Libro e Moschetto

Ricominciano le scuole e ricominciano i lamenti. Di nuovo orde di ragazzini invadono le strade ed intasano gli autobus con i loro zaini da spedizione di Russia. Manca ancora il moschetto ma… forse è solo questione di tempo.

Una media di 600 euro l’anno di libri.

Una formazione scolastica tra le peggiori d’Europa.

Una media di 13 kg di peso dello zaino sin dalle elementari.

Si poteva evitare?

L’armadietto impossibile

Se ci fate caso, qualunque film americano posteriore al 1950 ed ambientato in una scuola mostra chiaramente gli armadietti per i libri che vengono assegnati agli studenti. Lo studente porta a scuola i suoi libri all’inizio dell’anno scolastico, li lascia nell’armadietto, e porta con sé (in aula, a casa, sulla Luna o dove gli pare) solo ciò che gli serve di volta in volta.

Una soluzione piuttosto ovvia ad un problema piuttosto banale, non è vero?

Già, ma questa soluzione non è mai stata adottata in Italia. È stata adottata (a partire dagli anni ’30) da India, Inghilterra, Sud Africa, Stati Uniti, Brasile, Cile, Argentina, Perù, Somalia (ex colonia italiana), Etiopia (ex colonia italiana), Libia (ex colonia italiana), Canada, Russia, Germania, Francia, Spagna, Grecia, Svezia, Norvegia, Danimarca, Polonia, Repubblica Ceca, ex Jugoslavia, Congo (non sto scherzando) e molti altri paesi ma non dall’Italia.

Perché?

Mezzo PC a testa

Da una serie di studi risulta chiaramente che si ottengono i migliori risultati didattici quando un PC viene usato da esattamente due studenti (non uno e non tre). I due studenti agiscono da “traino” e da “trainato”, scambiandosi di volta in volta i ruoli e mantenendo alta l’attenzione.

Basta quindi un PC ogni due studenti. Circa 12 – 13 PC per classe.

Dieci anni fa (1998) sarebbe stato un grosso passo avanti adottare i PC come strumenti di supporto didattico ma… non è andata così.

Perché?

Una ADSL in 400

Internet è stata considerata una esigenza didattica irrinunciabile da tutti i ministri della pubblica istruzione, di centro, di destra, di sinistra, di sopra e di sotto, dal 1995 ad oggi. Ricordate le “tre I” di Berlusconi? Impresa, Inglese ed Internet?

In questo momento, solo una esigua minoranza di scuole italiane dispone di almeno un contratto ADSL (900 euro l’anno) e spesso questa unica linea (a 10 – 12 Mb/sec) deve servire 300 o 400 studenti.

Perché?

Smart Phone, Stupid People

Ovviamente la paralisi tecnologica e decisionale della scuola italiana è stata superata dalla evoluzione della tecnologia e dalla evoluzione dei costumi. Ora, la quasi totalità degli studenti delle superiori, e gran parte degli studenti delle medie, dispone di un telefono di terza generazione dotato di telecamera (ottimo per fare degli “upskirt” alle compagne). Al prossimo giro di giostra (2009 – 2001) questi telefoni saranno Smart Phone dotati di sistema operativo, di programmi applicativi e di connessione ad Internet (Wi-Fi o UMTS).

In buona sostanza, saranno i PC di cui questi ragazzi avrebbero dovuto disporre dal 1998.

Peccato però che questi “palmari” saranno accessibili solo ai bambini ricchi, almeno all’inizio.

Peccato però che questi dispositivi verrano “esploitati” dagli studenti senza nessuna guida tecnica e senza nessuna “guidance” morale, se non quella dei compagni più anziani.

La Tripla E

Ma anche questa è roba vecchia. La Tripla I di Berlusconi sta per essere resa obsoleta dalla Tripla E di Asus (Asus EEE PC). Questo sub-notebook e molti altri UMPC si propongono come dispositivi perfetti per riempire la nicchia lasciata vuota da 10 anni di disattenzione della scuola italiana.

Con meno di 400 euro (circa due terzi della spesa media annuale di libri di uno studente delle superiori) è possibile avere uno strumento che da accesso sia agli e-book che ad Internet ed al web.

In buona sostanza, questi strumenti, insieme al Web, si propongono come alternativa definitiva ai libri

OLPC

D’altra parte, c’erano già arrivati i paesi in via di sviluppo ad adottare i PC come strumento didattico: gli OLPC.

Troveremo bambini dotati di PC nelle svane africane ma… non nelle nostre scuole.

Tanto, a che serve l’informatica quando l’unica possibilità di lavoro sul territorio nazionale è come cameriere?

e-book, dove sei?

Mancano ancora, ovviamente, gli e-book.

È giusto che manchino. È cosa buona e giusta che manchino e deve restare tale.

Gli e-book avrebbero potuto essere una valida alternativa ai libri di carta dieci anni fa (1998), non adesso.

Adesso, l’alternativa ai libri di carta sono i siti web (come Wikipedia, per intenderci), non gli e-book. Questo perché i siti web possono essere facilmente creati, tenuti aggiornati e gestiti da intere comunità (studenti e professori) che agiscono gratuitamente, nel tempo libero, come avviene appunto per Wikipedia. Gli e-book non sono gestibili in modo collettivo e richiedono quindi che un gruppo di autori se ne faccia carico. Ovviamente, è difficile che un gruppo di professori delle scuole superiori si faccia carico di questo compito gratis.

Se pensate che i siti siano accessibili solo quando c’è una connessione Internet, vuol dire che non siete stati attenti mentre spiegavo. Ripassate Google Gears ed Adobe AIR.

Ma non so fare!

Ma, naturalmente, quasi tutti i nostri professori non sanno nemmeno accenderlo il computer. Non sanno nemmeno che sullo stesso PC possono girare più applicativi, figuriamoci se possono insegnare qualcosa ai nostri figli! Molti di loro sono semplicemente terrorizzati all’idea di dover trattare anche questo argomento nelle loro lezioni.

E chi se ne frega?

I PC sono destinati ad invadere la loro vita, e quella dei loro studenti, indipendentemente dalla scuola. I nostri professori sono condannati a dover imparare ad usare questi “cosi” comunque. Sono condannati a dover imparare dai loro colleghi e – colmo della vergogna! – dai loro studenti.

A questo non c’è rimedio. Non possiamo fermare l’evoluzione tecnologica del pianeta per dare loro il tempo di aggiornarsi. D’altra parte, si tratta pur sempre di laureati, dotati di tutte le competenze di base necessarie, (abbastanza) ben pagati e dotati di molto tempo libero da dedicare (una volta tanto) alla propria formazione professionale (come sono costretti a fare tutti gli altri laureati da sempre) .

Una luce in fondo al tunnel?

Ovviamente no: siamo pur sempre in Italia.

Gli italiani provano da sempre un sovrano disgusto per il progresso. Non c’è da illudersi sul fatto che un giorno possano capire che restando ostinatamente barricati in questo suggestivo medioevo si corre il rischio di… trovarsi a vivere davvero nel medioevo, con tutte le sue epidemie, le sue ingiustizie ed i suoi feudatari violenti.

Tanto, quelli che hanno bisogno di una formazione vera, all’altezza della situazione, mandano i figli a studiare all’estero o nelle scuole private (finanziate con soldi pubblici). Mica li fanno studiare con gli extra-comunitari nelle scuole pubbliche…

Non ci credete? Leggetevi questo:

Io, invece, studio all’estero

Di Loredana Oliva

Sperling&Kupfer editore

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

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Comments
3 Responses to “Libro e Moschetto”
  1. Sabi ha detto:

    Verissimo, a parte quell’appunto sugli stipendi degli insegnanti, che normalmente hanno uno stipendio da fame, compresi i prof a contratto delle università. Certo è che un insegnante un minimo sveglio può sempre trovare il modo di guadagnare al di fuori dell’ambito lavorativo primario.

  2. alessandrobottoni ha detto:

    Sabi dice:
    “Verissimo, a parte quell’appunto sugli stipendi degli insegnanti, che normalmente hanno uno stipendio da fame, compresi i prof a contratto delle università.”

    Veramente, no. I professori giovani, soprattutto se precari, prendono uno stipendio da fame (anche perchè sono spesso a part-time) ma questa non è la regola.

    Un professore di scuola media e/o liceo, con una decina d’anni di anzianità, al giorno d’oggi se la passa meglio di molti professionisti suoi pari (laureati) che lavorano nell’industria.

    Questo in aggiunta al fatto che si insegna 20 ore alla settimana per 9 mesi l’anno. Anche aggiungendo le attività extra-didattiche, si tratta comunque di una situazione ben diversa dalle abituali 60 – 70 ore la settimana, per 50 settimane l’anno, che caratterizzano il lavoro nell’industria da parte di molti laureati.

    Capisco che insegnare sia dura (ho fatto anche l’insegnante in vita mia) ma c’è un limite anche alle lamentele.

    Soprattutto, le sfighe professionali e personali non possono e non devono diventare un pretesto per non aggiornarsi e per bloccare, con la propria personale insipienza, l’evoluzione dell’intero sistema educativo.

    I nostri insegnanti devono imparare a farsi carico della propria formazione professionale (con i suoi tempi ed i suoi costi) esattamente come lo fanno, da sempre, coloro che svolgono una qualunque altra professione intellettuale, senza rivendicazioni legate allo stipendio o scuse di altro tipo.

  3. fdigiuseppe ha detto:

    Un mio amico lavorò anni fa ad un software per la generazione degli orari scolastici. Il problema è complesso al punto che si usano algoritmi abbastanza sofisticati per risolverlo. Il suo software generava questi orari in base ad un insieme di criteri a ciascuno dei quali si poteva dare più o meno peso. Pensate che i criteri più importanti fossero quelli di rilevanza didattica? No, affatto. Gli chiedevano di considerare criteri come: ci sono insegnanti che si rifiutano di fare la prima ora.

    Con tutto il rispetto per la categoria, forse sarebbe il caso nella scuola italiana di far pesare di più criteri non sindacalistici. Non è necessario pagare poco o meno gli insegnanti. A me va pure bene che vengano pagati come si deve, a patto che li si faccia lavorare nelle condizioni migliori e con l’impegno necessario per preparare bene i giovani italiani. E sarebbe anche il caso di formare nei nostri giovani una coscienza civica migliore di quella dei loro genitori.

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