preconizzato Lawrence Lessig. É il nostro tempo ad essere scarso, non il materiale multimediale da consumare. Per questo non si vendono più prodotti mulimediali. Anzi: c’è già chi è disposto a pagare gli utenti per guardare la TV (in modo che guardino anche la pubblicità).

I giornali, le riviste ed i libri subiscono lo stesso tipo di competizione da parte dei blog e da parte di altre fonti di informazione e di intrattenimento. Per questo la vita si sta facendo grama anche per i giornalisti e gli editori.

Sopravvivere in una Gift Economy

Da qualche anno a questa parte, tutti coloro che producono un prodotto intellettuale “pacchettizzato”, come un brano musicale, un film, un romanzo, un saggio od un articolo giornalistico, si trovano a dover affrontare lo stesso problema che hanno dovuto affrontare i piccoli provider Internet nel 1998, con l’avvento del “numero unico gratuito per l’accesso ad Internet”. Come si può vendere un servizio a pagamento se ne esiste un’altro identico gratuito?

A questa domanda dovrebbe rispondere Microsoft che, notoriamente, vende a caro prezzo un prodotto scarso (Windows) per il quale esiste un concorrente migliore gratuito. Anzi, ne esistono almeno tre: Linux, BSD e OpenSolaris. Comunque, possiamo tentare anche noi di dare qualche risposta.

La prima soluzione consiste nel fare leva su quella parte del servizio che non può essere pacchettizzata e per la quale vale ancora la pena spendere dei soldi. Nel caso della musica, questa componente “preziosa” è l’esecuzione dal vivo, ai concerti. Non è un caso, infatti, che ormai i cantanti guadagnino di più dai concerti che dalla vendita dei dischi.

In alternativa, si può fare leva sullo customizzazione. Se un certo prodotto può essere “tagliato su misura” per l’utente, non può essere preda dei pirati e mantiene il suo valore (perchè, in realtà, si tratta di un servizio). Questo è ciò che fanno coloro che creano suonerie ad hoc per i cellulari e voci ad hoc per i navigatori, per esempio.

Infine, si può cercare di trasformare il prodotto (copiabile e sensibile alla concorrenza sul libero mercato) in un servizio “chiuso” e protetto. Questa è la via che porta al “Software as a Service”, per esempio. La reazione infastidita del pubblico a soluzioni di questo tipo (nell’iPhone, per esempio) però dovrebbe far riflettere. Queste tecniche non funzionano a lungo. Prima o poi arriva sul mercato qualcuno che “libera” il sistema e tutti migrano in quella direzione.

Ci sono però settori in cui nessuna di queste soluzioni può funzionare. Il cinema è uno di questi settori. Personalmente, credo che questo tipo di prodotti possa essere venduto solo a chi lo usa come vettore pubblicitario (le TV) o come intrattenimento serale (i cinema). Non ha più senso tentare di venderlo (o noleggiarlo) all’utente finale come prodotto”shrink-wrapped” (cioè come DVD). Le perdite economiche potranno anche essere considerevoli ma saranno comunque inferiori a quelle che potrebbero derivare da una assurda guerra dei produttori contro i loro stessi clienti. Non dimentichiamo che è comunque l’utente finale a pagare il biglietto. Se lo si fa incazzare, è peggio.

I giornalisti, i giornali ed i loro editori si trovano in una posizione simile ma, per loro fortuna, il loro lavoro può ancora essere trasformato in un apprezzato servizio. Agenzie di stampa come ANSA vivono da sempre su questo meccanismo. Nella misura in cui riescono a fornire notizie fresche e ben documentate, i loro clienti sono disposti a pagarle nonostante il fatto che basti aspettare qualche ora per averle gratis.

Questo meccanismo viene già utilizzato da alcuni editori con un certo successo, in testa a tutti Tim O’reilly con il suo Safari. Scientific American sopravvive da anni su Internet con un sito a pagamento.

Perchè sia possibile vendere un servizio giornalistico od un intero giornale (su Internet o su carta) si devono però verificare almeno due condizioni: la notizia deve essere fresca (diversamente è già disponibile altrove gratis) e deve essere presentata con la dovuta cura (diversamente l’utente trova maggiore soddisfazione altrove e cambia fornitore).

In altri termini, ciò che sta affondando molte testate (e molti giornalisti) è la scarsa freschezza e la scarsa qualità/completezza del loro lavoro, non altro.

In un mondo come il nostro, in cui tutti possono attingere alla stessa fonte, non c’è più spazio per duecento e rotti quotidiani cartacei in lingua italiana. Ne basteranno un paio su Internet. Quelli che sopravviveranno saranno quelli che sapranno ritagliarsi la loro nicchia. Questo vale anche per i giornalisti.

Per chi non ce la fa a stare al passo col mercato, c’è sempre l’alternativa del Citizen Journalism a titolo gratuito.

Come diceva mio nonno, la gente non paga per il lavoro che tu faresti anche gratis ma per quello che loro non farebbero, o non saprebbero fare, nemmeno se li pagassero.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

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