L’Italia ha davvero paura e impugna davvero il revolver?

Ci sono momenti in cui il giornalismo italiano riesce a toccare livelli sublimi di gratuito allarmismo e di scorrettezza. Ne è un esempio l’articolo di Massimo Numa intitolato “L’Italia ha paura e impugna il revolver” apparso oggi su Repubblica.

Un cannone in ogni cantina

Secondo l’articolista:

“Armi detenute legalmente in Italia: 10 milioni. Cinque milioni di italiani hanno in casa almeno un fucile o una pistola. Un business da capogiro, grazie anche alle vendite di munizioni, gadget, e vestiario. Eppure fatti recenti di cronaca dovrebbero far riflettere il legislatore. Perché le norme attuali, soprattutto per la detenzione, sono apparse, in molti frangenti, inadeguate.”

Sfiga (di Massimo Numa) vuole che io provenga da una antica famiglia di armaioli (gli Zanotti, fornitori dei Savoia per gran parte della durata del Regno D’Italia) e che, di conseguenza, possa raccontare l’altro lato della storia.

L’Età dell’Oro degli armaioli italiani si è avuta tra la fine della prima guerra mondiale (1918) e l’avvento al potere di Mussolini (1924). In quei sei anni, mio nonno e suo fratello, dalla loro piccola armeria di Ferrara, hanno venduto più pistole, revolver e fucili che in tutto il secondo dopoguerra (1945 – 1979, anno della chiusura dell’armeria). La ragione di questo inatteso successo è abbastanza ovvia: in quel periodo, in Italia come in Germania, lo Stato si è rivelato incapace di assicurare la sicurezza dei cittadini e di imporre l’ordine. Di conseguenza, i cittadini onesti si sono procurati un arma per difendersi e le “teste calde” (finanziate dall’una e dall’altra parte) si sono procurate un’arma per offendere. Sono state queste armi, regolarmente acquistate (senza nessuna particolare formalità. La legge del tempo considerava le armi alla stregua di grattugie), a permettere a Mussolini ed alle sue camicie nere di conquistare il potere nel 1924 (la stessa cosa è avvenuta in Germania tra il 1918 e l’ascesa al potere di Hitler nel 1934).

Nel 1925, dopo l’ascesa al potere, Mussolini ha ringraziato gli armaioli italiani per la loro gentile assistenza emanando una serie di leggi, culminata nel Codice Rocco del 1930, in cui “regolava” il commercio delle armi fin quasi ad impedirlo del tutto. La ragione di queste leggi è piuttosto ovvia: Mussolini ha voluto evitare che qualcun altro (i comunisti) usassero la sua stessa tecnica per mettere in discussione il suo potere. Grazie a queste leggi, mio nonno e suo fratello, nel 1930 hanno dovuto emigrare in Belgio per sopravvivere (lavorando per la FN).

Il Codice Rocco è tuttora in vigore, almeno nelle sue linee essenziali. Se non ci credete, leggete le pagine di Wikipedia che ho citato e/o parlatene con un avvocato.

Le modifiche che ha subito il Codice Rocco, in tema di commercio e detenzione delle armi, risalgono soprattutto alla famigerata legge N° 110 del 18 Aprile 1975 e, più recentemente, alla legge 155 del 31 Luglio 2005. Come si può facilmente verificare dall’indice del libro “Il codice delle armi e degli esplosivi. Con l’esposizione enciclopedica della materia e la giurisprudenza” di Edoardo Mori, queste due leggi fondamentali sono state soltanto i due momenti più importanti di una attività legislativa continua, durata 80 anni (1925 – oggi) e caratterizzata da una media di una legge all’anno. Nessun altro tema legislativo ha mai visto una simile proliferazione di leggi nella storia di nessun paese al mondo.

Tutte queste leggi hanno introdotto ulteriori restrizioni rispetto alla normativa precedente.

Se non ci credete, leggetevi questo libro:

Codice Enciclopedia delle armi e degli esplosivi

di Edoardo Mori

Edoardo Mori è un ex-giudice e viene considerato il massimo esperto di questa materia nel nostro paese.

Di conseguenza, parlare di “leggi inadeguate” o “troppo permissive” è semplicemente ridicolo: il nostro paese ha la legislazione più restrittiva al mondo in fatto di armi ed esplosivi. L’unico paese che è riuscito a fare di meglio (o di peggio, secondo i punti di vista) è il Giappone, in cui il commercio delle armi sul mercato civile è vietato tout court.

Se questo sia un fatto positivo, lo potete dedurre osservando chi ha sempre contrastato in maniera decisa il commercio delle armi sul mercato civile: Benito Mussolini e Adolf Hitler (e, meno noti, Francisco Franco, Augusto Pinochet, Pol Pot, etc.).

Riguardo al business da capogiro, lasciatemi dire che circa il 70% del fatturato di ogni armeria che si rispetti viene oggi dai capi di vestiario sportivi (spesso indistinguibili da quelli che potete acquistare in qualunque negozio specializzato in articoli da campeggio e da trekking).

Cow Boys per le strade

Sempre secondo l’articolista:

“Oggi il problema degli arsenali fai-da-te s’è aggravato. Il porto d’armi per difesa personale nel 2007 ha raggiunto quota 34 mila; sono state rilasciate 800 mila licenze di caccia e 178 mila per uso sportivo. È sempre più facile procurarsi armi, anche micidiali.“

Le licenze di porto d’arma a fini di difesa sono sicuramente parecchie di più. Solo in Emilia Romagna, sono circa 30.000 le persone che posseggono questo tipo di licenza. Si tratta, infatti, delle Guardie Giurate che, come noto, svolgono sostanzialmente funzioni di sicurezza per le banche.

Le 34.000 licenze di cui parla Numa devono essere quelle rilasciate a privati cittadini, che non sono Guardie Giurate, per la loro difesa personale. 34.000 licenze su 58.000.000 di abitanti, cioè una ogni circa 1700 persone.

Davvero vi sembrano molte?

Gran parte di queste licenze sono in mano agli orefici ed ai rappresentanti di gioielli che le usano per tenere un arma sotto la giacca quando spostano gioielli da un negozio all’altro.

Quando ero ragazzino, ed avevamo ancora l’armeria, nel 1978, le licenze di caccia erano circa due milioni (2.000.000). Se oggi, a distanza di 30 anni, sono solo 800.000, credo che non sia il caso di lamentarsi.

Le 178.000 licenze di detenzione (non di porto) d’arma a fini sportivi riguardano soprattutto armi calibro 22 LR usate per il tiro a segno. Questo tipo di armi è sicuramente letale (si tratta, ad esempio, dell’arma usata dal “mostro di Firenze” per i suoi omicidi) ma è francamente difficile considerare le armi calibro 22 “pericolose”. Le “carabine libere” e le “pistole libere” usate per il tiro sono a colpo singolo. Le “pistole standard” e le “carabine standard” hanno caricatori da 5 colpi. Non si fa una guerra 5 colpi alla volta.

Oltretutto, si tratta di armi ben poco potenti. Il proiettile di una calibro 22 LR pesa circa 2,6 grammi e viaggia a circa 330 metri al secondo, producendo una energia cinetica di circa 140 Joule. Per confronto, una calibro 9mm Parabellum (9×19 NATO), come quella usata dalla Polizia per i i suoi mitra e le sue pistole, lancia un proiettile da circa 8 grammi a circa 350 metri al secondo, per una energia di circa 500 Joule. Le munizioni dei “fucili d’assalto” usati dall’Esercito sono delle 22 centerfire (5,56×45 NATO) che lanciano un proiettile del peso di 4 grammi a circa 950 metri al secondo, con energie dell’ordine dei 1750 Joule.

Per capirci: il proiettile di una pistola calibro 22 LR difficilmente riesce ad attraversare un pesante cappotto di feltro, come i Loden, ed a mantenere abbastanza velocità da arrivare al cuore di una persona. Una Calibro 9, nelle stesse condizioni, attraversa la persona da parte a parte. Un fucile calibro 5,56×45 NATO, nelle stesse condizioni, attraversa anche l’automobile in cui si trova seduta la vittima, dal muso alla coda (questo è esattamente quello che è successo al povero Nicola Calipari in Iraq…).

Dire che “ è sempre più facile procurarsi armi, anche micidiali” è semplicemente una idiozia.

Internet?!

Massimo Numa raggiunge il suo apice in questa frase:

“Internet è un gigantesco mercato, spesso illegale. Poi ci sono i canali «coperti» dov’è possibile, pagando cifre modeste, acquistare armi d’ogni tipo, con pezzi provenienti dai depositi degli eserciti smobilitati dell’Est. Persino detonatori e timer per ordigni esplosivi.”

Davvero?

Provate di persona! Provate a trovare un sito web (americano, cinese, afgano, quello che vi pare) che vi venda armi per via elettronica e ve le spedisca a casa, in Italia.

Provate! Che vi costa?

Poi provate a trovare uno spedizioniere che si faccia carico del trasporto fino alla vostra porta di casa. Non so: DHL, Bartolini, UPS…

Provate!

Ed infine, provate ad andare a ritirare un’arma acquistata in questo modo in Dogana.

Provate!

E fatemi sapere in quale carcere posso portarvi gli arancini per la Vitamina C.

No, eh?

Allora provate i “canali coperti” che cita Numa. Se siete sprovvisti di nominativi, potete recarvi in Cancelleria, in Tribunale, e chiedere di consultare gli elenchi degli indagati per traffico d’armi (o per mafia).

Provate! Che vi costa?

Poi fatemi sapere come vi hanno trattato quando vi siete presentati sulla porta di questi signori con una mazzetta di banconote da 50 euro chiedendo di acquistare un Kalashnikov.

Già… ma forse non siete del giro “giusto”…

Procurarsi armi per via illegale è difficilissimo ovunque nel mondo e lo è in modo particolare in Italia. Pensate solo che l’esplosivo usato per molti attentati di mafia degli anni ’70 proveniva dal relitto del Quintino Sella, affondato l’11 Settembre del 1943 a 11 miglia al largo di Venezia. Le armi usate dalla criminalità organizzata, come le famigerate mitragliette CZ61 Scorpion delle Brigate Rosse, sono state tramandate di generazione in generazione proprio perché è difficilissimo procurarsele.

Se bastasse andare in un supermercato in Croazia per comprare un bazooka, questa gente si comporterebbe forse in questo modo?

Ah, a proposito di “cifre modeste”, sappiate che un Kalashnikov costa, sul mercato militare legale (forze armate) circa 70 euro. Sul mercato civile (armi che non sparano a raffica), circa 500 euro e sul mercato “illegale” europeo (quando si trovano) dai 1500 ai 5000 euro (almeno così risulta da varie indagini).

E noi che ci lamentiamo dei bagarrini!

Lo sport del tiro alla suocera

Ed infine:

“Infine c’è la questione, non risolta, dei permessi sportivi. Troppi e incontrollabili, secondo polizia e carabinieri. «E’ un’emergenza grave, sempre più inquietante – spiega il portavoce nazionale del Sap, Massimo Montebove – ci vuole una stretta, rapida, da parte del governo per limitare il possesso di armi per uso sportivo e anche per la caccia.”

Parlare di “questione non risolta” è una vera idiozia. Come ho già spiegato nessun altro tema legislativo ha ricevuto più attenzione di quello delle armi da parte del legislatore italiano. Le leggi italiane sono già da 70 anni le più restrittive del mondo e l’azione di contrasto della polizia è una delle più efficaci del pianeta. I permessi sportivi, in particolare, sono tra i più attentamente sorvegliati.

Provate di persona a chiedere un nulla osta per l’acquisto di un’arma calibro 22 da tiro a segno e provate ad andare a sparare in un poligono che non sia quello più vicino a casa vostra. Quando avete finito le cartucce, provate a comprarne 201 (il perché del 201, invece di 199, lo capirete al momento dell’acquisto). Poi, provate a comprare una carabina calibro 7,62×51 NATO da usarsi come “carabina ex-ordinanza” per gare di tiro. Infine, visto il costo delle cartucce (tra 1 e 2 euro al colpo, se siete fortunati), provate a comprare i materiali e l’attrezzatura per la ricarica.

Scoprirete un mondo di cui non sospettavate l’esistenza. Un mondo fatto di moduli da compilare, controlli assurdi da superare, limiti incomprensibili ed altre piacevolezze di questo genere.

“Spesso le questure sono costrette, dalla legge, a concedere i permessi a persone note per utilizzarle in tutt’altro modo. Ci vogliono più controlli nei poligoni, per verificare chi veramente spara per sport. Se il signor X non s’è mai presentato, questo dovrebbe far scattare una verifica e, nei casi più significativi, la sospensione immediata.”

Le persone che si presentano una sola volta l’anno in poligono, giusto per tenere in vita il porto d’armi, sono solitamente le Guardie Giurate. Di solito non provano nessun interesse per il loro ferro del mestiere e cercano di spendere il meno possibile per le cartucce. Tutto qui.

La legge prevede esplicitamente che non si possa fornire nessun tipo di autorizzazione (detenzione o porto d’armi) ad un pregiudicato per crimini contro la persona (rapina, aggressione, omicidio, etc.). Chi sostiene il contrario dovrebbe ripassarsi il codice (e/o farsi vedere da un medico, possibilmente bravo).

“Molti delitti vengono consumati proprio con armi regolari, tanto è facile procurarsele e detenerle. Hanno firmato stragi familiari e delitti passionali. Noi siamo convinti che in Italia debbano circolare sempre meno pistole o fucili. E’ lo Stato – sottolinea Montebove – che deve avere il compito di tutelare la sicurezza. La filosofia americana dell’autodifesa personale non è compatibile con la nostra cultura. E anche in America sta fallendo».”

Su una cosa siamo tutti d’accordo: più armi ci sono in giro, più è probabile che qualcuno ne faccia un uso sbagliato, soprattutto in un momento d’ira.

Tuttavia, ci sono molte situazioni in cui un’arma è una notevole fonte di sicurezza personale. Molte delle ragazze che vengono uccise ogni anno dal loro ex-partner vengono uccise anche perché non sono in grado di difendersi. In alcuni casi, basterebbe un colpo di calibro 22 (quasi certamente non letale) per porre fine alla minaccia. Il Porto d’Armi esiste proprio per questo. Non solo è tollerato. Viene apertamente ed esplicitamente riconosciuto il diritto di una persona minacciata sia a portare sulla persona un’arma pronta al fuoco (come faceva negli anni ’70 Indro Montanelli) che ad a usarla per difendersi.

Davvero sarebbe una cosa intelligente togliere ai più deboli questa ultima barriera difensiva e lasciare che il più forte (o colui che ha le “amicizie giuste” tra i trafficanti di armi) possa agire indisturbato?

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

www.alessandrobottoni.it

PS: Molti studi statistici dimostrano che non esiste correlazione tra la criminalità e la disponibilità di armi sul mercato legale. I criminali non comprano armi nei negozi, nemmeno quando è la via più semplice per procurarsele.

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Comments
8 Responses to “L’Italia ha davvero paura e impugna davvero il revolver?”
  1. Luca Sartoni scrive:

    concordo su tutto tranne sulla parte questione finale. Non credo che chi è inabile alla difesa, lo diventi con un ferro in tasca.

  2. FDG scrive:

    Articolo interessante che mostra la scarsa professionalità di certi “giornalisti”. Di recente mi sono letto La Fabbrica del Consenso di Chomsky, per cui mi è stato facile ritrovare nell’articolo di Repubblica gli schemi disinformativi, tipo l’esagerata attenzione per i particolari cruenti, che i giornalisti usano per dare maggior peso alla loro visione della realtà.

    Credo anch’io che per parlare di un fenomeno bisogna prima di tutto conoscerlo. Tu hai dato un interessante contributo (dispiace che non tutti i lettori di Repubblica siano qui a sentire quanto hai da dire in proposito). Unico punto che non mi convince è la chiusura sulle fidanzate che per difendersi dai fidanzati violenti debbano avere una pistola. È da… “sport del tiro alla suocera”. Forse dovremmo parlare di violenza contro le donne in generale, fenomeno questo si rilevante, e di come garantire a loro una difesa. A parte i casi come quello di Stasi, credo che questo tipo di violenza sia più prevedibile. Ma per parlare di questo argomento io preferirei sentire l’opinione di chi lo conosce bene. Non so se tu hai qualcosa da raccontare in proposito.

  3. FDG scrive:

    Pardon… l’articolo era su La Stampa e non su Repubblica :)

  4. alessandrobottoni scrive:

    Argh! Si, era su la Stampa, non su Repubblica. Mi scuso con Repubblica per la svista.

  5. Psykopear scrive:

    Ho letto quell’articolo sull’espresso qualche tempo fa, e mi ha fatto una certa impressione. Volevo cercare di capire se è varamente così facile procurarsi armi in italia, ma grazie a questo articolo non ce n’è più bisogno (mi fido abbastanza di quello che scrivi). Ancora una volta, grazie per la controinformazione che fai costantemente su questo sito.

  6. emilator scrive:

    Pur trovando corretto e interessante l’articolo, non sono molto d’accordo nemmeno io sulla parte “ex-fidanzato stronzo”. Sono sicuro che non serva un’arma per difendersi dalle “minacce quotidiane”..tanto meno da fuoco.. Il primo passo è smetterla di avere paura. Classico esempio, giro nei pressi della stazione di Padova anche di notte, se capita, non mi fa paura e non mi è mai successo niente (e francamente non credo che certi personaggi abbiano un grande interesse a mettersi nei guai per 50€ nel mio portafogli, fanno affari migliori in altri modi).
    Un corso di autodifesa, inoltre, se proprio si ha paura e non si riesce a vivere tranquillamente, basterebbe ad avere una reazione intelligente e immediata in caso di minaccia (e la sicurezza, si sa, spiazza).

    p.s. forse è OT (e non voglio mettere in relazione i due problemi), ma cosa dice a riguardo del fatto che l’Italia è il secondo esportatore mondiale (dopo gli USA) di armi leggere?

  7. Pasquale scrive:

    Salve. Ho letto solo ora tutta la discussione e vorrei dire solo questo: Bisognerebbe che chi fa “informazione” la faccia in maniera “non di parte”. Basti pensare che le armi sono dei semplici oggetti. Che chi “sbalestra” con la testa può usare anche un coltello da cucina per ottenere gli stessi effetti. Che se le armi sono considerate causa di offesa e fatti cruenti, cosa dire delle automobili, delle 2 ruote o di qualsiasi altro mezzo. Pertanto secondo me ogni volta che succede qualcosa c’è il solito corri corri a dire quello che passa per la testa senza riflettere. Ciao a tutti

  8. franco correzzola scrive:

    buongiorno, complimenti per le puntuali argomentazioni a critica dell’articolo apparso sulla stampa.
    Se non erro, il giornalista utilizzò anche alcune frasi di un dirigente UITS estrapolate dal contesto, con effetti catastrofici per l’immagine del medesimo.
    Il fatto che dopo ogni delitto commesso con armi da fuoco venga avviata una ricerca sui titolari di porto d’arma (sia uso sportivo che per difesa) francamente mi fa sorridere: veramente c’è chi pensa che chi vuol delinquere si iscrive alla U.I.T.S.? dopo anni di C.S.I. e filmetti vari, c’è ancora qualcuno che pensa a delitti commessi con armi regolarmente denunciate?
    Iscrivetevi ad un T.S.N. e provate a fare i fenomeni, vi cacceranno a calci nel sedere.
    Purtroppo molti giornalisti provengono da scuole di pensiero tutt’altro che liberali e tendono pertanto ad architettare campagne stampa avverso il presunto nemico (in fondo anche Mussolini cominciò dalla nobile arte della carta stampata, no?) mi chiedo quanto manca perché si mandino in campi di rieducazione quei soggetti (sicuramente malati) che si ostinano a possedere ed utilizzare armi od altri oggetti offensivi.
    Significativo il richiamo alle limitazioni imposte da dittatori e regimi vari: secoli orsono si arrivò persiino a proibire il possesso di coltelli ed strumenti da taglio (i Cinesi nell’Indocina) ed in conseguenza nacquero le moderne arti marziali a “mano libera”.
    Mi piace ricordare che la libertà di possesso prevista dalla Costituzione degli U.S. deriva non da necessità d’ordine pubblico (che pure non mancano loro) ma dal dovere di difesa della nazione e delle libertà individuali, come pure che al diritto corrispondono oneri gravosi in caso d’abuso (una condanna a vent’anni di galera ha un sapore diverso quando sai che li sconterai fino all’ultimo giorno).

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