Il Nemico Open Source

Al CES 2009, Palm ha annunciato un nuovo prodotto basatto su Linux (vedi: “PalmOS è morto, viva webOS!”) e subito uno dei lettori ha commentato la notizia in questo modo:

“Gli amministratori della Palm hanno sicuramente gioito nel licenziare tutti gli sviluppatori di PalmOS dopo aver sostituito tale prodotto con del codice scaricato gratis da alcuni repositori pubblici.

Con questa decisione si è scelto di abbassare i costi e di sfruttare l’aura di hype che aleggia sul pinguino sacrificando però la qualità e la responsabilità etica.

Esprimo tutta la mia solidarietà ai programmatori di PalmOS”

[Commento di Gold Partner alla notizia sopracitata]

Gold Partner non è certamente né il primo né il solo a pensarla in questo modo. Microsoft Corporation, ad esempio, sostiene quanto segue.

“Challenges to our business model may reduce our revenues and operating margins. Our business model has been based upon customers paying a fee to license software that we develop and distribute. Under this license-based software model, software developers bear the costs of converting original ideas into software products through investments in research and development, offsetting these costs with the revenue received from the distribution of their products. Certain “open source” software business models challenge our license-based software model. Open source commonly refers to software whose source code is subject to a license allowing it to be modified, combined with other software and redistributed, subject to restrictions set forth in the license. A number of commercial firms compete with us using an open source business model by modifying and then distributing open source software to end users at nominal cost and earning revenue on complementary services and products. These firms do not bear the full costs of research and development for the software. Some of these firms may build upon Microsoft ideas that we provide to them free or at low royalties in connection with our interoperability initiatives. To the extent open source software gains increasing market acceptance, our sales, revenue and operating margins may decline.”

[Che, naturalmente, non vi traduco in italiano per la semplice ragione che, se state leggendo questo articolo, che tratta del business dell’informatica, vuol dire che non potete permettervi il lusso di non conoscere l’inglese. In ogni caso, c’è Babelfish… Se qualcuno vuole farsi carico della traduzione, può pubblicarla qui nei commenti.]

Microsoft esprime questa sua opinione niente meno che in un documento ufficiale, cioè all’interno del report che, per legge, deve presentare ogni anno alla Stock Exchange Commission (SEC), l’equivalente della nostra CONSOB. Potete trovare il documento originale a questo indirizzo:

Microsoft Corp. Annual Report 2008, Item 1A.

La parte che vi interessa si trova nello Item 1A (“Risk Factors”).

Dunque, secondo quando sostengono alcuni illustri operatori del settore, il fenomeno Open Source minaccia seriamente di portare al collasso l’industria del software, producendo milioni di licenziamenti e, per effetto domino, di portare al collasso la nostra galassia ed alla inversione del moto di espansione dell’universo.

Sarà vero?

Eric Steven Raymond

Tra la fine degli anni ’80 e la fine degli anni ’90, un programmatore e consulente americano di chiara fama, Eric S. Raymond, ha studiato a fondo, in maniera diretta e sperimentale, il fenomeno dell’Open Source. Il suo lavoro, durato alcuni anni, è stato raccolto in tre o quattro articoli che sono diventati rapidamente famosissimi:

La cattedrale ed il bazaar (ApogeOnLine, in italiano)

La colonizzazione della Noosfera (ApogeOnLine, in italiano)

Il calderone magico (WikiSource, in italiano)

Li trovate tutti, liberamente scaricabili e consultabili, tradotti in una dozzina di lingue (tra cui l’italiano) sul sito di Raymond:

http://www.catb.org/~esr/writings/cathedral-bazaar/ .

Ne esistono delle versioni anche a Wikisource:

http://it.wikisource.org/wiki/Il_calderone_magico

http://it.wikisource.org/wiki/La_cattedrale_e_il_bazaar

http://it.wikisource.org/wiki/Colonizzare_la_noosfera

In uno di questi lavori (La colonizzazione della Noosfera), Raymond esamina gli aspetti filosofici, legali e strategici legati al business del software ed all’impatto che l’Open Source ha su di esso. In questo testo, Raymond fa notare alcune cose interessanti:

  1. Raramente lo sviluppo di un programma Open Source nasce con il preciso intento di competere con un prodotto commerciale. Di solito, si affronta l’epica impresa di sviluppare qualcosa in questo modo perchè le aziende commerciali non offrono nulla di adatto allo scopo oppure perchè, in cambio di quello che offrono, queste aziende cercano di vincolare a sé stesse i loro clienti in modo inaccettabile. Questo è ciò che è successo, ad esempio, nel caso di EMACS e, più avanti, di tutto il software GNU e di Linux.

  2. Raramente i prodotti Open Source competono in modo diretto con dei prodotti commerciali sul piano delle feature e delle prestazioni. Il loro scopo, infatti, è quello di fornire una soluzione (condivisa) ad un problema diffuso, non quello di conquistare il mercato. Di conseguenza, spesso si tratta di soluzioni che si fanno apprezzare per la loro libertà e per la loro natura standard, non per la loro eleganza o le loro prestazioni. Questo è il caso di OpenOffice, ad esempio.

  3. Spesso i prodotti Open Source nascono dall’abbandono di settori di mercato ormai non più remunerativi da parte delle aziende. Si pensi alla “morte” di Netscape Navigator ed alla nascita di Mozilla, ad esempio.

In altri termini, è già difficile sostenere che il Software Open Source sia in competizione diretta con i prodotti commerciali. Lo dimostra il fatto, ad esempio, che chi usa MS Windows, MS Office e gli altri prodotti Microsoft ha una fortissima resistenza a passare a Linux od a BSD, nonostante il fatto che questi due ambienti siano tecnicamente equivalenti al software Microsoft e completamente gratuiti. Ciò che cerca il cliente Microsoft è radicalmente diverso da ciò che cerca un utente Linux e quindi non c’è nessuna reale competizione. L’utente Microsoft vuole rassicurazioni (“c’è Microsoft che mi assiste”) e prestazioni (le slide di PowerPoint, le macro di Excel, etc.). L’utente Linux vuole libertà (“il software è mio, lo installo dove mi pare e lo do a chi mi pare. Se voglio, lo modifico”) e condivisibilità (“ti passo il foglio di calcolo in formato ODF e, se ti serve, anche il programma con cui puoi gestirlo).

Questa assenza di una vera competizione, però, è solo uno degli aspetti che devono essere tenuti in considerazione.

L’Open Source ed il Software “Shrink-Wrapped”

In realtà, il software Open Source entra in competizione (solo in alcuni casi e non sempre con intenzione) solo con una specifica tipologia di software tra le molte che esistono: il software “in scatola” (“shrink-wrapped”) come MS Office, Norton Internet Security, la roba di Adobe e via dicendo.

OpenOffice entra in competizione (solo marginalmente) con MS Office. Linux entra in competizione (solo marginalmente) con MS Windows e Apple Mac OS X.

Il Software “shrink wrapped” rappresenta però soltanto il 5% circa (si, avete letto bene: “il cinque per cento circa”) del mercato complessivo del software. Inoltre, il 70% (settanta per cento) di questo business è in mano ad una sola azienda: Microsoft. Questo su scala mondiale. In Italia, come sempre, va molto peggio: la produzione di software shrink-wrapped rappresenta meno dell’uno per cento (<1%) del mercato e circa il 90% del software utilizzato è di produzione Microsoft. Quasi tutto qull’1% è rappresentato da soluzioni gestionali di qualche tipo (contabilità e cose simili),

Il resto del software che viene prodotto è rappresentato dalle cosiddette “soluzioni verticali”, cioè applicazioni software che devono soddisfare le specifiche esigenze di una specifica azienda e che quindi vengono sviluppate sulla base di specifiche richieste. Per definizione, questo tipo di mercato non può essere occupato né da prodotti commerciali né da prodotti Open Source. Se così fosse, le aziende committenti si limiterebbero a comprare o adottare questi prodotti. Un esempio classico di “soluzione verticale” è il software usato da Trenitalia per la gestione degli orari dei treni e per la vendita dei biglietti.

Il software Open Source non compete affatto con questo mercato. Anzi: in un certa misura lo rende possibile fornendo piattaforme di sviluppo come Linux, i server LAMP, server applicativi come JBoss, librerie di software ed altre risorse di base come CVS, Bugzilla e via dicendo. Senza il software Open Source, chi sviluppa software custom sarebbe veramente “alla carretta”.

Nicchie non sfruttabili

Il software Open Source occupa soprattutto delle nicchie di mercato che, per un motivo o per l’altro, non sono sfruttabili dalle aziende commerciali. EMACS ne è stato un esempio eclatante. Al tempo in cui è stato sviluppato, produrre un editor adatto alle complesse esigenze dei programmatori sarebbe stata una follia dal punto di vista commerciale. La complessità di uno strumento del genere avrebbe imposto costi di sviluppo molto alti e la modestissima quantità di programmatori esistenti in quel momento non avrebbe potuto rappresentare un bacino di utenza in grado di coprire i costi. Questa è stata la ragione per cui alcuni programmatori hanno deciso di costruirsi il loro strumento. Con il diffondersi delle competenze necessarie e con l’evoluzione degli strumenti, questa “moda” si è diffusa a molti altri settori (a partire dalla bioinformatica, ad esempio).

Costi non sopportabili

In molti casi, lo sviluppo di prodotti “chiusi” impone dei costi tali che nessuna azienda, al giorno d’oggi, sarebbe in grado di sopportarli. Di conseguenza, l’unico modo di sviluppare certi prodotti consiste nel cercare aiuto sul mercato del volontariato rivolgendosi sia a privati cittadini che ad altre aziende. Questo è esattamente quello che è successo in quasi tutti i casi più recenti, da OpenOffice a Mozilla a Eclipse. In tutti questi casi, il rilascio del codice con licenza aperta è solo la diretta conseguenza del fatto che nessun attore esterno all’azienda sarebbe mai disposto a regalare ore di lavoro senza poi avere la possibilità di accedere al frutto del proprio lavoro.

Mercati non vincolabili

In alcuni casi le aziende commerciali, come Microsoft, non possono occupare una nicchia di mercato perchè, per sua natura, quella nicchia richiede un prodotto “aperto e condivisibile”, non controllabile da nessuno. Questo è il caso di alcuni strumenti “pirata” come le reti P2P, ad esempio, ma è anche il caso, molto più diffuso, di tutti quegli strumenti che servono per accedere a documenti e basi di dati che devono restare accessibili, qualunque cosa faccia l’azienda che produce il software. Questa è la vera ragione per cui molti,in passato, sono fuggiti da prodotti come MS Word, MS Excel, MS Access e si sono orientati verso prodotti come OpenOffice. La lezione del formato di dati “chiuso” di Word e di Excel è bastata a molti per capire quanto fosse pericoloso permettere ad una azienda di controllare l’accesso ai propri dati ed ai propri documenti.

In questi casi, semplicemente, il modello “chiuso” non è accettabile dal mercato e non può essere imposto al mercato stesso oltre una certa misura. Per questa ragione questi mercati vengono sempre più occupati da software Open Source, su cui nessuno ha un reale controllo. La natura gratuita del software Open Source in questi casi è solo un beneficio marginale.

Open Source to the rescue

In molti casi, il passaggio da un modello di sviluppo e di commercializzazione chiuso ad uno aperto ha salvato un prodotto dalla scomparsa (e quindi gli sviluppatori dal licenziamento). Questo è stato il caso di Netscape che, sotto il suggerimento di Eric Steven Raymond, ha reso Open Source Netscape Navigator dando origine a Mozilla. Pochi sanno che una parte dei programmatori originari di Netscape Navigator lavora ancora adesso a Netscape (ora AOL) per creare software custom per i clienti dell’azienda. Senza il passaggio ad un modello aperto, questa gente sarebbe rimasta senza lavoro già nel 1997. Una sorte analoga è toccata a molti altri prodotti, da OpenOffice (ex StarOffice) a Interbase (ora Firebird).

Quattro o quaranta ore alla settimana

Al giorno d’oggi, oltre il 70% (settanta per cento) del software Open Source viene prodotto da programmatori che sono regolarmente pagati per il loro lavoro in questo campo. Questo vale per le migliaia di programmatori che lavorano su progetti Open Source a Sun, Netscape, IBM, Red Hat, SuSe, Mandrake e via dicendo.

Non solo: quasi tutte le aziende del software di una certa dimensione riconoscono ormai ai loro programmatori il “diritto” di lavorare su un progetto Open Source di loro scelta all’interno del normale orario di lavoro. Molte aziende (ovviamente non italiane) lo mettono persino a progetto! La capofila di questa moda è stata Google. Come noto, gran parte dello sviluppo di Google è dedicato a prodotti Open Source e persino quelli che lavorano sul software ad uso interno dell’azienda sono autorizzati a (e pagati per) dedicare da quattro a dodici ore la settimana su progetti open source a loro scelta.

In altri termini, il software Open Source dà da lavorare a questa gente per quattro o per quaranta ore alla settimana. Di sicuro, non toglie loro lavoro.

La capanna di Robinson Crusoe

In molti settori, il software Open Source è diventato (da decenni, non da mesi o da anni), una specie di “risorsa naturale”, un ecosistema a cui si può fare riferimento quando si deve costruire qualcosa. Come Robinson Crusoe faceva un giro per la foresta, raccoglieva materiali e poi costruiva ciò che gli serviva, anche molti programmatori, al giorno d’oggi, fanno un giro su sourceforge o su freshmeat, raccolgono ciò di cui hanno bisogno e costruiscono software per i loro clienti.

Senza il software Open Source, questi programmatori non potrebbero mai affrontare progetti della complessità richiesta dalle reali applicazioni del mercato. Senza di esso, dovrebbero fare un altro lavoro (quale?).

Conclusioni: sfruttare o combattere?

Il fenomeno Open Source è un fenomeno che divide. Nei suoi confronti si possono avere solo due reazioni sincere: una immediata ed entusiastica adozione od un odio profondo ed insanabile.

Se si resta affascinati da questo fenomeno, si entra a farne parte. Si impara a programmare ad un livello che in azienda è impensabile. Si impara a lavorare con altre persone motivate, spesso parlando in inglese e sfruttando a fondo Internet. Si diventa programmatori (e uomini) migliori. Si impara che è possibile costruire con facilità soluzioni che risolvono problemi reali e che le aziende sono disposte a pagare. Si può vivere di questo.

Se la propria reazione naturale è di odio, non c’è niente che la possa trasformare in qualcos’altro. In quel caso, saranno altri a godere i vantaggi di questo fenomeno.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

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Comments
4 Responses to “Il Nemico Open Source”
  1. Simone ha detto:

    Per prima cosa ricordo che opensource!= Gratis … (qui il messaggio passato è esattamente il contrario)…secondo ..non è esatto neppure l’affermazione “Se la propria reazione naturale è di odio, non c’è niente che la possa trasformare in qualcos’altro. ” … vedi beppe Grillo ..all’inizio la pensava esattamente come citato ..ma una volta che gli è stato spiegato cos’è veramente l’opensource e cosa ci sta dietro l’ha appoggiato

  2. pacatoegentile ha detto:

    Scusa,
    hai mai programmato ? Intendo prendere un editor scrivere un programma in un linguaggio, compilarlo e farlo andare ?
    No non mi riferisco alla paginetta php o asp o a fare un file .bat , parlo proprio di programmare, capire i concetti di ricorsione, iterazione compilazione e scrivere un programma.
    Perche’ mi pare tanto che parli solo a citaizioni

  3. Endmill ha detto:

    Ottimo articolo,direi che rispecchia la realtà.

    In un mondo (quello di internet) in cui tante persone si chierano da una parte e tante dall’altra,hai fatto (permettimi l’uso del tu..)un analisi in cui mi ritrovo molto.

    Purtroppo l’open source guadagna punti perchè stà diventando di moda,non per i reali vantaggi che può portare in alcuni campi…

  4. Psykopear ha detto:

    Bell’articolo alessandro

    @pacatoegentile: per curiosità, a chi ti riferisci?

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