20 Anni di World Wide Web

In questi giorni , si celebra il ventennale della nascita del World Wide Weg ad opera di Tim Berners-Lee (http://it.wikipedia.org/wiki/WorldWideWeb). Mi è stato chiesto di parlarne e di fare qualche proposta di carattere politico.

Qui di seguito trovate qualche riflessione su questo tema. Come potete vedere, si tratta di riflessioni amare. Inoltre, non troverete nessuna proposta. La ragione è semplice: non c’è niente da proporre: i nostri governi hanno perso questo treno come ne hanno persi molti altri in passato. L’evoluzione tecnica del settore è andata molto oltre le capacità di controllo e di legiferazione di qualunque governo. Internet è ormai una nazione a parte. Obbedisce alle sue leggi ed ha i suoi meccanismi di allocazione del potere. I nostri governi possono solo stare a guardare.

Quello che state per leggere vi sembrerà a tratti fantascientifico. Quando avrete questa sensazione, visitate i link seguenti. Capirete che il solo fatto che voi, personalmente, non siate al corrente di qualcosa non impedisce a quel qualcosa di esistere e di essere già da tempo largamente utilizzato da altre persone.

http://it.wikipedia.org/wiki/Netsukuku

http://it.wikipedia.org/wiki/Freenet

http://www.anonet.it/wordPress/

http://en.wikipedia.org/wiki/ANts_P2P

http://en.wikipedia.org/wiki/Friend_to_friend

http://en.wikipedia.org/wiki/Private_P2P

http://en.wikipedia.org/wiki/Wireless_Mesh_Networks

http://en.wikipedia.org/wiki/Wireless_ad-hoc_network

One web, one nation?

Agli albori della Internet di massa (1994-1996) alcuni osservatori si sono seriamente domandati se non sarebbe stato più opportuno considerare la Grande Rete come una “nazione virtuale” e consentirle quindi di autoregolamentarsi attraverso gli appositi enti di controllo e di governo eletti democraticamente. A quel tempo questa ipotesi è stata accolta come “poco realistica” e tutti i principali governi si sono arrogati il diritto di legiferare sui temi di Internet.

A distanza di circa 15 anni, il fallimento dei governi nazionali nel governo di Internet è evidente e totale. Internet sfugge completamente al loro controllo proprio grazie alla sua natura sovrannazionale. Inoltre, i governi nazionali si sono dimostrati palesemente e completamente incapaci di comprendere la Grande Rete e di gestirla. Di conseguenza, si ricomincia ad invocare la ”autoregolamentazione” per risolvere ogni nuovo problema collegato ad Internet.

A questo punto forse sarebbe meglio tornare a chiedersi se non sia più opportuno cedere il potere degli stati nazionali ad un ente di controllo sovrannazionale, democraticamente eletto, e lasciare che sia questo ente a gestire Internet con le leggi e gli strumenti che la Grande Rete richiede.

Censura e censurabilità

Una delle paure ricorrenti è che Internet ed il WWW vengano censurati a fini politici (o semplicemente come conseguenza della mai sanata bigotteria di alcune popolazioni).

Internet, tuttavia, non è censurabile. Non sono riusciti a censurarla nemmeno i governi più dittatoriali e più spietati del pianeta. Nemmeno il WWW è censurabile. Basta vedere esempi di siti delocalizzati e metamorfici come ThePirateBay e Wikileaks per rendersene conto.

Il vero problema è che la febbre censoria che affligge da tempo i nostri governanti ha il solo effetto di spingere allo sviluppo di strumenti sempre più resistenti alla censura ed al controllo, eliminando anche quel minimo di possibilità di controllo che ancora poteva esistere sulla Rete e che avrebbe potuto essere sfruttata per rendere più vivibile questo ambiente digitale.

Guardate Skype. Guardate Anonet. E ringraziate i nostri governi per avere spinto una intera popolazione di giovani programmatori a sviluppare questi mostri. Quando si scopre che Skype viene usato dalla mafia per i propri loschi affari, bisogna ringraziare i nostri lungimiranti governi per avere creato questa situazione.

Copyright e intercettazione

La spietata ed assurda caccia ai “pirati informatici” contribuisce in modo significativo al progressivo inabissarsi di gran parte della popolazione della Rete. Mentre RIAA, MPAA, SIAE ed altri enti, insieme ai governi nazionali, danno la caccia ai pirati, questi pirati si inabissano sempre più nei meandri imperscrutabili di reti P2P anonime e cifrate o di reti parallele, come Anonet e le reti private basate su Wi-Fi, UMTS e Wi-MAX. Questo rende sempre meno conoscibile e controllabile la Grande Rete.

I mezzi usati per dare la caccia ai pirati violano continuamente i più elementari diritti dei cittadini digitali, primo fra tutti il diritto alla riservatezza delle comunicazioni. Questa assurda caccia legittima a sua volta qualunque tipo di risposta. E la risposta proviene dal 90% della popolazione della Rete. I pirati, infatti, non sono cybercriminali che vivono alla Tortuga. Sono i nostri figli.

Circa il 90% del traffico di Internet è dovuto infatti al download “abusivo” di musica e film dalle reti P2P e circa il 70% della popolazione di Internet è rappresentato da giovani di età compresa tra i 15 ed i 25 anni. Quando diamo la caccia ai pirati informatici, stiamo quindi tentando di sbattere in galera i nostri figli.

Questi nostri figli non fanno altro che sfruttare una possibilità offerta dal mezzo e non potranno mai percepire questa azione come un crimine. Al giorno d’oggi, potete salvare sul disco rigido del vostro computer un brano musicale in due modi: “catturandolo” da una stazione radio in streaming (shoutcast o coolstream) oppure scaricandolo da una rete P2P (eMule). Il primo metodo è legale. Il secondo no (manca l’autorizzazione del titolare dei diritti).

Siete in grado di spiegare in cosa consiste la differenza? Quasi certamente, no. Nemmeno i nostri figli sono in grado di farlo. Nessuno è in grado di farlo, semplicemente perchè non esiste alcuna differenza.

Quanto tempo ancora sarà necessario per capire che ogni tentativo di arginare il fenomeno della cosidetta “pirateria” tende solo a criminalizzare i nostri figli per qualcosa che in realtà non ha nulla di criminale?

Anonimato

Non tutte le attività di Rete possono giustificare l’uso dell’anonimato e della pseudonimia. Di sicuro, non è necessario restare anonimi per contribuire ad un articolo di Wikipedia.

Alcune attività però richiedono l’uso dell’anonimato per loro stessa natura. Tra queste, va ricordata soprattutto lo svolgimento di attività politiche. Così come avviene nella vita reale, anche sulla Rete l’anonimato è l’unico strumento di protezione del privato cittadino nei confronti di sempre possibili ritorsioni e persecuzioni. Un’altra attività che richiede un certo grado di anonimato è la divulgazione di notizie scomode, ad opera di giornalisti professionisti e “citizen journalist”.

Una nazione che non riesce a cogliere questa esigenza della Rete ed a rispettare il diritto del cittadino all’anonimato digitale è condannata ad un triste destino.

Web 2.0

Per chi, come me, lavora dietro le quinte della Grande Rete, esistono solo due “epoche del web”: la prima è quella del web statico, basato solo su HTML, la seconda è quella del web dinamico, basata su script CGI (server-side) di vario tipo (prima Perl, poi PHP ed ora Java). Il primo web è esistito tra il 26 Febbraio del 1991 ed il 27 febbraio del 1991. Il resto è web dinamico.

Per chi vede il web dall’esterno, il web 1.0 è tutto ciò che è esistito fino al 1999/2000, prima dell’avvento dei blog, di WordPress, di MySpace, di Facebook e via dicendo. Il resto è web 2.0, cioè “web sociale”.

Entrambe queste divisioni sono artificiose. Il web è sempre stato in qualche misura dinamico ed è sempre stato in qualche misura sociale. Il web è per sua natura uno strumento interattivo e comunitario. Il web è soprattutto questo: un centro di aggregazione e di scambio di informazioni e di opinioni.

Per sua stessa natura, Internet tende a sostituire la piazza ed il bar nella gestione della vita sociale. Lo fa perchè è più efficiente nella creazione di comunità omogenee. Permette di aggregare persone che hanno le stesse opinioni e gli stessi interessi indipendentemente dalla distanza che li separa e dai loro orari di libertà.

Quando si dice che “i ragazzini non hanno più vita sociale e passano tutto il loro tempo davanti ad Internet” si dimostra di non aver capito nulla di una evoluzione epocale, inevitabile e cruciale del nostro mondo: la vita sociale, quella vera, quella legata alla politica ed al lavoro, al giorno d’oggi si fa soprattutto su Internet. Internet è il luogo d’elezione della vita sociale di oggi perchè è quello che risponde meglio alle esigenze pratiche dei suoi utenti (tempo e luogo dell’incontro).

Per questo va salvaguardata. “Bruciare Internet” vuol dire bruciare l’Agorà del XXI secolo.

Micropagamenti

Sono passati circa quindici anni da quando è apparso in Rete il primo “store” di eCommerce. Allora come oggi, per pagare un acquisto è necessario tirare fuori la carta di credito.

La carta di credito produce ansia. Molti utenti la percepiscono come la “porta di accesso” al loro conto corrente (anche se non è assolutamente questa la situazione nella realtà). Per questa ragione, l’eCommerce non è praticamente mai decollato in molti paesi, come l’Italia (grazie soprattutto ad una legislazione che protegge quasi solo gli interessi delle banche).

Oggi, come quindici anni fa, aspettiamo ancora un mezzo di pagamento che sia realmente adatto alla Grande Rete e, più in generale, che sia adatto ai micropagamenti della vita quotidiana (caffè al bar, libri in formato PDF su Internet, brani musicali in formato MP3 da vari “jukebox” digitali, etc.).

Potrebbe essere un “portafogli digitale”, simile ad una carta di credito prepagata. Potrebbe essere il telefono cellulare. Potrebbe essere qualcos’altro ma è importante che uno strumento di questo tipo arrivi sul mercato. È importante per far decollare la “new economy” ed è importante per tranquillizzare gli “old customers”.

La vera rete è P2P

Ora, a distanza di 20 anni dalla pubblicazione del software di Tim Berners-Lee, di Marc Andresseen e dei loro soci, ci ritroviamo a cantare le gesta del World Wide Web. Ma il web è già roba vecchia.

Il 90% del traffico di Internet è traffico P2P. Internet, quella vera, quella che tutti identificano con la Grande Rete, è il P2P. Non è il web.

Il P2P viene usato soprattutto (al 90%) per scambiare “illegalmente” brani musicali e film. Tuttavia, è anche il mezzo prediletto per scambiare software che è stato studiato e costruito proprio per essere scambiato liberamente in questo modo, come Linux, Firefox ed OpenOffice. Le reti P2P vengono usate anche per scambiare materiale che verrebbe quasi certamente censurato sul web.

La forza del P2P sta proprio in questa sua elevatissima efficienza nel trasferire file di grandi dimensioni (che manderebbero in crash un server web) e nel farlo in modo non intercettabile e non bloccabile. Il P2P arriva dove il web non può arrivare e si sostituisce naturalmente ad esso.

Oltre Internet

Ma Internet stessa è ormai roba vecchia. Anche se la “massa” ancora non se ne rende conto, Internet è già superata.

A causa delle continue vessazioni di cui sono vittima gli utenti della Grande Rete, una parte sempre più consistente del traffico si sta spostando su reti separate da Internet. Si tratta quasi sempre di reti invisibili, cifrate ed anonime, che collegano poche persone (da alcuni individui ad alcune centinaia) e che vengono usate come “luogo di ritrovo privato” dai loro utenti. La Grande Rete, basata su cavi e sul routing TCP/IP, si sta disintegrando in una miriade di reti P2P o F2F basate su Wi-Fi, Wi-MAX, HSDPA e persino Bluetooth. Queste reti sono completamente imprescrutabili ed incontrollabili. Lo sono per progettazione e lo sono a causa della loro estrema polverizzazione. Con un singolo sniffer piazzato presso la sede Telecom di Milano si può “analizzare” e sorvegliare il traffico di tutta la Internet italiana. Ma non si può usare uno sniffer su una rete P2P cifrata e non si possono mettere degli sniffer su tutte le migliaia di reti parallele che stanno nascendo in ogni angolo d’Italia.

I nostri governi hanno fallito miseramente nel loro compito istituzionale di proteggere i diritti digitali dei cittadini. Hanno venduto questi diritti all’asta e li hanno sostituiti con i privilegi dell’industria dei contenuti e con gli interessi dei politici.

Il prezzo da pagare è la perdita del controllo. Già adesso il traffico digitale non è più controllabile. Lo sarà sempre di meno in futuro, quando anche i ragazzini delle superiori scopriranno queste reti, così come hanno scoperto Napster ed eMule. A quel punto non ci sarà più nessun modo di controllare questo fenomeno.

La perdita di controllo vuol dire la fine definitiva ed irrimediabile del copyright, anche di quello “buono” e “necessario” (quello che tutela gli ultimi rimasugli dei diritti degli autori).

La perdita di controllo vuol dire la fine definitiva ed irrimediabile della censura, anche di quella “buona” e “necessaria” (contro la pedofilia, il razzismo, etc.).

I nostro governi sono riusciti in qualcosa che, senza la loro avidità, paranoia, stupidità e cecità, avrebbe richiesto secoli per realizzarsi: la nascita della prima, vera e totale forma di anarchia del pianeta. Nemmeno Bakunin avrebbe mai osato sperare in qualcosa del genere.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

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Comments
2 Responses to “20 Anni di World Wide Web”
  1. yanfry ha detto:

    Quanto verità nelle cose che hai scritto e quanta difficoltà nel comunicare queste cose ad una società come la nostra che l’analfabetismo è un problema di “massa” e non un caso sporadico http://www.wumagazine.com/index.php/wumagazine/articoli/attualita/2/ , in cui la tv ed i giornali privilegiano le notizie di cronaca nera http://www.ilsalvagente.it/Sezione.jsp?idSezione=2466&idSezioneRif=9 all’informazione, la mera (e sottomessa) “elencazione” delle dichiarazioni dei politici anzichè la critica e l’esame dei provvedimenti proposti http://www.osservatorio.it/interna.php?section=analysis&m=v&pos=0&idsection=000116, in cui la criminalizzazione degli internauti è la conseguenza della protezione degli interessi delle potenze economiche anzichè la volontà di “proteggere” la libertà degli utenti.
    La domanda rimane comunque sempre la stessa, dato che la “guerra” in atto può fare davvero sempre più danni, c’è un modo per noi utenti di “combatterla” in prima persona invece di subirla?
    Byez.

  2. Psykopear ha detto:

    Complimenti, sei una delle poche persone che condividano il mio pensiero riguardo la forma fondamentalmente anarchica della “società” (se così la vogliamo chiamare) internauta. Ancora una volta, bell’articolo

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