Cosa farò da grande (e quanto tempo resta per decidere)?

Nel lontano 1986, Furio Colombo ha pubblicato un libro che, da allora ad oggi, è diventato un vero classico del suo settore:

Cosa farò da grande. Quanto tempo resta per decidere

Furio Colombo

Mondadori, 1986, collana “Ingrandimenti”

ISBN: 8804283041

ISBN-13: 9788804283041

Possiamo quasi dire che Colombo ha creato dal nulla una disciplina che ora è di una importanza cruciale: l’orientamento scolastico e professionale. In realtà, questa disciplina esisteva da tempo, soprattutto in USA e UK, e Colombo non ha fatto altro che renderla nota al pubblico italiano. Resta però il fatto che, prima del suo libro, quasi nessuno aveva ancora riflettutto seriamente su questo problema in un libro in lingua italiana. Ora potete trovare molti testi che ricalcano le sue orme (alcuni anche molto più qualificati ed approfonditi):

Cosa farò da grande” a Google.

Credo che, in momenti di crisi come questo, una riflessione su questo tema sia utile. Qui di seguito trovate le mie, personalissime opinioni su questo argomento. Per qualcosa di più “tecnico”, leggetevi i libri che trovate con Google. Vi ricordo che potete dire la vostra usando lo strumento dei commenti che trovate il calce alla pagina.

La sfera di cristallo

Per decidere cosa studiare oggi, sarebbe necessario sapere quali professioni saranno richieste tra 10 o 15 anni. Può sembrare strano ma esiste una disciplina che studia esattamente questo: come sarà il nostro mondo tra un certo numero di anni e quali attività saranno richieste. Questa disciplina si chiama ”futurologia” ed è una attività di studio molto più praticata e molto più seria di quello che comunemente si crede. I futurologi, ad esempio, lavorano all’interno dei dipartimemti di marketing ed all’interno dei centri R&D delle industrie per aiutare gli imprenditori a decidere cosa (tentare di) produrre per soddisfare le esigenze del mercato negli anni successivi. Altri futurologi si occupano di mercato del lavoro ed aiutano i politici a decidere quali politiche mettere in atto (non in Italia, ovviamente. Qui le priorità della politica sono ben altre).

Ogni anno vengono pubblicati vari studi che riguardano il futuro del mercato ed il futuro del mercato del lavoro. Ogni settore ha il suo studio.

Non posso descrivere in dettaglio ciò che dicono tutti questi studi per cui mi limito a sottolineare un tratto comune a tutti: in futuro ci sarà sempre meno lavoro dipendente e questo tipo di lavoro sarà sempre meno pagato. Il futuro è del lavoro autonomo (come è sempre stato nella storia dell’uomo, tranne che negli ultimi due secoli). Bisogna quindi ragionare in modo diverso da quello tipico dei nostri padri e dei nostri nonni.

In particolare, se un tempo la laurea garantiva, bene o male, una occupazione, al giorno d’oggi non è più così. La laurea è ugualmente necessaria (“richiesta”) per ambire a certe occupazioni ma è largamente insufficiente per poter avere delle reali probabilità di successo. La si può considerare una base necessaria a cui bisogna sommare un ampio repertorio di competenze ausiliarie (la conoscenza del’inglese, dei computer, etc.) e di capacità personali (la capacità di lavorare in gruppo,di gestire altre persone, etc.).

Il guaio è che le competenze si possono acquisire, bene o male, ma le capacità sono definite dal nostro genoma. Si può studiare l’inglese (con maggiore o minore successo) ma non si può diventare “svegli” se non lo si è di natura. Le proprie capacità si possono solo scoprire e… ci si può solo rassegnare ad esse.

Bersaglio mobile

Stabilito quale potrebbe essere lo scenario del mercato e del mercato del lavoro tra 10 o 15 anni, resta da stabilire cosa possa fare uno specifico individuo. Poco importa se le previsioni per il mercato del lavoro danno per certo che in futuro saranno necessari molti più venditori: non tutti sono in grado di svolgere con successo questa attività.

Per quello che riguarda questo punto, un grande aiuto può venire dagli “orientatori”. L’orientatore è uno psicologo che aiuta un individuo a capire quale tipo di lavoro può svolgere con profitto e lo aiuta a capire come può procurarselo. L’attività degli orientatori si svolge principalmente in due momenti: nei momenti di scelta del percorso scolastico (“orientamento scolastico ed universitario”) e nei momenti in cui si cerca una occupazione (“orientamento professionale”).

Di solito, l’orientatore propone al candidato una serie di attività attraverso le quali il candidato stesso può scoprire certi aspetti del suo carattere e può darsi le risposte che cerca. Questo modo “indiretto” di agire può sembrare strano ma è quello tipico degli psicologi e serve a tenere fuori dal gioco lo psicologo stesso. Fare interviste e snocciolare risposte sarebbe fuorviante in questi casi.

Si deve quindi tenere presente che l’orientatore non è un procacciatore di occupazioni. Non vi trova lavoro: vi mette in condizione di procurarvelo da soli.

Ovviamente, se si decide di fare intervenire un orientatore nel momento della scelta medie/liceo, si ha un più ampio spettro di possibilità ma l’individuo sarà ancora in crescita e quindi il margine di “errore psicologico” sarà ampio. Se l’intervento ha luogo al momento del passaggio liceo/università, lo spettro di possibilità sarà più ristretto (dato che il liceo sarà già alle spalle) ma l’individuo sarà più maturo e quindi anche il margine di errore sarà più ristretto.

L’offerta formativa

Un’altro elemento da conoscere è ovviamente l’offerta formativa delle scuole e delle università. Per fortuna, molte scuole e molte università pubblicano direttamente sul web i loro programmi. Molte istituzioni forniscono anche un servizio di orientamento scolastico specifico per questo scopo. Tuttavia, solo parlando con qualche ex-studente si può avere una fotografia attendibile dell’offerta delle singole scuole.

Gli orientatori (sia quelli delle istituzioni che quelli indipendenti), di solito, tengono aggiornato un loro database (magari solo mentale) dell’offerta formativa delle scuole e delle università del loro territorio e sono in grado di dare consigli molto utili su questo punto.

L’orientamento della mutua

Sia le scuole (elementari, medie e superiori) che le università forniscono un loro servizio di orientamento scolastico. Sarebbe un grave errore pensare che si tratti di un servizio approssimativo e di scarso valore. In molti casi, il servizio di orientamento fornito dalle scuole e dalle università è di ottimo livello e va preso molto sul serio.

Piuttosto, bisogna tenere presente che il punto di vista (ed il modo di lavorare) di questi servizi potrebbe non essere lo stesso richiesto dal cliente e che quindi a questo servizio di base potrebbe essere il caso di affiancare quello di un orientatore esterno (non di sostituire l’uno con l’altro).

Cinquanta e cinquanta

In ogni caso, la scuola (elementari, medie, superiori ed università) può fornire solo una parte delle competenze utili nella vita, forse meno della metà di quelle realmente necessarie.

All’attività scolastica vanno comunque sommate altre attività, sia didattiche che “formative” in senso ampio. Tra le attività didattiche che sono ormai indispensabili possiamo citare:

  1. Un vero corso di inglese (tre anni di corso in Italia presso una scuola privata, per almeno 120 ore di lezione complessive, più uno o due corsi estivi full immersion di almeno 15 giorni l’uno in UK o USA).

  2. Un vero corso di informatica (Minimo un ECDL).

Tra le attività formative in senso lato si potrebbero citare molte attività “sociali” che educano al lavoro di gruppo ed alla gestione delle relazioni umane, come la frequentazione dei boy scout, gli sport di squadra e via dicendo.

In generale, più corsi diversi si seguono e più cose diverse si fanno, meglio è. Fermo restando che deve trattarsi di attività significative (studiate una lingua almeno per tre anni consecutivi, non per sei mesi).

Più in particolare, si deve tenere presente che certe carenze della specifica scuola che si frequenta possono e devono essere compensate da corsi esterni appositi. Questo vale per le lingue straniere e per l’informatica ma anche per altre cose. Ad esempio: se si decide di frequentare una scuola tecnica (“Istituti comprensivi” e cose simili) e si teme di trovarsi in imbarazzo al primo anno di università con le matematiche, allora è meglio pianificare per tempo anche qualche corso esterno (qualche “ripetizione”). Oppure, se l’insegnante di francese della propria scuola non è all’altezza, allora è meglio affidarsi ad un corso esterno (magari anche solo all’università popolare) per integrare la propria formazione.

Non commettete l’errore di pensare che la scuola ed il vostro impegno siano tutta la formazione che potete avere. Forse alcune cose non ve le potrete mai permettere, come i corsi full time di inglese in USA, ma altre sono sicuramente alla vostra portata, fossero anche solo i corsi di tedesco dell’università popolare.

La secchia

Lo scopo, ovviamente, non è quello di essere il più bravo della classe. Quella è una gratificazione del tutto fine a sé stessa (esistono molte altre classi, ognuna con il suo miglior studente. Ognuno di questi secchioni potrebbe essere molto migliore di voi). Lo scopo non è quello di inchinarsi supinamente a ciò che prevedono i programmi ed i criteri di valutazione delle istituzioni nel tentativo di strappare un “bravo” alla maestra od alla mamma (come fanno appunto i cosidetti “secchioni”).

Lo scopo è quello di acquisire competenze utili e rivendibili.

Se avete scelto il liceo solo perchè non sapevate cos’altro fare, allora il greco ed il latino non dovrebbero essere la vostra maggiore proccupazione in questo momento. Quasi certamente, nella vita professionale avrete molto più bisogno dell’inglese e di un certificato ECDL. Investite sulle competenze utili e fregatevene del resto (cum grano salis).

In generale, è necessario avere le idee chiare su ciò che può essere realmente utile nella propria vita e fregarsene (entro i dovuti limiti) di cosa prevedono i programmi ministeriali. Detto in altri termini, prendete dalla scuola ciò che vi serve ed integratelo con ciò che vi sembra utile. È la scuola che deve dare qualcosa a voi, non voi alla scuola.

Guadagnarsi da vivere

In ogni caso, bisogna capire che al giorno d’oggi il risultato a cui ambire non può più essere il “posto fisso”. Non si può forgiare il proprio percorso di studi sui protocolli previsti dai concorsi statali o dalle interviste di selezione delle aziende. Il lavoro dipendente, come ho già detto, è destinato a diventare l’eccezione, non la regola.

Bisogna piuttosto cercare di creare una propria professionalità ed una propria attività che permetta di guadagnarsi da vivere. Non è affatto detto che questa professionalità richieda una laurea. Non è nemmeno detto che, senza “pezzo di carta”, questa attività debba essere poco remunerativa. Tenete presente che qualunque modesto piastrellista con la licenza elementare guadagna comunque più di molti laureati che lavorano in molti call center. Oltre due terzi delle attività “rispettabili” e “paganti” della popolazione non hanno nulla a che fare con il titolo di laurea (mercanti, fotografi, elettricisti, fornai, ristoratori, etc.).

Più in generale, anche con una laurea in tasca si deve mettere in conto la necessità di inventarsi una occupazione e di scoprire una propria nicchia di mercato. Lo sanno bene gli avvocati: senza una qualche forma si di specializzazione (divorzista, aspetti legali di internet, penalista, etc.) è difficilissimo mettere insieme il pranzo con la cena anche per loro.

Paperon Dè Paperoni

Da molti studi statistici si sa che le persone “di successo” seguono quasi sempre un percorso di crescita personale e professionale molto caratteristico:

  1. Iniziano a lavorare molto presto.

  2. Fanno molti lavori diversi.

  3. Ad un certo punto ne scoprono uno adatto alla loro natura e si specializzano su di esso.

  4. Diventano rapidamente dei veri esperti del settore.

Tradotto in termini astratto/matematici/filosofico/incomprensibili, ciò che fanno queste persone corrisponde ad esplorare il prima possibile, ed il più rapidamente possibile, il loro “spazio delle possibilità professionali” fino a trovare la professione giusta per loro e poi si specializzano in essa.

In altri termini, eseguono una ricerca “breadth-first” o “width-first”, cioè una ricerca che esplora (molto superficialmente) tutte le possibilità esistenti prima di concentrarsi su una in particolare ed approfondirla. In questo modo, acquisiscono sia una dettagliata visione complessiva del mondo in cui vivono sia molte competenze (“esperienze”) diverse. Questa loro ampia visione del mondo e l’ampio repertorio di esperienze sono parte integrante della loro ricetta per il successo.

Iniziando presto a lavorare, hanno il tempo di acquisire le competenze necessarie al successo prima di invecchiare e di applicarle quando sono ancora giovani.

La Tradizione, con la T maiuscola

Purtroppo, quello che viene tradizionalmente insegnato ai nostri giovani, è esattamente il contrario di quello che funziona:

  1. Si insegna loro a studiare fino alla laurea (mentre questo è raramente utile e/o necessario), ritardando al massimo il loro ingresso nel mercato.

  2. Si insegna loro a concentrarsi da subito su un risultato ambizioso (la laurea, appunto), scartando subito tutte le altre possibilità (in altri termini si consiglia loro di eseguire una ricerca di tipo “depth-first, che è l’esatto contrario della width-first). Questo impedisce loro di acquisire visione e competenze.

  3. In questo modo, troppo spesso si producono professionisti che fanno un mestiere che non amano e non capiscono (“manovali della disciplina”). Ovviamente, questo impedisce loro di avere successo nel loro settore (e crea problemi ai loro clienti ed a tutti i loro colleghi).

  4. Iniziando tardi, con scarsa motivazione, spesso queste persone non hanno mai modo di crescere e iniziano il loro lento, inesorabile declino professionale già il giorno successivo alla laurea.

BTW: a chi ancora crede nella forza delle tradizioni, posso solo consigliare la lettura dell’illuminante racconto “Cromo” di Primo Levi, incluso in “La tavola periodica”.

Paperino

Purtroppo, esiste un altro modo infallibile di condannarsi all’insuccesso professionale: farsi prendere dall’istinto e dalle emozioni.

Il lavoro, qualunque lavoro, è frutto di pianificazione, studio, sangue freddo, capacità di “stare sul pezzo” e di eseguire tutte le operazioni necessarie con precisione. Se non si impara ad agire in questo modo, l’insuccesso è assicurato.

Ma come si impara?

L’autocontrollo è una dote che si acquisisce in parte con l’età ed in parte con l’esperienza. Anche per questo è necessario fare molte esperienze lavorative (o simil-lavorative) sin da giovani, come le attività dei boy scout e cose simili.

Cosa fare da grande

Qualcosa che scoprirete di voler fare a tutti i costi tra i 12 ed i 24 anni. Datevi la possibilità di scoprirlo il prima possibile.

Giusto per aiutarvi: i settori “pregiati” che “tireranno” nei prossimi 10 o 15 anni sono i seguenti:

  1. Ingeneria (soprattutto trasporti ed energia ma anche ingegneria civile e costruzioni in genere)

  2. Medicina (Ricerca medica e farmaceutica, più esattamente) e biotecnologie

  3. Servizi professionali e finanziari (commercialisti, brokers ma anche servizi Internet e cose simili)

Nulla di particolarmente innovativo, come potete vedere. Non è dallo studio del mercato che trarrete le indicazioni che vi servono. Ciò che vi serve è capire come voi vi mettete in relazione con questo mondo (e quello che verrà).

Quanto tempo resta per decidere

Poco.

In particolare, l’abitudine di rimandare ogni vera decisione al compimento della maggiore età, scegliendo qualcosa di “generalistico” ed insapore come i licei (classico e scientifico), non è una bella abitudine. Bisognerebbe piuttosto cercare di fare delle esperienze scolastiche e professionali significative in quell’arco di età (13 – 18 anni).

Anche l’abitudine di rimandare ogni decisione a dopo la laurea non è una bella abitudine. “Prima mi laureo – in una cosa qualunque – poi si vedrà.” Se siete fortunati, quella “cosa qualunque” diventerà la vostra condanna 8 ore al giorno 200 giorni l’anno. Se non siete fortunati, sarà stata solo fatica sprecata.

Fatevi consigliare da qualcuno che possa aiutarvi (un orientatore o quello che volete) nel momento del passaggio tra medie e superiori ed in quello del passaggio tra superiori ed università. Ne va della vostra vita (in senso letterale).

Alessandro Bottoni

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Comments
4 Responses to “Cosa farò da grande (e quanto tempo resta per decidere)?”
  1. Psykopear ha detto:

    Bell’articolo, e ti devo dire che di gente che usa la scuola come scopo, più che come mezzo per poter fare ciò che gli piace in seguito, ne conosco fin troppa (diciamo anche che ci vivo in mezzo). Faccio il quarto liceo scientifico (che io ho scelto solo per l’inidirizzo pni, piano nazionale informatico, anche se l’informatica me la sto imparando da solo, perchè a scuola nemmeno l’ombra), e ti posso assicurare che se vai dai ragazzi a chiedergli “Ma tu che hai intenzione di fare all’università? E poi?” almeno il 95% delle persone ti risponderà “abbho, mo si vedrà, intanto devo fini sta schifo de scuola”. Ed è davvero sconfortante come situazione. Per non parlare di quelli che definisci “secchia”: persone che vivono esclusivamente per la scuola, anzi, per il voto, e che magari sono persone cordiali e tutto, però se ci vai a parlare, ti rendi conto che non hanno una personalità, o per vederla in modo romantico, non hanno un’anima, magari sanno alla perfezione la storia e la filosofia, ma le vedono solo come un susseguirsi di capitoli del libro, che non hanno risvolti nella vita reale. Mi chiedo cosa faranno in futuro, e sono curioso di vedere cosa sarà. Comunque sempre forti i tuoi articoli, e ancora una volta (non smetterò mai di dirtelo), grazie

  2. Gianni ha detto:

    Eccellente articolo. Sono pienamente d’accordo e corrisponde anche alla mia esperienza di vita.

  3. Riccardo ha detto:

    non so gli altri, ma da studente di ingegneria non è che abbia avuto così tanto tempo di fare esperienze lavorative. e poi quali? al massimo fai uno stage verso la fine della laurea. cmq per altre percorsi di studi il ragionamento vale eccome. saluti

  4. sabino ha detto:

    A 13 anni ho scelto un liceo qualunque, a 18 un corso di laurea che piaceva ai miei, ma in tutto questo tempo non ho mai smesso di appassionarmi all’informatica. A quasi ventinove anni mi trovo a lavorare come tecnico macintosh, lo stipendio è da fame, ma la felicità non ha prezzo, e le prospettive finalmente sono ampie.

    Probabilmente passare un’infanzia così produttiva è un dono riservato a pochi, ma sono pienamente d’accordo con ciò che hai scritto.

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