L’Opera dell’Ingegno nell’era della sua Inflazione Digitale

Questo problema è già stato affrontato nel lontano 1936 da Walter Benjamin nel suo famoso scritto “L’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica”. Trovate il testo originale (in inglese) qui:

http://walterbenjamin.ominiverdi.org/wp-content/workart.pdf

Qui c’è una serie di fonti utili per comprarne una copia cartacea in italiano:

http://it.wikipedia.org/wiki/Speciale:RicercaISBN/8806154435

Qui trovate una biografia di Walter Benjamin e altro materiale:

http://it.wikipedia.org/wiki/Walter_Benjamin

http://walterbenjamin.ominiverdi.org/?cat=7

Questo stesso problema, tuttavia, contina a ripresentarsi e ad essere discusso animatamente da decenni. Con l’avvento di Internet, dei lettori MP3 e delle reti P2P sembra essere diventato l’unico argomento degno di nota tra i professionisti del settore.

Dal 2006 in avanti è successo qualcosa che Benjamin non poteva prevedere e che richiede un aggiornamento del suo studio. Da un lato, le opere d’arte non sono più soltanto riproducibili. Sono addirittura inflazionate. L’offerta è talmente alta (sia a titolo commerciale che a titolo gratuito) che è ormai quasi impossibile farsi pagare un’opera d’arte (che non sia un quadro od una scultura in esemplare unico). Dall’altro, ad essere soggette a questo fenomeno non sono più soltanto le opere d’arte ma tutte le opere dell’ingegno, a partire dai testi di saggistica per finire ai disegni CAD.

CopyAbuse© e Sovrapproduzione

L’attuale situazione si è venuta a creare a causa dell’effetto concomitante di due diversi fenomeni: la violazione sistematica, su larga scala, dei diritti di copia ed una spettacolare sovrapproduzione.

Per il primo fenomeno, mi permetto di proporre un nome preciso: CopyAbuse. Dato che stiamo parlando di diritti d’autore, mi permetto anche di registrarlo, in modo che diventino chiari a tutti gli effetti del copyright. D’ora in poi, quindi, per usare il neologismo “CopyAbuse” nei vostri testi dovrete pagarmi le royalty e citare il mio nome come titolare dei diritti, come avviene abitualmente per i nomi delle aziende (Microsoft) e dei loro prodotti (Windows).

Sarcasmo a parte, il CopyAbuse ha prodotto una vera inflazione dell”offerta di prodotti protetti da copyright sul mercato digitale (su Internet). Questo ha fatto crollare l’interesse del pubblico per l’acquisto di questi prodotti ed ha prodotto un crollo del mercato (ma non dei prezzi). Questo, almeno, è ciò che sostengono le case editrici. In realtà, quasi tutti gli studi condotti sugli effetti del fenomeno sul mercato dimostrano che i brani musicali ed i film più “piratati” sono anche quelli che hanno maggiore successo di vendite (e lo hanno solo dopo che sono stati resi disponibili sul mercato pirata). Lo “effetto promozione” della pirateria è quindi evidente ed innegabile. Infatti, le case editrici, che pure si lamentano di un presunto calo delle vendite, si guardano bene dal fare ciò che un calo delle vendite consiglierebbe, cioè ridurre i prezzi.

Comunque, per quello che riguarda la nostra analisi, accettiamo pure l’ipotesi che il CopyAbuse contribuisca in modo significativo all’inflazione dell’offerta, anche se questa tesi è ancora tutta da dimostrare.

L’altro fenomeno è forse meno evidente ma, in realtà, ha un effetto persino più drammatico. Il fatto è che la disponibilità legale di musica, libri e film in formato digitale è aumentata in modo esponenziale negli ultimi anni, grazie alla maggiore disponibilità di canali di distribuzione a costo zero come Internet (radio-over-IP, TV-over-IP, etc.) ed i lettori MP3/MPEG4.

A questo si aggiunge il fatto che è diventato facilissimo produrre e distribuire i propri testi (PDF), la propria musica (MP3 e simili) ed i propri film (MPEG4, DivX, etc.) senza passare attraverso gli da studi di registrazione e le da case editrici. Questo ha prodotto una soverchiante sovrapproduzione di materiale artistico e culturale (quasi sempre gratuito) che, molto semplicemente, ha saturato la capacità ricettiva del pubblico, ingolfando il mercato.

L’effetto finale è che, quando l’utente medio ha finito di consumare l’enorme quantità di materiale disponibile legalmente e gratuitamente (oltre che “piratescamente), non ha più un solo istante da dedicare ad altro. Di conseguenza, il mercato dei prodotti artistici e culturali non ha più un mercato.

Non solo menestrelli

L’altro elemento nuovo di questa crisi è il fatto che essa non colpisce più soltanto gli artisti, il mondo della cultura e dello spettacolo. Ora colpisce anche delle figure professionali di carattere strettamente scientifico e tecnico, come gli ingegneri che producono software o “contenuti” di vario tipo. In una certa misura, colpisce persino chi svolge attività di consulenza dal forte contenuto informativo, come chi si occupa di fornire alle aziende studi di mercato, raccolte di dati ed informazioni di altro tipo.

Il software è notoriamente una delle principali vittime del fenomeno della copia abusiva. Questo fenomeno, però, colpisce soprattutto chi produce software “in scatola” (“shrink-wrapped”), come Microsoft. Questo tipo di software rappresenta solo una percentuale minima del mercato e dà da lavorare solo ad una piccola percentuale dei programmatori. Il resto del mercato sta facendo i conti con un altro fenomeno: la non-obsolescenza del codice e la conseguente saturazione del mercato. Una volta scritto un programma gestionale “custom” per una azienda, od un sito web, quello resta in funzione per decenni. Di conseguenza, il mercato si è rapidamente saturato.

Una crisi simile sta colpendo anche chi produce grafica 2D, modelli 3D, musica MIDI e cose simili per il mercato dei videogame e dei mondi virtuali. Una volta prodotto l’avatar 3D “Obama”, quello resta “in vita” in eterno e satura rapidamente una nicchia di mercato. Il fenomeno della copia non autorizzata (che peraltro è facilmente contrastabile in questi ambienti) fa il resto.

Chi ha vissuto indisturbato per decenni creando raccolte di dati, come Informazioni Editoriali SPA (ex EmmeLibri) (http://www.ie-online.it/home.htm) che ha trattato per decenni la banca dati “Alice” sui libri italiani in commercio, ora deve fare i conti con Google. Altre famose banche dati, come la “Guida Monaci” (http://www.guidamonaci.it/) stanno diventando sempre meno necessarie grazie al fatto che molte informazioni sono comunque reperibili sul web. Questo fenomeno corre parallelamente a quello che ha decretato il quasi fallimento dell’Enciclopedia Britannica ed il successo di MS Encarta e di Wikipedia. In molti casi, consulenza ed editoria si sovrappongono e soffrono della stessa sorte.

Persino i consulenti tecnico/scientifici e legali devono ora fare i conti con l’estrema facilità che hanno i loro clienti nel reperire le informazioni di cui hanno bisogno su Internet, a volte addirittura su Wikipedia. Un esempio classico sono i consulenti che trattano l’argomento “sicurezza dei dati e privacy”. Al giorno d’oggi è possibile scaricare (gratis) da Internet la modulistica e le informazioni necessarie per ottemperare da soli ai principali obblighi di legge. Un po’ di bricolage tecnico/legale e si risparmiano alcune centinaia di euro.

Le vittime più illustri (e più compiante) di questo fenomeno sono gli autori di testi tecnici (manuali) e scientifici (saggistica). Chi ha vissuto per anni scrivendo questo tipo di testi ora deve confrontarsi con la concorrenza di milioni di blogger (a volte molto qualificati) che mettono a disposizione gratuitamente le stesse informazioni.

Ed infine, ci sono i giornalisti, sempre più confinati in un angolo a causa della competizione dei blogger e videoblogger di Internet.

Il web 2.0, oltre a molti meriti, ha anche la colpa di produrre un tipo di disoccupazione intellettuale che solo pochi anni fa sarebbe stato impensabile.

Il futuro è peggio

Il guaio è che il futuro può solo essere peggio. Il copyright non può essere difeso in modo adeguato con nessun mezzo tecnico (DRM, Watermark, sorveglianza, filtratura, etc.) e con nessun mezzo legale, nemmeno in un ipotetico stato di polizia. Il CopyAbuse, però, è solo il minore dei problemi.

Il vero problema è l’enorme sovrappoduzione di materiale culturale, intellettuale ed artistico reso possibile dalle moderne tecnologie e dalla autoproduzione. La crisi delle riviste tecniche, specialmente quelle di informatica, ne è un esempio evidente. Perchè mai dovrei comprare una rivista se posso sempre, facilmente, gratuitamente e tempestivamente trovare le stesse informazioni sul web?

Il crollo dei costi economici e tecnici legati alla produzione e diffusione di “contenuti” ha portato alla saturazione del mercato.

Chi affonda?

Ma, nei dettagli, quali sono i prodotti e le attività che corrono più rischi?

In cima alla lista ci sono tutti i prodotti che sono autocontenuti e “finiti in sè” sotto forma di file digitale, come i libri e gli articoli in formato PDF, i brani musicali in formato digitale (MP3 e simili) e, in parte, i film (MPEG4, DivX e simili). Questo perchè questi prodotti subiscono pesantemente gli effetti incrociati della copia abusiva e della concorrenza delle produzioni gratuite.

La musica è un esempio eclatatante. Al giorno d’oggi è già quasi impossibile vendere dei dischi e dei brani in formato digitale (a meno che non siano qualcosa di veramente imperdibile) a causa del fenomeno combinato dei lettori MP3 e delle reti P2P. A questo si aggiunge la sempre più intensa competizione rappresentata dai musicisti indipendenti che cercano di emergere e pubblicano brani gratuiti su Internet. Il risultato finale è che i ricavi delle case editrici musicali e degli autori sono in caduta verticale da anni.

Il ritratto del prodotto “perdente” in questa specie di “selezione naturale” è sostanzialmente rappresentato da due punti:

  1. Deve trattarsi di un prodotto fruibile così com’è (“as is”).

  2. Deve trattarsi di un prodotto facilmente riproducibile e distribuibile, magari anche accettando qualche perdita di qualità e correndo qualche rischio legale.

Di conseguenza, sono a rischio di quasi-estinzione (almeno sul mercato delle attività remunerate) tutte quelle attività che portano alla creazione di questi tipi di prodotti, come la scrittura di articoli, racconti, romanzi, saggi e manuali tecnici, la produzione di brani musicali e cose simili.

Chi si salva?

Non tutte le attività che abbiamo appena citato sono però destinate all’estinzione in toto. Alcune sotto-categorie sono sicuramente destinate a resistere molto bene all’impatto. Tra queste, possiamo citare le seguenti.

  1. La stesura di articoli e racconti per i giornali (su carta e su web). Questi testi sono usati come “vettori” per la pubblicità e continueranno a mantenere un loro valore commerciale (“strumentale”) per le case editrici. Tuttavia, la selezione si farà ancora più spietata di quanto lo sia ora, a causa della fortissima offerta di prodotti gratuiti da parte di scrittori emergenti. Solo gli autori veramente eccellenti potranno sopravvivere a questa selezione (in buona sostanza, solo quelli a livello di Italo Calvino, di Pier Paolo Pasolini, di Carlo Fruttero. Franco Lucentini e pochi altri).

  2. La stesura di spartiti musicali. Dato che il principale mercato degli spartiti è (o dovrebbe essere) quello legato alla esecuzione da parte di professionisti (ai concerti, ai matrimoni, in radio, etc.), ci sarà sempre qualcuno costretto a pagare per poterne fruire. Questo perchè l’esecuzione in pubblico di un brano coperto da copyright è una attività facilmente controllabile. Spariranno invece i proventi che derivano ora dal mercato amatoriale e studentesco. Chi studia musica, per professione o per diletto, non compra più da tempo e non comprerà mai più gli spartiti. Si limita a scaricarli da Internet. In un certo senso, questo è anche giusto visto che non c’è né un fine di lucro né una esecuzione pubblica. Sarebbe ora che la legge certificasse il diritto degli amatori e degli studenti ad accedere gratuitamente agli spartiti.

  3. La stesura di sceneggiature per il teatro, il cinema e la televisione (ed Internet stessa). Questo per due ragioni. Da un lato l’esecuzione pubblica di una sceneggiatura è facilmente controllabile, come nel caso della musica. Dall’altro, la sceneggiatura, in sé, non è un prodotto “finito” e fruibile. Bisogna darle vita mettendo in scena l’opera e questo ha un elevatissimo costo organizzativo e produttivo. Pagare i diritti d’autore sulla sceneggiatura è spesso il costo minore dell’intera produzione.

  4. L’esecuzione dal vivo di brani musicali e rappresentazioni teatrali. Chi compone e suona in pubblico la propria musica, come i cantautori italiani, continuerà a guadagnare dai concerti (spesso con notevoli introiti). Chi scrive le proprie sceneggiature e le mette in scena in proprio, come Marco Paolini e Ascanio Celestini, continuerà a trarre gran parte dei propri introiti dagli incassi del botteghino.

Più in generale, resisterà bene a questo cambiamento epocale tutto il settore delle esecuzioni, sia dal vivo che registrate. Attori, orchestrali e simili hanno poco da temere da Internet. Chi va a teatro od ai concerti, vuole vedere ed ascoltare i propri paladini dal vivo, anche a costo di pagare un biglietto salato. Un CD od un DVD video non basta e non basterà mai (come non è mai bastata la televisione o la radio). Anche chi suona o recita di fronte ad una telecamera, in realtà, non ha molto da temere. Una parte significativa degli introiti deriva dal mercato “professionale”, cioè dalla esecuzione per conto di radio e TV (che usano questa roba come vettore pubblicitario). Questo mercato continuerà ad esistere indipendentemente dal fatto che il cliente finale paghi o meno il CD od il DVD. Saranno ancora le radio e le TV, facilmente controllabili e tenute al pagamento dei diritti, a pagare il conto.

Questo vuole dire, ovviamente, che in futuro non basterà più saper scrivere o comporre per guadagnare. Bisognerà anche saper suonare e recitare. Per fare soldi, bisognerà stare sul palcoscenico in prima persona.

Come ci si salva?

Come autori, ci si salva da questa crisi facendosi carico in toto della propria opera, cioè portandola sui palcoscenici, sfruttandola e supportandola in ogni modo.

Un bellissimo esempio di artista ed intellettuale del XXI secolo è Marco Paolini (http://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Paolini). Paolini avrebbe potuto semplicemente scrivere un libro sulla tragedia di Ustica. E lo ha fatto, insieme a Daniele Del Giudice: http://www.liberonweb.com/asp/libro.asp?ISBN=8806159410 . Ma è andato oltre. Ha trasformato questo libro in uno spettacolo teatrale. Poi ha trasformato lo spettacolo teatrale in una registrazione (prima su VHS,ora su DVD). Paolini ha fatto lo stesso con tutte le sue opere teatrali.

Paolini si è fatto carico completamente della sua opera, portandola su tutti i mercato possibili, sfruttandola in ogni modo e supportandola fin dove ha potuto. Ne ha risposto in toto e ne ha tratto tutto il possibile.

Questo vale anche per persone che non trattano argomenti storici e che si occupano invece di questioni scientifiche ed aziendali, come lo psicologo Paolo Vergnani http://www.castaspell.it/teatrodimpresa/formattori_paolo_vergnani.php) che sin dal 1997 porta le sue competenze sul palcoscenico attraverso il cosiddetto “Teatro d’Impresa” (http://it.wikipedia.org/wiki/Teatro_d%27Impresa).

Come editori (di sé stessi e/o di altri), ci si salva sfruttando le opportunità offerte dal XXI secolo invece di sprecare energie nel tentativo di combatterle. In particolare, si tratta di imparare a sfruttare i canali distributivi del XXI secolo, come Internet, e di rassegnarsi al fatto che i contenuti non possono essere protetti dalla copia indesiderata. Bisogna rassegnarsi al fatto che gli alti guadagni che hanno caratterizzato il XX secolo non saranno più possibili in futuro. Non per questo, però, il mondo dell’editoria scomparirà del tutto.

Elephant Man

E se non si sa recitare e suonare? E se si ha la faccia di Elephant Man?

Come ho già detto, molte delle sotto-attività tipiche del mondo dello spettacolo e delle varie attività artistiche ed intellettuali dell’uomo sono comunque destinate a sopravvivere.

Mogol, per fare un esempio, non si è mai visto su di un palcoscenico. Ha sempre vissuto (e continuerà a vivere) di diritti d’autore che altri artisti gli pagano per poter cantare i suoi testi. Di sicuro, anche Mogol in futuro perderà una larga parte dei suo introiti a causa del fenomeno P2P+MP3 e del conseguente (?) crollo del mercato musicale. Tuttavia, continuerà a raccogliere somme non trascurabili dai diritti che i cantanti, le radio e la TV gli pagano per poter eseguire in pubblico i suoi brani.

Sono sicuro che Roberto Saviano, Janet K. Rowling, Carlo Lucarelli, Andrea Camilleri e la buonanima di J.R.R Tolkien abbiano subito, e continueranno a subire, forti perdite (“mancati guadagni”) a causa delle innumerevoli copie illegali delle loro opere narrative. Tuttavia, sono altrettanto sicuro non andranno in bancarotta. Questo grazie ai diritti che hanno raccolto per le trasposizioni cinematografiche, televisive e teatrali delle loro opere.

La questione dei micropagamenti

Al puzzle che ho delineato manca però un tassello. Al giorno d’oggi, un autore che decidesse di vendere il proprio libro direttamente dal proprio blog internet, in formato PDF, si troverebbe bloccato dalla impossibilità di farsi pagare dai suoi clienti.

In Italia, solo una risibile percentuale della popolazione usa la carta di credito per i pagamenti (anche se quasi tutti ne hanno una). Altri mezzi di pagamento, come i bonifici bancari, sono palesemente inadeguati a piccoli trasferimento di denaro (dell’ordine dell’euro o meno).

Quello che manca è un vero sistema di micropagamenti, standardizzato, ampiamente diffuso e ragionevolmente economico. Ci vorrebbe qualcosa come i pagamenti via cellulare, con addebito diretto sulla scheda. Purtroppo questi sistemi sono sotto il controllo monopolistico di alcuni operatori di telefonia che impongono sul loro uso delle tangenti degne di una citazione in giudizio per usura. Basti pensare che su un euro (1 €) di addebito complessivo, oltre 50 centesimi se li prende l’operatore di telefonia. Su addebiti di 2 € l’operatore, magnanimo, si tiene solo 60 centesimi.

L’assenza di un vero sistema di micropagamenti è la vera ragione per cui le reti P2P continuano a prosperare e per cui gli autori non riescono ancora a svincolarsi da intermediari (le case editrici) che hanno perso la loro ragione di esistere almeno dieci anni fa.

Un’offerta commerciale inadeguata

L’assenza di un vero meccanismo di micropagamento è una delle ragioni per cui non esiste una vera offerta “digitale” sul mercato ma certo non è la sola.

Tra le altre ragioni per cui non è mai decollato un vero mercato digitale delle opere dell’ingengno, dalla musica agli ebook, la più importante è quella legata ai prezzi. Tuttora, in un mondo in cui chiunque può scaricare per intero qualunque LP a costo zero e con qualità CD da Internet grazie a decine di diverse reti P2P, le case editrici musicali insistono a vendere i loro prodotti a costi folli (1€ a brano, 12 – 15 € a LP) e continuano a proteggerli con sistemi DRM di varia natura. In altri termini, per acquistare legalmente un CD da Internet, in formato digitale, bisogna pagarlo come un CD vero, acquistato in negozio, e sottostare a limitazioni di copia persino peggiori di quelle imposte dal CD. Francamente, è difficile pensare che un approcio del genere al mercato possa avere un minimo di sucesso.

Gli editori cartacei non sono da meno. I libri che vengono proposti in formato digitale (ebook) costano spesso quanto le versioni cartacee e sono protetti in modo draconiano da sistemi DRM che ne rendono la fruizione ancora più difficile di quanto avvenga con i brani musicali.

Molto semplicemente, i manager di queste aziende mancano completamente di senso della realtà.

La mancanza di un vero mercato legale per i prodotti digitali crea non pochi problemi anche agli autori che si vedono spesso costretti, per esempio, a regalare ciò che producono perchè, in ogni caso, nessuno sarebbe disposto ad acquistarli alle folli condizioni imposte dalle loro case editrici.

Conclusioni

Siamo di fronte ad una crisi del mercato culturale dovuta ad un impressionante eccesso di offerta e le prospettive per il futuro sono ancora più cupe. Questo però non vuol dire che il mercato dei “prodotti dell’ingegno e della creatività umana” sia destinato a crollare. Non è quindi nemmeno detto che artisti ed intellettuali debbano andare a lavorare in miniera e limitare le proprie attività artistiche ed intellettuali al tempo libero. A dispetto delle apparenze, esiste e continuerà ad esistere un mercato remunerativo per questo tipo di produzioni. Ciò che cambia, è il “mercato di riferimento”, cioè il pubblico a cui si rivolge l’offerta (o, detto in altri termini, il tipo di clienti che paga e pagherà il conto).

In buona sostanza, in futuro saranno sempre di più le radio, la TV, il cinema e Internet stessa a pagare il conto agli autori, soprattutto grazie alla pubblicita e, in parte, anche grazie alla vendita di biglietti per spettacoli “live” (inclusa la PayTV, il PayToView, gli spettacoli dal vivo e via dicendo).

Questo, però, vuol anche dire che si alzerà notevolmente il livello della asticella che separa il mondo degli “amateur” da quello dei professionisti remunerati. Per farsi pagare per le proprie opere, si dovrà essere più bravi.

In compenso, è già adesso più facile farsi conoscere e, in una certa misura, è anche più facile conquistare una propria nicchia di mercato. Questo grazie alla distribuziomne a costo zero via Internet ed al cosidetto “effetto coda”.

A questo si aggiunge l’innegabile vantaggio dovuto ad una vasta disponibilità di materiali gratuiti che sicuramente stimola la creatività degli artisti e la riflessione dei “tecnici”. Né l’arte né la scienza possono nascere e propsperare in un vuoto. Se questo momento storico ha un merito, questo è sicuramente quello di avere abolito il vuoto in cui per secoli hanno dovuto operare certe tipologie di artisti e certe tipologie di scienziati.

In pratica, il mondo cambia. Cambia rapidamente ed in modi che non sono sempre graditi o comprensibili. Tuttavia, si limita a cambiare. Cambia ma non peggiora più di quanto potrebbe peggiorare restando sempre uguale a sé stesso. Si tratta solamente di riflettere, capire ed adattarsi.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: