Un mondo senza copyright

Si sa, il diavolo è spesso meno brutto di come lo si dipinge.

Ma quanto è brutto il diavolo che dipingono gli oppositori del copyright?

Il nostro universo sociale e tecnologico potrebbe sopravvivere alla abolizione del copyright?

Vediamo.

Musica (e Teatro)

Non tutta la musica è coperta dal diritto d’autore. La musica classica, ad esempio, non lo è. I diritti che la riguardavano sono scaduti da tempo. Questo vale anche per la musica degli anni ’50 e precedente. Nonostante questo, fior di musicisti ed intere orchestre sinfoniche vivono abitualmente di questa musica “libera”. Solo una piccola parte di questi esecutori riesce ad ottenere degli introiti dignitosi dalla vendita di CD, DVD e cose simili. La stragrande maggioranza di questi esecutori vive semplicemente degli ingaggi che qualcuno paga per farli suonare dal vivo. In qualche caso vivono dei biglietti che il pubblico acquista per assistere ai loro concerti.

Anche i grandi musicisti ed i grandi gruppi guadagnano spesso più dai concerti (ingaggi e biglietti) che dai dischi. Ricorderete che negli anni ’80, ad esempio, gli Spandau ballet preferivano suonare ai compleanni dei ricchi che fare concerti od incidere dischi. Può sembrare strano, ma questo è la conseguenza di un semplice calcolo economico. Persino il più “forte” (contrattualmente parlando) dei musicisti riesce ad ottenere solo una piccola percentuale sul prezzo di copertina di un disco, di solito l’8 od il 10%. Di conseguenza, su 20 euro di costo del CD, l’autore vede solo 2 euro.

Se lo stesso autore organizza un concerto, ogni persona paga da un minimo di 30 ad un massimo di 150 euro per assistere. Anche garantendo all’autore il solito 10%, i guadagni sono molto più interessanti. E si noti che i guadagni del cantante non dipendono dal copyright sulle canzoni. Dipendono dalla sua presenza fisica sulla scena. La gente paga per vedere ed ascoltare quello specifico cantante, non per ascoltare quelle specifiche canzoni. La gente che va ad ascoltare Laura Pausini, vuole ascoltare Laura Pausini, non Elisa. Non andrebbe ad un concerto di Elisa nemmeno se cantasse le stesse canzoni. Basta guardare la differenza di circolazione tra brani originali e “cover” per accertarsene.

Naturalmente, è vero che i CD si vendono a milioni ed i concerti, al massimo, possono accogliere migliaia di persone ma, onestamente, quanti sono i musicisti che vendono milioni di CD? La stragrande maggioranza dei musicisti vende qualche migliaio di copie.

Come hanno ben capito molti musicisti, specialmente quelli meno noti, è meglio “regalare” dei brani (via Internet o su CD “piratati”) ed invogliare la gente ad andare ai concerti che tentare di vendere il CD a scatola chiusa.

In buona sostanza, gli esecutori (anche quando sono anche autori) sono gli ultimi a doversi preoccupare di una eventuale, ipotetica abolizione del copyright.

Chi ha veramente da perderci con una ipotetica abolizione del diritto d’autore sono i compositori ed i parolieri, cioè, appunto, gli autori. Non andando in scena, non avrebbero nulla da vendere.

Anche i distributori ed i produttori si troverebbero in una posizione imbarazzante ma comunque non grave come quella dei compositori e dei musicisti. Produttori e distributori, infatti potrebbero continuare a stampare e vendere CD e DVD. L’unica differenza, rispetto ad oggi, è che non potrebbero impedire ad altri di fare altrettanto.

La domanda quindi è la seguente: “compositori e parolieri potrebbero trovare una fonte di guadagno dalla loro attività anche senza copyright?”

La risposta è: “si, ma sarebbe una fonte molto diversa da quella attuale”. Si tratterebbe dei soldi ottenuti come “ingaggio” per svolgere un lavoro commissionato dai cantanti (o dai produttori), non più di royalties sulle vendite. Sarebbero meno soldi, tanti soldi in meno, ma soprattutto sarebbe soldi condizionati. Condizionati al gradimento dei committenti, non a quello del pubblico.

Si noti che anche il teatro funziona così. Gli attori, il regista, il finanziatore/produttore, il proprietario del teatro e gli attrezzisti possono basare il proprio reddito sugli incassi che derivano dalla vendita dei biglietti (o dalle sponsorizzazioni) ma l’autore della sceneggiatura non può farlo. Sarebbe costretto a basarsi sull’ingaggio (“commissione”).

Nel nostro ipotetico universo copyleft (o “no copyright”), chi non è necessario come presenza fisica sulla scena, non ha nessun modo di pretendere un compenso per la sua opera, non importa quanto fondamentale essa sia per la riuscita dell’intero spettacolo.

Cinema

Il cinema è una attività mostruosamente costosa. Non sono rari i casi di film costati centinaia di milioni di euro. Persino molte commedie senza pretese costano comunque centinaia di migliaia di euro.

Il cinema non è come il teatro. Non si può far pagare un biglietto per l’ingresso sul set ed eseguire la scena o l’intero film dal vivo per gli spettatori paganti. Per sua natura, il cinema vive di recording. Le scene si eseguono per la registrazione. E si registra per distribuire le copie.

Il cinema dipende quindi dalla distribuzione tecnica di copie (su pellicola o su supporto digitale) di una registrazione audio/video. Senza copyright (“diritto di copia”), semplicemente non potrebbe esserci il cinema.

Letteratura

L’autore di letteratura (narrativa o saggistica) si trova nella stessa posizione dell’autore di testi, di musica e di sceneggiature teatrali: non può andare in scena e farsi pagare per quello. Senza diritto d’autore, potrebbe vivere solo di ingaggi (“mecenatismo”). Dante viveva così. Anche Boiardo. Può sembrare un modo dignitoso di guadagnarsi da vivere ma… potrebbe essere Silvio Berlusconi ad ingaggiarvi per raccontare di come ha salvato l’Italia dalle toghe rosse…

Niente diritto d’autore, niente indipendenza dell’autore dai suoi finanziatori.

Il copyright serve a far vivere l’autore di ciò che i suoi spettatori (o lettori) trovano utile ed interessante, indipendentemente da cosa ne pensino i potenti di turno. Mi è difficile pensare a qualcosa che si trovi in un punto più cruciale per la democrazia di quanto lo sia questo concetto.

In altri termini, se dovessi piazzare della dinamite da qualche parte per far crollare la democrazia, la piazzerei proprio sotto il copyright.

Viva il copyright?

No. Viva il buon senso, semmai.

L’abolizione di un diritto universalmente riconosciuto da secoli difficilmente può produrre un progresso. Piuttosto, si tratta di spingere l’intera società a riconoscere dei nuovi diritti.

Tra questi, il più importante (ma non il solo) è il diritto alla fruizione incondizionata: se acquisto un’opera devo avere la possibilità di fruirla in tutti i modi che ritengo opportuno. Devo poterla fruire sul DVD di casa, su quello del PC, sul CD dell’auto, nel mio lettore portatile. Devo poterla fruire quando mi pare, come mi pare e con chi mi pare (fermo restando che non apra una sala cinematografica e non faccia pagare il biglietto).

Devo anche avere il diritto di copiare l’opera su un nuovo (e diverso) supporto a mio personale uso e consumo (“diritto di copia ad uso personale”). Pagato una volta il diritto all’autore (ed a tutto il resto della catena), basta. Non mi si può imporre di pagare lo stesso diritto di accesso venti volte. Una per il cinema, una per la videocassetta, una per il CD, una per il DVD ed una per il file, tutti contententi lo stesso dannato “Blade Runner”. Certamente è lecito che a fronte di un nuovo supporto (il DVD, che sostituisce la mia vecchia VHS), paghi un nuovo acquisto ma non ha nessun senso che mi debba sentire in colpa se trascrivo un film dalla cassetta al DVD con le mie mani. Ho già pagato il film (su cassetta) ed ho già pagato il CD (con tanto di sovrapprezzo dovuto al “diritto di Levi”, aka “giusto compenso”).

Un altro diritto fondamentale è quello di accesso alla cultura (quella del nostro tempo, non quella degli assiro/babilonesi). Quando un libro diventa un elemento fondamentale della nostra cultura, come è recentemente avvenuto con Gomorra di Saviano, quel libro deve diventare “tesoro dell’umanità” sotto l’egida dell’UNESCO, o di qualche altro ente analogo, e deve diventare accessibile a chiunque, anche a chi non ha i soldi per comprarselo.

Questo non vuole assolutamente dire che lo si debba regalare a tutti, a danno dell’autore. Vuol dire che si deve curare (a spese dello Stato/Conunità/Società) la sua disponibilità. Vuol dire che questo libro deve essere presente in un numero adeguato di copie nelle biblioteche comunali, pronto per il prestito gratuito (o dietro un compenso a carico dello Stato). Vuol dire che questo testo deve essere disponibile attraverso Internet (sempre a spese della comunità), attraverso appositi contratti di grande distribuzione con l’autore. Vuol dire che i distributori non devono potersi “appropriare” dell’opera attraverso il pernicioso meccanismo dell’esclusiva.

Più in generale, vuol dire che si deve riconoscere un diritto all’autore, non un privilegio (un “vantaggio di posizione”) ai distributori. Si deve riconoscere un compenso all’autore, non una rendita ereditaria ai suoi pronipoti. Un diritto d’autore che si estende per 70 anni dopo la morte dell’autore è un insulto ai diritti dei lettori, non una garanzia per l’autore.

Alessandro Bottoni

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Comments
One Response to “Un mondo senza copyright”
  1. elena ha detto:

    salve mi chiamo elena
    ho un associazione e vorrei fare un evento pubblico proiettando film gratis
    esiste una lista di film senza diritti?

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