Cos’è un blog

A quanto pare, i nostri politici non riescono proprio a liberarsi dall’ossessione per la censura. Nei giorni scorsi, l’ex Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del secondo governo Prodi, con delega per l’informazione, la comunicazione e l’editoria, Ricardo Franco Levi (http://it.wikipedia.org/wiki/Ricardo_Franco_Levi) ha presentato e poi frettolosamente ritirato l’ennesimo progetto di legge del Partito Democratico (!!!) teso ad imbavagliare i blogger. Appena ritirato questo progetto “di Sinistra”, ne è arrivato uno pressochè identico ma “di Destra”, presentato da Roberto Cassinelli, esponente del Partito Popolo delle Libertà e membro della commissione Giustizia della Camera (vedi: “Siti web da registrare, la nuova proposta di legge”).

Dal punto di vista politico, si tratta ovviamente del solito, squallido tentativo di procurarsi un “bastone legale” con cui minacciare e ridurre al silenzio i blogger dissidenti, nella migliore tradizione nazista, fascista e stalinista. In buona sostanza, i nostri politici vogliono essere liberi di decidere chi è autorizzato ad esprimere pubblicamente delle opinioni (o, più esattamente, chi è autorizzato a riportare le loro opinioni) e chi non lo è. Si tratta di qualcosa di talmente squallido da non meritare nemmeno una seria discussione politica. Queste proposte vanno semplicemente ostacolate in tutti i modi. Quello che ci interessa in questa sede è però la natura tecnica del problema.

Tutti questi progetti di legge, infatti, cercano affannosamente di tracciare una linea tra “giornalisti” e “blogger”, come pure tra “professione giornalistica” ed “editoria” da un lato e “libera espressione” dall’altro. Ogni due mesi, qualcuno riscopre questo appetitoso tema politico e reinventa la solita ruota, cioè qualcosa che, nelle intenzioni del suo inventore, dovrebbe servire a distinguere coloro che sono autorizzati ad esprimere opinioni da coloro che non lo sono.

Forse è tempo di spiegare come stanno le cose a questi dilettanti della legiferazione.

I tratti distintivi

Tutti i tentativi che sono stati fatti negli anni passati sono stati basati sulla identificazione di uno o più tratti distintivi che permettessero di distinguere un blog da un giornale. I tratti distintivi esaminati sono stati quasi sempre:

  1. Il media (Internet o la carta stampata)
  2. La periodicità (prevedibile o casuale)
  3. La presenza di una redazione o comunque di una organizzazione che gestisce la testata
  4. La natura volontaria (gratuita) o professionale (a pagamento) dei redattori
  5. La presenza di introiti da pubblicità, anche minimi
  6. La presenza di un costo per il lettore (prezzo di copertina)
  7. La tipologia dei contenuti
  8. La presenza di finanziamenti pubblici

Questi tratti distintivi sono stati combinati in vari modi. Per il Senatore X, un blog era tale se esistevano i tratti 1, 4, e 7. Per il Deputato Y un blog era tale, invece, se erano presenti i tratti 2, 3 e 5. Si tratta di un problema di “pattern recognition” (“fingerprinting”) ma la sostanza resta la stessa: si può riconoscere un blog da un giornale basandosi su uno o più di questi criteri?

Il media

Come hanno già spiegato più volte quasi tutti i direttori dei grandi giornali e la stragrande maggioranza degli studiosi, in futuro quasi tutte le forme di comunicazione useranno più canali (più “media”) parallelamente e contemporaneamente. Gia adesso, ad esempio, “La Repubblica”, “Il Corriere”, i Telegiornali di RAI e Mediaset e molte altre testate hanno una pubblicazione su carta e/o una pubblicazione su Internet e/o una presenza televisiva. Passare da un media all’altro è ormai piuttosto semplice per gli operatori del settore. Basta noleggiare un server web od un canale della TV satellitare per saltare da un media all’altro. È solo una questione di soldi.

In modo simile, anche un blogger può agire in vari modi. Può pubblicare un blog su WordPress ma può anche diffondere dei videocast o dei podcast. Può farlo attraverso il suo sito web ma anche attraversole reti P2P o persino su CD. Può anche stamparsi il proprio foglio con la laser ed infilarlo tra le scatole dei corn flakes nei supermercati (Non ridete: c’è gente che lo fa…).

Francamente, tentare di distingure tra “comunicazione professionale” e “libertà di espressione individuale” basandosi sul media utilizzato è tempo perso.

La periodicità

Tentare di distinguere tra un caso e l’altro basandosi sulla periodicità, invece, è addirittura patetico. Qualunque testata può facilmente organizzarsi per avere una cadenza prevedibile (periodica) o imprevedibile, senza nemmeno dover rinunciare alla sua identità editoriale ed agli introiti della pubblicità.

La presenza di una organizzazione

Si potrebbe pensare che sia possibile riconoscere un “giornale” (quotidiano, settimanale o mensile) dal fatto che per produrlo viene usata una redazione di più persone.

Non è così: quasi tutti i siti web di comunità sono gestiti da più persone, anche organizzate gerarchicamente, ma non per questo sono dei giornali. Per rendersene conto basta dare un’occhiata ad uno qualunque dei siti di supporto ai prodotti Open Source, come Python (http://www.python.org/).

Viceversa, ci sono veri e propri giornali che non hanno una redazione, uno per tutti Hacker’s Magazine (http://hackersmagazine.altervista.org/).

La professionalità dei redattori

Si potrebbe allora pensare che si possa distinguere un giornale da una pubblicazione professionale, dedicata all’informazione, basandosi sul fatto che i suoi redattori siano pagati per il loro lavoro.

Non è così: esistono da tempo veri e propri “giornali” che sono realizzati da èquipe di volontari che lavorano gratuitamente, come:

http://italy.indymedia.org/

http://current.com/

http://blogosfere.it/

Non per questo si può pensare che non si tratti di siti che fanno “comunicazione” e/o “informazione”.

Viceversa, esistono “giornali” i cui redattori sono pagati (addirittura sono spesso dipendenti a tempo indeterminato, spesso con laurea specifica) ma che non fanno assolutamente informazione. Le “company magazine” sono un esempio eclatante di questa tipologia di pubblicazioni.

Gli introiti da pubblicità

Non si può nemmeno distinguere un giornale da un blog basandosi sugli introiti derivanti dalla pubblicità. Moltissime testate, sia cartacee che su altri media, non ospitano affatto pubblicità, per scelta politica o per altre ragioni. Tra queste si possono citare:

Viceversa, ci sono blogger (“pro blogger”) che vivono di pubblicità. Qualcuno dice persino di eesersi arricchito (però, quando ne ho incontrato uno di persona, aveva una vecchia utilitaria, molto più scassata della mia…).

Il prezzo di copertina

Nello stesso modo, non tutte le pubblicazioni vengono vendute in edicola e non tutte hanno un costo per l’utente finale.

I finanziamenti pubblici

Anche qui, non ci siamo. Ci sono moltissime testate che ottengono finanziamenti pubblici ma non fanno certamente informazione nel senso che qui ci interessa. Ad esempio, tutte le pubblicazioni interne e di “public relation” delle amministrazioni pubbliche.

Viceversa, ci sono moltissime testate che non ottengono un soldo di finanziamento e fanno sicuramente informazione. Una per tutte: Punto Informatico.

I contenuti

L’unico modo “serio” di distinguere tra l’espressione delle opinioni personali e una vera attività “giornalistica” potrebbe essere allora quello di esaminare i contenuti. Ad esempio: se dici “io penso che” è ”opinione. Se invece dici “il tale oggetto fa la tale cosa” è “informazione”. Sui dettagli si può discutere ma resta il fatto che, a questo punto si tratta di leggere l’articolo in questione e di decidere.

Chi decide?

Ma chi decide? E su quali basi lo fa?

Sia che si tratti di decidere qual’è l’insieme di caratteristiche che identifica un blog e quale invece identifica un giornale, sia che si tratti di valutare un contenuto, si pone il problema di affidare la responsabilità della decisione ad una o più persone competenti e super partes.

Di conseguenza, si devono scegliere queste persone. Chi le sceglie? Su quali basi?

Francamente, se devo dipendere per le mie attività para-giornalistiche dalla competenza e dalla neutralità di certe “authority” di controllo nominate dai Nostri Amati Politici nei modi che ben sappiamo, preferisco stare zitto.

Voi mi capirete: tengo famiglia…

Un falso problema

La realtà è che non esiste nessun singolo tratto distintivo, e nessun insieme di tratti distintivi comunque scelti, che permettano di distinguere, anche solo con una ragionevole approssimazione, tra l’esercizio della propria libertà di espressione e l’attività giornalistica. Come abbiamo visto, nessuno di questi criteri, preso singolarmente, può vantare un minimo di attendibilità. Di conseguenza, non risultano attendibili nemmeno le innumerevoli combinazioni di criteri che possiamo immaginare.

Più in generale, non può esistere nessun criterio di questo genere per la evidente e banale ragione che l’attività giornalistica è anche una forma di espressione delle proprie espressioni personali (seppure basata sui fatti), non un mero lavoro di riporto delle informazioni.

Nello stesso modo, l’espressione delle proprie espressioni personali non può che essere basata sui fatti e quindi è anch’essa, in una misura che non è mai trascurabile, un’attività di tipo giornalistico.

Questo, comunque, è palesemente un falso problema. In tutti i paesi del mondo, da sempre, chiunque è sempre tenuto a rendere conto di ciò che dice (a voce) in pubblico e di ciò che pubblica su qualunque media.

Persino in questo sfortunatissimo ed arretratissimo paese, i codici civili e penali prevedono reati come la calunnia, la diffamazione e via dicendo.

Sia le persone fisiche (“individui”) che le persone giuridiche (organizzazioni, associazioni ed aziende) sono più che adeguatamente tutelati nella loro onorabilità, da sempre.

Già adesso, chiunque (giornalista o privato cittadino) è tenuto ad attenersi a queste norme:

  1. Dire solo cose vere (o riportare fedelmente informazioni ottenute da altri, citando la fonte). Diversamente si tratta di calunnia.
  2. Dire solo cose necessarie. Sputtanare qualcuno per il puro gusto di danneggiarlo configura il reato di diffamazione. Si noti che la diffamazione non dipende dal fatto che si dicano cose vere o false.
  3. Non rivelare informazioni personali senza autorizzazione (privacy).

Non c’è quindi nessunissima ragione di invocare una ulteriore legge su questo tema.

Proposta: semplificare l’articolo 21

La verità è che sarebbe piuttosto tempo di semplificare l’Articolo 21 della nostra Costituzione. Come ricorderete, attualmente questo articolo recita:

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo di ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.”

In buona sostanza: “siete liberi di esprimere la vostra opinione a patto che qualcuno sopra la vostra testa non decida il contrario”. Francamente è tempo di semplificare questo articolo e portarlo a questa forma:

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.”

Punto e basta. Come è dovunque nel mondo civilizzato.

Alessandro Bottoni

Segretario dell’Associazione Partito Pirata

http://www.partito-pirata.it/

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Comments
8 Responses to “Cos’è un blog”
  1. Psykopear ha detto:

    Non mi è chiara una cosa: qual’è la differenza fra il riferire costantemente informazioni su una data persona (che magari sono sempre negative, ma vere), e la diffamazione? Qual’è il limite che separa l’informazione (per esempio il voler informare tutti di quanto una persona sia negativa, usando sempre fatti veri e documentati), e la mera diffamazione?

  2. Pierpaolo Ungaretti ha detto:

    La diffamazione è sostanzialmente un comunicare a terzi informazioni fuorvianti o false atte a ledere l’onorabilità o cagionare danno al soggetto diffamato.
    In sintesi, diffamare significa mentire attribuendo elementi non dimostrabili.

    Riferire informazioni invece (cioè fare “cronaca”) consiste nel dare notizia di fatti dimostrabili, quali che siano.

    A parte quanto sopra, io ritengo che azioni intraprese dal “Cassinelli di turno” non porteranno a nessuna conseguenza penale per i blogger in rete.
    E’ possibile tenere un blog su server esterno, postando con nome di fantasia e senza che l’Autorità abbia modo di agire formalmente.
    L’unico contraccolpo per eventuali “leggine censoree” lo subiranno le aziende italiane che offrono connettività e servizi di hosting/housing.

  3. yanfry ha detto:

    Ottimo post, un analisi ben fatta e “competente”, tra l’altro da un concittadino ;) cosa assai rara di questi tempi (molto più nei mezzi di “infomazione” tradizionali che in quelli “virtuali”);
    sono anche convinto che queste proposte di legge rappresentano solo uno dei sempre più frequenti tentativi di “addomesticare” la rete che la politica (influenzata, ma molto spesso diretta dai produttori di media e di informazione) sta cercando di mettere in atto sulla rete per la consapevolezza che il mezzo (la rete) come è oggi dà la possibilità di creare un nuovo ambiente informazionale più vicino ai desideri e alle esigenze del singolo impedendo quel controllo “monopolistico” che da oltre 100 anni esercitano le suddette imprese discendenti dall’economia dell’informazione industriale.
    Byez.

  4. Empedocle70 ha detto:

    Davvero un ottimo post, con un’analisi lucida e spietata! Bravo!

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  2. […] Partito Pirata, pubblicato su Punto Informatico, a corredo di un altro articolo del medesimo autore pubblicato sul suo blog. Leggendo i due articoli, penso che poco o nulla si possa aggiungere. Semplicemente perfetti. […]

  3. […] questo indirizzo potete trovare una chiara ed interessante analisi degli aspetti tecnici della questione. […]

  4. […] definizione di “prodotto editoriale” un qualsiasi blog (a tal proposito avevo letto un ottimo articolo di Alessandro Bottoni, che consiglio caldamente di […]



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