La conoscenza nell’era di Internet

Avete mai provato a leggere Mediablog, il blog di Marco Pratellesi su Il Corriere della Sera Online?

Dategli un’occhiata. Merita. Davvero.

Rileggendo alcuni suoi articoli, mi sono deciso a mettere nero su bianco alcune mie vecchie convinzioni che riguardano il rapporto che si è venuto a creare recentemente tra la “conoscenza” e certi nuovi strumenti tecnici, primo fra tutti Internet ed il web. Trovate queste “idee” qui di seguito.

Trovare invece di cercare

Quale sia la prima e la più profonda differenza tra il nostro “vecchio” mondo e questo “Brave new world” digitale, lo sta dimostrando molto bene il gioco a premi di Gerry Scotti, “Chi vuol essere milionario”. Come certamente sapete, all’interno di questo gioco il concorrente ha la facoltà di avvalersi di alcuni “aiuti”, uno dei quali consiste nel telefonare a casa e parlare per 30 secondi con una persona di sua scelta.

Nel nostro vecchio mondo, sarebbe stata necessaria una persona di cultura enciclopedica per poter essere d’aiuto in soli 30 secondi. Al giorno d’oggi, qualunque “scimmia ben addestrata” e dotata di una connessione ADSL può usare questi 30 secondi per cercare una risposta plausibile con Google o su Wikipedia.

La differenza sostanziale è questa: un tempo era necessario accumulare la conoscenza prima del momento in cui sarebbe stato necessario farne uso. Ad esempio, era necessario accumulare le necessarie conoscenze di geografia prima di mettersi in viaggio. Ora, è quasi sempre possibile ottenere le informazioni necessarie, in una forma immediatamente utilizzabile, al momento del bisogno, cioè “on demand”.

Questo è reso possibile da tre “feature” del nostro “brave new world”:

  1. La quantità di informazioni disponibili è sufficiente a soddisfare gran parte delle esigenze quotidiane e quindi ha senso ricorrere a questa nuova possibilità. Questo è merito, in larghissima misura, di Wikipedia.

  2. Il reperimento delle informazioni è veloce quanto basta (pochi secondi). Questo è merito di Google e, più in generale, dei vari sistemi di ricerca “full text”.

  3. La forma delle informazioni è tale da permettere un uso immediato delle informazioni disponibili. Questo è merito, in buona misura dei “format” di Wikipedia.

La differenza è quindi la stessa che risiede tra cercare (rovistare) e trovare. L’informazione è disponibile, in una forma immediatamente utilizzabile, quando ce n’è bisogno. Non occorre accumularla prima.

Il mondo in punta di dita

Tutto questo, naturalmente, è reso possibile dal fatto che ormai quasi tutta la cultura umana è stata trasferita su Internet. La semplice mole di informazioni disponibili fa la differenza. Nessuna generazione precedente ha mai avuto a disposizione l’intero scibile umano in questo modo, con tutti i vantaggi ed i problemi che comporta.

Da un lato, l’accesso alla cultura è praticamente totale e gratuito. Chunque può accedere a qualunque informazione in qualunque momento, da qualunque punto del mondo senza sostenere quasi nessun costo (una volta che sia disponibile un terminale di acesso alla rete).

Dall’altro, noi siamo la prima generazione che deve affrontare il problema di scegliere a quali informazioni permettere l’accesso alla nostra mente (alla nostra attenzione) e come gestirle (organizzarle, interpretarle, etc.). Insomma, la situazione si è ribaltata: non si tratta più di permettere all’Uomo di accedere alla cultura ma di decidere come permettere alla cultura di accedere alla mente dell’uomo.

Se è successo un’ora fa, è roba vecchia

La possibilità di aggiornare un sito in tempo reale ha anche una conseguenza drammatica sulla cosiddetta “informazione” (i quotidiani): se una cosa è successa un’ora fa, è già vecchia. Il web ne ha già parlato, si è già stancato di parlarne ed è già passato ad altro.

Tenere in vita redazioni di decine di persone, in grado di reagire con questi tempi di reazione agli eventi, ha dei costi di gestione proibitivi. I giornali sono destinati a soccombere nel confronto con la valanga di “blogger” specializzati che la rete può ospitare. Il loro “valore aggiunto” non può più essere la notizia in sé, cioè la tempestività dell’annuncio. E questo vale anche per la televisione ed i telegiornali.

Per sopravvivere, i giornali dovranno abbandonare la carta stampata e dovranno diventare sempre più simili ad un sito di comunità in cui decine o centinaia di redattori (blogger) seguono altrettanti argomenti in modo continuativo. Basta guardare ilsito di www.repubblica.it per vedere quanto sia avanti la mutazione.

Per mantenere un ruolo simile a quello tradizionale, dovranno trasformarsi in una fonte autorevole di approfondimenti. Non riesco ad immaginare una sfida più difficile per i nostri giornalisti, così spesso superficiali, ignoranti, inclini a compiacere il padrone e via dicendo.

Il consenso rende autorevoli (ma non veritieri)

Internet ed il web accolgono una quantità enorme di informazioni su qualunque argomento. Si tratta spesso di informazioni che provengono da più fonti, a volte in netto contrasto l’una con l’altra. Come si può stabilire quale sia la versione “giusta”?

In realtà, da questo punto di vista Internet rispecchia fedelmente la situzione del nostro mondo reale: non c’è un modo “infallibile” di stabilire quale sia la versione “giusta” di una qualunque informazione.

Il privato cittadino, infatti, di solito non può effettuare un esperimento che lo aiuti a stabilire in modo scientifico dove sta la verità. Quasi sempre, non può nemmeno accedere alle fonti originali della notizia e deve quindi fidarsi di ciò che gli viene riportato da altri.

In queste condizioni, si può solamente ricorrere al confronto tra fonti di informazione diverse ad all’analisi di ciò che ne pensano gli altri lettori. Se una grande quantità di lettori ritiene corretta una certa versione, è probabile che sia quella giusta. Se una maggioranza di esperti riconosciuti ritiene che sia giusta una certa versione, è probabile che sia vero.

Alcuni sistemi di documentazione, come Citizendium e Google Knol promuovono questo “consumo critico” dell’informazione. Knol, ad esempio, permette di pubblicare infiniti articoli sullo stesso argomento e permette ai lettori di commentarli e valutarli. Quale sia quello più attendibile, dipende dal voto dei lettori.

Questo meccanismo risolve in modo pratico un problema molto serio ma, per nostra sfortuna, non lo risolve in modo davvero efficace. Per secoli l’Uomo ha pensato che il Sole girasse attorno alla Terra. C’era un vastissimo ed autorevole consenso su questo tema. Per nostra sfortuna, il consenso, anche vastissimo ed autorevole, non rende una cosa più vera di quanto lo sia nei fatti. La Terra ha sempre girato attorno al Sole, non importa cosa ne abbiano pensato per secoli i nostri antenati.

Questo vuol dire che, nell’era di Internet, siamo praticamente condannati a passare da un mondo di “verità dimostrate” ad un mondo di (fallibile) consenso. Semplicemente, non c’è altro modo di procedere per il privato cittadino. La mole e la complessità dell’informazione lo rendono impossibile.

Parcheggio ed insegnamento

Il nuovo modo di “attingere” informazione dalla rete e di auto-istruirsi rende drammaticamente visibile la differenza che esiste tra la scuola, intesa come esperienza sociale e, purtroppo, come sistema di baby-sitting, da un lato e l’apprendimento dall’altro.

Al giorno d’oggi, non c’è nessun bisogno di andare a scuola (od all’università) per imparare qualunque cosa. Qualunque informazione è già largamente disponbili in libreria e su Internet. In larghissima misura, di orgni argomento sono disponibili innumerevoli versioni, molte delle quali gratuite e facilmente accessibili. Questa situazione è diametralmente opposta a quella che le nostre società hanno sperimentato fino al 1700 ed al 1800. Fino a meno di due secoli fa, la “cultura” era conservata (al riparo di “occhi indiscreti”) all’interno delle biblioteche dei monasteri e delle istituzioni. Era sottoposta ad un rigidissimo controllo politico dei contenuti, era accessibile solo a pochissime persone e sotto delle condizioni molto severe.

Questo vuol dire che la frequentazione della scuola non rappresenta più un modo per “accedere alla cultura”. Non c’è nessun bisogno della scuola o dell’università per accedere alla cultura consolidata. La stragrande maggioranza degli informatici, infatti, impara già adesso dai documenti di Internet, non dall’università.

La scuola diventa quindi sempre di più un modo per fare esperienza di interazione sociale e, per i genitori, un modo per “parcheggiare” i figli. In entrambi questi ruoli, però, sono molto (ma proprio molto) più efficaci i Boy Scout, le parrocchie e molte altre istituzioni. Sono più efficaci perchè rompono meno i coglioni con dei contenuti “culturali” che, per loro natura, sono molto meno “divertenti” del vivere in tenda per qualche giorno o di fare altre attività in parrocchia.

Per questa ragione, è ormai necessario che la scuola (e l’università) trovino una loro strada, diversa da quella tradizionale.

L’università, in un certo senso, è avvantaggiata. Può contare sul fatto che produce nuova informazione, attraverso la ricerca, e quindi non soffre la competizione di Internet. Ovviamente, questo è vero nella misura in cui l’università è in grado di fare ricerca e di produrre nuova informazione.

La scuola (elementare, media e superiore) si trova spesso in una posizione molto peggiore. Le informazioni che può fornire sono vecchie e consolidate (e mortalmente noiose). Quasi sempre, è più pratico cercarle sul web con Google al momento del bisogno piuttosto che studiarle prima. Di conseguenza, l’inutilità culturale della scuola diventa sempre più evidente. Il fatto di usare la scuola per “inculcare” nella testa dei giovani (anche recalcitranti) delle informazioni e dei valori a viva forza, non la rende migliore.

La differenza “prestazionale” tra un mulo istruito a bastonate in una scuola più o meno pubblica ed un ragazzo sveglio, che si sa istruire da solo sfruttando la sempre più ampia disponbilità di strumenti e di informazioni, sarà sempre più evidente.

Con questi presupposti, è facile immaginare che in futuro assisteremo ad una divisione dei ruoli della scuola. Da un lato esisterà una scuola intesa come fonte di informazione, una informazione che probabilmente verrò distribuita attraverso Internet (Wikis, Webinars, siti di E-Learning, etc.). Questo ruolo sarà la naturale evoluzione del meccanismo che ora porta alla produzione dei libri di testo ma coinvolgerà in modo molto più ampio l’intero corpo docente di un’intera nazione. Su un altro lato ci saranno delle istituzioni concepite come momento di socializzazione (Boy scout e simili) e su un altro lato ancora ci sarà un parcheggio senza più alcuna velleità educativa.

La mia personale speranza, è che in futuro venga riscoperto il ruolo fondamentale dei laboratori, intesi sia come momento di “esperienza tecnico/scientifica” che come momento di complessa interazione sociale (“lavoro di gruppo”). Al giorno d’oggi, quasi tutto può essere imparato meglio e più rapidamente sul web, tranne ciò che può essere mostrato (“dimostrato”) e vissuto in un laboratorio di fisica, di chimica, di biologia, di taglio e cucito, etc.

Imparare e “venire istruiti”

La differenza sostanziale tra la “vecchia” e la “nuova” scuola, tra i vecchi ed i nuovi modi di accedere all’istruzione, consiste nel livello di attività (o di passività).

Nel vecchio mondo, si andava a scuola a “prendere una lezione”, così come si sarebbe “presa una vitamina”. Qualcun altro (il docente) faceva la fatica per noi. Digeriva l’informazione, la preparava per il nostro palato e ce la esponeva (facendo non poca fatica per ottenere la nostra attenzione). La selezione delle informazioni a cui dedicare la nostra attenzione era affidata al corpo docente. La preparazione dell’informazione, in modo che potesse ottenere la nostra attenzione, era affidata agli insegnanti.

Ora non è più così. L’informazione è là fuori, in una forma rozza, altamente reattiva, ribollente e difficile da domare.

Vince (un posto di lavoro, il benessere, etc.) chi sa andare là fuori, raccogliere le informazioni che gli servono ed usarle.

Comunicare, agire ed imparare

Gran parte delle nostre competenze “tecniche” ha in realtà una fortissima componente sociale. Si pensi ad esempio alle lingue.

Da questo punto di vista, Internet è un immenso laboratorio. O, più esattamente, è un immenso terreno di prova. Si può andare sul web e parlare in inglese (per iscritto od a voce) con veri parlanti di inglese madrelingua.

Questo vale anche per discipline che, apparentemente, non hanno nulla a che fare con l’interazione sociale. Basta provare a preparare una ricetta di cucina per capire quanta differenza possa fare una forma, anche limitata, di interazione con altri appassionati, come avviene sui forum.

Questo vale, a maggior ragione, per le discipline più raffinate. Come ben sanno i ricercatori, nessuna vera innovazione può nascere in una stanza chiusa a chiave ed isolata dal mondo.

Internet porta sul tavolo di gioco un livello di interazione sociale, di condivisione delle informazioni, talmente elevato da cambiare alle radici il meccanismo della produzione e del consumo di “cultura”.

Ha ancora senso studiare?

No, non ha più senso studiare nel modo in cui siamo sempre stati abituati a studiare fino ad ora. Come abbiamo visto, non esiste più la necessità di accumulare la conoscenza per farne uso in futuro. Di conseguenza, le ripetizioni ed i continui esercizi di memorizzazione a cui siamo stati abituati per secoli, ora non hanno più senso.

Ha invece acquistato un peso molto maggiore del solito lo studio inteso come ”acquisizione di una sensibilità specifica della disciplina”. Mai come oggi è stato necessario avere alle spalle una certa esperienza ed un certo bagaglio di conoscenze di base per poter distinguere le informazioni plausibili da quelle chiaramente false o sbagliate. Mai come oggi è stato necessario avere una “forma mentis” che permetta di navigare con sicurezza in questo immenso oceano di informazioni allo stato nascente.

Queste sono però delle “features” che hanno poco a che fare con l’istruzione (l’accumulo di conoscenze) ed hanno invece molto a che fare con l’intelligenza (la capacità di acquisire rapidamente un modello mentale del mondo e di farne uso per analizzare fenomeni ed informazioni). Di conseguenza, l’era di Internet ha l’effetto di rendere ancora più profondo e doloroso il confine tra gli sgobboni (i “secchioni”) e le persone “naturalmente” intelligenti (gli “svegli”).

Un’era fatta di spartiacque

Meno di un terzo della popolazione italiana è in grado di usare un computer per accedere a Wikipedia o per leggere “La Repubblica” online. Meno del 20% degli italiani è in grado di sostenere una semplice conversazione in inglese. Meno del l’8% degli italiani dispone di una laurea. Meno del 3% degli italiani dispone di una laurea ad indirizzo tecnico o scientifico.

Il mondo che abbiamo davanti è fatto di spartiacque. Al primo spartiacque, coloro che sono in grado di svolgere un lavoro utile all’industria, si accaparrano i lavori “da ufficio” in cui si guadagnano oltre 1300 euro al mese netti. Agli altri restano i lavori da 900 euro e/o quelli in cui si lavora mentre gli altri si divertono (cassiere ai supermercati, camerieri, etc.).

Al secondo spartiacque, coloro che sono in grado di attingere alla immensa fonte di informazioni rappresentata da Internet fanno carriera alle spese di coloro che non sono in grado di “auto-formarsi” in questo modo.

Al terzo spartiacque, coloro che sono in grado di attingere all’ancora più ampia messe di informazioni disponibili in lingua inglese sorpassano coloro che sono limitati all’italiano.

Mai come adesso, è importante capire che non ci sarà nessuno che busserà alla nostra porta per darci una formazione adatta al mondo del lavoro. Questa formazione è già disponibile là fuori, su Internet ed in libreria, ed il mondo del lavoro si aspetta (giustamente) che noi si vada a prenderla.

Alessandro Bottoni

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