Recensione di Wired #1

Ieri ho comprato e (parzialmente) letto il primo numero di Wired Italia (http://www.wired.it/). Non ne sono rimasto entusiasta. Vi racconto qui di seguito perchè.

Ambizione

Sin dal redazionale (“login”), Wired si presenta come “Il Verbo” e promette grandi cose. Promette “visione”, promette originalità e novità, promette esperienze “mind-blowing”, grandi firme, articoli carichi di intelligenza, ricchi premi e cotillon.

Wired ha un grande passato alle spalle ed ha tutto il diritto di considerarsi una voce al di sopra del coro. Tuttavia, un atteggiamento più prudente non avrebbe guastato (specialmente se si tiene conto di ciò che dico nel seguito).

Librone

La prima cosa che saltà agli occhi è la mole di questa rivista: 240 pagine A4 patinate con copertina semirigida (il fronte ha una foto di Rita Levi Montalcini in B/N su fondo alluminio). Nonostante la sua mole, costa solo 4 (quattro) €.

Francamente, sin dal primo sguardo ricorda un po’ troppo certe riviste femminili che devono la loro esistenza solo al fatto di essere usate come vettore per la pubblicità di profumi e vestiti (e che grazie alle massicce dosi di pubblicità hanno un prezzo di copertina risibile in confronto al volume di carta che consentono di portarsi a casa).

Pubblicità

La pubblicità è infatti la nota dominante di Wired, sia per quantità (direi intorno al 70% delle pagine) sia per l’invasività. Praticamente non c’è pagina che non abbia almeno un richiamo a qualche prodotto.

Tra l’altro, dalla mole di pubblicità che è presente in questo primo numero risulta chiaro che Wired rischia di spazzare via molti concorrenti, anche ben radicati.

Fotografia

L’altra nota dominante è la spettacolare quantità e qualità delle fotografie. Su Wired si possono trovare alcuni dei migliori fotografi del momenti ed alcune delle più belle immagini da loro prodotte.

Se da un lato questo è un aspetto positivo, perchè permette di avere un rapporto immediato e visivo con la realtà di cui si parla, dall’altro è una soluzione francamente un po’ troppo facile ed un po’ troppo ruffiana al problema di sedurre il lettore. Tra l’altro, molte immagini sono completamente fini a sé stesse.

Al giorno d’oggi sono moltissime le riviste che tentano di imitare la TV facendo leva su un tipo di comunicazione soprattutto visivo ma… una rivista, specialmente una come Wired, non può essere un programma di intrattenimento. Ad un certo punto deve anche dire (o mostrare) qualcosa di utile e di interessante.

Varietà

Wired sembra volersi occupare di tutto: elettronica digitale, energie rinnovabili, ricerca scientifica, politica, occupazione, etc. Da un lato questo permette di avere una visione d’insieme sul mondo della conoscenza e della tecnica ma dall’altro implica una certa superficialità nel trattare i singoli argomenti.

Wired sembra quindi concepita più che altro per dare una visione dello sviluppo scientifico e tecnologico a chi lo guarda dall’esterno, non per fornire informazioni o spunti di riflessione a chi lo vive dall’interno.

Impaginazione

L’impaginazione di Wired, da sempre, è molto fresca e giovanile. Tuttavia, una impaginazione così articolata ed originale, sommata alla brevità ed alla frammentarietà degli articoli, rende piuttosto difficile la lettura.

Come avviene per molte riviste femminili, questo tipo di struttura e di impaginazione si rivela particolarmente adatta alla lettura “occasionale” nelle sale di attesa (mentre rende difficile una lettura sistematica). Insieme alla evidente superficialità e spettacolarità di molti articoli, questo conferma i miei sospetti che Wired sia ormai destinata più ad un lettore impreparato ed occasionale che ad un lettore tecnico (seppure giovane e “veloce”) come era un tempo.

Insomma, mi sembra di capire siamo di fronte ad una delle molte “vetrine su carta” concepite soprattutto per fare “window shopping” da seduti mentre si aspetta di entrare dal medico.

Grandi nomi

Wired, come tutte le riviste che hanno alle spalle molti soldi e molta “immagine”, fa leva sui grandi nomi per attirare il suo pubblico, a partire proprio da Rita Levi Montalcini intervistata dallo scrittore “scientifico” del momento, Paolo Giordano.

C’è anche un certo “misuse” di queste grandi firme. Invece di usarle per approfondire i temi che conoscono meglio si tende ad usarle per attirare il lettore con temi di tono filosofico che a volte sono estranei alla loro esperienza professionale ed esistenziale.

Francamente, questo è un altro sintomo di una certa mancanza di idee. Se si deve fare affidamento in questo modo su qualcun altro per trovare qualcosa da dire, significa che la redazione ha un problema abbastanza serio a trovare idee proprie con cui attirare i lettori.

Non era così Wired quando è nata.

Visione

Dai messaggi di login (redazionale) e di logout (saluti) risulta chiara l’intenzione di dare al lettore la necessaria “visione” (“prospettiva”) sul mondo della scienza e della tecnica di oggi. Questa intenzione traspare anche dai singoli articoli. Purtroppo, però, riuscire in questo scopo è difficilissimo al giorno d’oggi.

Scienza e tecnica avevano una fisionomia molto chiara, ed andavano in una direzione molto precisa, durante gli anni ’60, ’70 ed ’80. Dalla fine degli anni ’80 in poi, tuttavia, si è raggiunto un plafond (una fase di stasi) piuttosto evidente e si è scivolati nel mercantilismo scientifico/tecnologico più bieco.

Wired, volente o nolente, non può che lasciar trasparire questa situazione. Quando la discussione si concentra su qual’è il migliore smartphone o quale sarà la fonte di energia rinnovabile dell’immediato futuro, ci si ritrova subito nell’ambito tipico di una rivista “consumer”, come Jack. Molte ambizioni filosofiche vanno a farsi benedire (e non per colpa di Wired).

Superficialità

Gran parte degli articoli dispongono sia dello spazio che della “firma” necessari per avere un respiro ampio ed ambizioso. Purtroppo però, cadono “corti” rispetto alle aspettative che essi stessi contribuiscono a creare. A fronte di qualche frase ad effetto, c’è pochissima nuova informazione e spesso non c’è un approcio originale alle informazioni già note. Per chi è già abituato a leggere di questi temi in Rete e sulle principali riviste del settore, c’è una sensazione di “già letto” che stride in modo particolarmente fastidioso con le esplicite ambizioni di novità e di originalità di una rivista blasonata come Wired.

Conclusioni

In buona sostanza, Wired risulta essere piuttosto pretenziosa e superficiale. Ricorda da vicino alcune riviste consumer come Jack od alcune riviste scientifica “da spiaggia” come Focus. Insomma una seducente, rutilante vetrina di prodotti, idee, persone, iniziative e altre realtà che possono sicuramente sedurre il lettore ma resta, appunto, soprattutto o soltanto una vetrina, priva di spessore e di approfondimento.

Intendiamoci: non ci sarebbe nulla di male in tutto questo, se non si trattasse di Wired. Date le ambizioni che la redazione rende esplicite quasi in ogni pagina, sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di meglio.

Mi rendo conto del fatto che creare, numero dopo numero, una rivista del genere non è facile, ma vedo anche che altri (soprattutto in Rete) riescono a fare di meglio (spesso con risorse enormemente inferiori). Date un’occhiata a http://www.gravita-zero.org/ , per esempio, od a http://theregister.co.uk/ , http://www.boingboing.net/ ed altre crealtà simili.

Personalmente, credo che proverò a comprare ancora qualche numero in futuro per vedere se Wired Italia riesce a trovare una sua fisionomia. Poi vedrò che fare.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

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