Il futuro degli e-book

Ho appena finito di leggere il bell’articolo di Gai Bottà “Regalare libri fa vendere libri” su Punto Informatico di oggi ed alcuni degli articoli citati da Gaia nel testo, tra cui “La fine della carta” di Massimo Mantellini su Punto informatico del 25 Marzo 2002. Mi sembra che sia tempo di aggiornare la nostra analisi sul futuro degli e-book.

Il paperless office

Il mio ufficio (che, in realtà, è un angolo del salotto di casa) è paperless. Lo è sempre stato, sin da quando mi sono messo in proprio nel 2002. Non c’è nemmeno un foglio di carta od un libro in giro per il salotto (anche se, ovviamente, possiedo una nutrita libreria nella zona “privata” della casa). Sono stati paperless anche i diversi uffici (o “loculi” “Open Office”) che ho avuto nei 20 anni in cui ho lavorato per aziende private di vario tipo. Dal 2003, non possiedo nemmeno più una stampante. Mi ero stancato di rifornire la mia HP Dekjet 320 da 119.000 lire con cartucce da 79.000 lire, così ho consegnato stampante e cartucce all’Hera (la municipalizzata che gestisce i rifiuti a Ferrara). Anche gli “uffici” dei miei collaboratori sono paperless.

Com’è possibile?

La filosofia paperless ha un successo clamoroso nel nostro ambiente per due ragioni molto precise:

  1. Ognuno di noi ha un computer collegato ad Internet, per cui è molto più semplice ed economico scambiare un file che un libro.

  2. La “roba” che siamo costretti a leggere di solito non è un libro. La nostra vita culturale si svolge quasi esclusivamente tra siti web (HTML) ed e-book (file PDF o CHM). Questo perché la documentazione del software e gli articoli che riguardano il nostro ambiente hanno abitualmente forma digitale, non cartacea.

Non c’è da stupirsi di questa nostra situazione privilegiata: siamo tutti amministratori di computer o programmatori. Ovviamente, siamo più a nostro agio con file e computer che con risme di carta e fotocopiatrici.

Mio cognato, che fa il medico del lavoro, ha uno degli “uffici” più paperful che abbia mai visto in vita mia. Per sedermi davanti al suo PC, e risolvergli gli abituali problemi con Windows Vista, devo quasi sempre spostare una pila di cartelle e di fogli alta un palmo.

Come mai quest’uomo annega nella carta?

Anche in questo caso, per due ragioni molto precise:

  1. Le persone con cui mio cognato interagisce di solito non possiedono un PC e, anche quando lo possiedono, di solito non sanno usarlo.

  2. I documenti che deve produrre devono essere su carta per legge (anche se questo, in realtà, non sarebbe del tutto vero).

È il suo lavoro a condannarlo a questa vita tra la carta. Anzi: è il tipo di persone con cui è costretto ad interagire che lo condanna a questo triste destino.

Le ragioni del successo o dell’insuccesso dei documenti digitali sono chiaramente di carattere “sociale”: se le persone coinvolte nel processo possiedono un “lettore” adeguato (un PC od un e-book reader), e sanno usarlo, il successo del “paperless office” è quasi assicurato. Se esiste un “collo di bottiglia” rappresentato da persone che non possiedono o non sanno usare un PC, diventa molto difficile o impossibile implementare un paperless office.

Si tratta del ben noto “effetto rete” che ha già decretato, a suo tempo, il successo dei fax: fintanto che erano in quattro gatti ad avere un fax, aveva poco senso acquistarne uno, visto che non si sarebbero state le occasioni per usarlo. Nel momento in cui si è cominciato a diffondere, ha cominciato ad avere senso fare questo piccolo investimento. Quando l’80% della popolazione era già dotata di fax, non averlo era da stupidi.

Attualmente, in Italia ci sono circa 20.000.000 di PC (circa uno per famiglia), 12.000.000 dei quali collegati ad Internet. Secondo voi, in quale situazione ci troviamo? Quella in cui non ha senso avere un fax, perché tanto non c’è nessun altro fax con cui comunicare, od in quella in cui ce l’hanno quasi tutti e diventa più semplice e più comodo usare un fax, piuttosto che la posta tradizionale?

Quando dovete scambiare un brano musicale con qualcuno, gli mandate per posta lo spartito? O gli inviate per e-mail il file MP3? Che differenza c’è, tecnicamente parlando, tra quel file MP3 ed un file PDF? Avreste qualche difficoltà a scambiare un libro in formato PDF come ora scambiate un file MP3?

299US$ + 19US$ per leggere “Cuore” di De’ Amicis

Qualcuno si stupisce dello scarso successo di vendite dei lettori per e-book, come i due modelli venduti online da Amazon. Personalmente, mi sembra abbastanza ovvio che siano in pochi a voler spendere due o trecento dollari per il lettore per poi dover spendere altri dieci o venti dollari per ogni libro in formato e-book, oltretutto dovendo scegliere tra i pochissimi titoli disponibili.

Questo è un fallimento della “filosofia e-book”?

No: è il fallimento di una strategia di marketing, una tra le tante possibili.

Circa la metà dei 20 milioni di PC che circolano nelle famiglie italiane è rappresentata da laptop. Non c’è quindi nessuna vera ragione di comprare un e-book reader. Si può leggere un file PDF sul display del laptop mentre si sta comodamente sdraiati sul divano. Lo faccio io stesso tutte le sere.

Sul web ci sono molti documenti interessanti, sia in formato PDF (e-book) che HTML (siti web). Io leggo molta di questa roba, sia online (Wi-Fi e/o UMTS, anche dal parco pubblico) che offline.

Il modello di fruizione “usa-quel-vecchio-laptop” e “leggi-qualcosa-di-gratuito” funziona benissimo. Ciò che non funziona è il modello di marketing “Dammi 299US$ per il lettore e poi dammi 19US$ per il file”.

Soprattutto, non funziona il modello “dammi 20US$ per il file”.

Su di un libro tradizionale (cartaceo) che costa 20 euro, l’autore, se gli va grassa, prende un euro (il 5%), l’editore prende un altro euro (il 5%), la libreria prende 3 euro (il 15%) ed il distributore prende altri 3 euro (un altro 15%). La tipografia prende i restanti 12 euro (il 60% del prezzo di copertina).

In un libro digitale, i costi di stampa (12 euro), di distribuzione (3 euro) e di libreria (3 euro) vengono eliminati. Se l’autore vende il libro direttamente dal suo sito, anche il costo dell’editore viene azzerato.

Di conseguenza, lo stesso libro che costa 20 euro nella versione cartacea, in versione digitale non può costare più di 2 euro. Le persone che sono ancora coinvolte nel processo (l’autore e l’editore) guadagnerebbero comunque gli stessi soldi vendendo il libro a questa cifra e, a causa dei prezzi più contenuti, le vendite sarebbero sicuramente più elevate.

Tentare di vendere un libro digitale a prezzi comparabili alla versione cartacea è una truffa bella e buona. I lettori non sono dei deficienti e, com’è prevedibile, i libri digitali restano sui loro scaffali digitali.

L’odore della carta

In alcuni casi persino io, che pure sono digitale fino in fondo all’anima, compro dei libri su carta (di cui esistono le versioni digitali gratuite!!!). L’ho fatto, ad esempio, per il libro del gruppo Laser sul futuro delle idee. L’ho fatto per altri saggi e persino per qualche romanzo del gruppo di Wu Ming.

Sono forse impazzito?

No, semplicemente non voglio portare il laptop in spiaggia. Preferisco portare un normalissimo libro. Si tratta solo di una questione di comodità, di gestione dei rischi (qualche euro contro qualche centinaio di euro) e di… “fascino” della carta.

Questa componente esisterà sempre. Ci sarà sempre qualcuno che, per motivi razionali od irrazionali, vorrà la versione cartacea di un testo.

Quello che però possiamo aspettarci, è che questo tipo di richiesta diventi sempre minore, semplicemente perché non ha più delle solide motivazioni razionali per la “massa” dei lettori. Quante sono le persone che, al giorno d’oggi, sono disposte a spendere soldi per i soldatini di piombo? Poche, ovviamente. Quasi tutti preferiscono i videogame. Probabilmente, sarà così anche per i libri su carta tra qualche anno.

e-book e DRM

C’è chi pensa che non ci potrà essere mercato per gli e-book se prima non si trova la maniera di proteggere questi file dalla copia abusiva.

Francamente, mi sembra un problema creato dalla miope strategia di marketing delle case editrici, come nel caso della musica.

Lo ha dimostrato molto bene iTunes di Apple: se si fornisce agli utenti uno “store” da cui acquistare file musicali al prezzo che valgono, cioè meno di un euro l’uno (ed anche meno, molto meno), la gente compra i file, non perde tempo a copiarli.

Ovviamente, se si pretende di far pagare 479 euro all’utente per MS Office, l’utente cerca una copia pirata.

Si tratta solo di accettare un banale meccanismo di mercato: l’utente è disposto a pagare il prezzo che un bene vale per lui, non quello che vale per il fornitore.

Si può essere affezionati fin che si vuole agli scarabocchi dei nipotini ma provate a venderli a 500 euro l’uno su E-Bay! Capirete qualcosa della asimmetria “valore-percepito-dall’utente” contro “valore-percepito-dal-fornitore”.

Millicent

Semmai, il problema è che se un file MP3 od un e-book in formato PDF vale solo 50 centesimi od un euro, non si sa con cosa pagarlo.

Non si può usare la carta di credito. Il prodotto non vale il rischio dell’utilizzo e le commissioni sono superiori al valore trattato. Non si può usare nemmeno il cellulare. Per questi valori, le commissioni sono di circa un euro e quindi fanno raddoppiare il costo a solo vantaggio della TelCo che agisce da intermediaria.

negli anni ’90 si sono studiati molti sistemi di micropagamento, come Millicent, ma nessuno di questi ha raggiunto una vera diffusione sul mercato.

Il vero limite all’e-commerce, al giorno d’oggi, è l’assenza di un sistema di pagamento adatto ai valori economici a cui vengono trattati i prodotti digitali (tipicamente meno di un euro).

Cultura Scritta contro Cultura e Basta

Quello di cui spesso non ci rende conto è che un “tablet PC”, un “e-book reader” od un PC, per sua natura, non permette soltanto di leggere dei testi. Tutti questi dispositivi sono in grado anche di visualizzare immagini e filmati, di gestire animazioni e videogame, di riprodurre suoni e di trattare (modificare o “editare”) vari tipi di contenuti.

Gran parte delle informazioni che l’uomo deve trattare per lavoro o per diletto non sono di carattere testuale. Gran parte della nostra cultura, nel suo complesso, è di tipo audio-visivo (film, tv, etc.), non testuale. Non solo, la nostra cultura viene spesso trasmessa in modo interattivo (interazione con altre persone e, al giorno d’oggi, con programmi per computer)

Per molto tempo, l’uomo è stato costretto a “rendere” con parole ciò che avrebbe fatto molto prima a mostrare come immagini o filmati. Da quanto esistono la fotografia, il cinema, e la televisione la nostra cultura si è fatta sempre più visiva e sempre meno testuale.

Non c’è niente di sbagliato in questo. Anzi: è giusto che sia così!

Il cervello dell’uomo è fatto per trattare immagini in movimento e suoni, è fatto per interagire con altre persone. Il cervello dell’uomo non è fatto per leggere.

L’avvento dei PC e di Internet ha già avviato una transizione dalla cultura scritta alla cultura e basta.

Ovviamente, c’è una parte della nostra cultura che non può essere resa visivamente. Questa parte resterà sempre “cultura scritta”. Quello di cui possiamo essere sicuri, tuttavia, è che ciò che veniva reso come testo scritto per mancanza di alternative, d’ora in poi verrà reso come filmati o come immagini. Questo vale, ad esempio, per gran parte della narrativa che, da sola, rappresenta l’80 od il 90% della nostra cultura.

Quanti di voi hanno visto “Il signore degli anelli”?

Quanti di voi hanno letto il libro (1260 pagine, scritte fitto-fitto)?

Perché?

“Tablet PC” ed “iBook”

I tablet PC di oggi sono ancora piuttosto rozzi. Per avere una idea di cosa potrebbero diventare , bisogna pensare all’iPhone di Apple.

Lo iPhone non è un telefono 3G: è un “Multifunction Portable Terminal” (MPT), cioè un terminale portatile in grado di agire da telefono ma anche da agenda, da rubrica, da lettore PM3, da lettore di file PDF, da centro di comunicazioni (e-mail) e via dicendo.

Pensate ad un iPhone grande quando un foglio di carta A5 (la dimensione di un libro pocket) e dotato di tutte le sue solite funzionalità.

Questo è quello che ci si può aspettare per il futuro.

Ci si può aspettare una specie di “iPhone troppo cresciuto”, dotato di un display a colori da 7 – 9 pollici (come quello dell’Asus EEE PC), di Wi-Fi, Bluetooth, UMTS, GPRS, HSDPA, USB, Firewire, SD card, etc, con un processore ARM o simili, tutto questo a 400 o 500 dollari.

Lo comprereste?

Io si. Molto meglio che portarsi appresso un laptop.

L’arte di fare previsioni

“Fare previsioni è difficile, specialmente riguardo al futuro.”

La battuta non è mia ma di Niels Bohr. Rende bene la natura del problema. Noi tutti siamo costretti, ogni giorno, a fare delle ipotesi sul futuro, per poterci preparare ad esso. Tuttavia, non possiamo tenere sotto controllo tutte le variabili. Magari domani arriverà sul mercato un sistema di teletrasmissione del pensiero che renderà improvvisamente obsoleta tutta la nostra tecnologia.

Se però non si verificherà nessuno di questi sconvolgimenti, è probabile che gli e-book ed i loro lettori diventino una realtà piuttosto comune nei prossimi anni. Se le case editrici arriveranno a capire il loro ruolo, gli e-book potrebbero persino conoscere un grande successo. Dipende molto dalla disponibilità di testi interessanti a prezzi ragionevoli.

In questa evoluzione/rivoluzione, potrebbero giocare un ruolo importante anche gli autori. Al giorno d’oggi, l’autore può facilmente “autoprodurre” ed “autodistribuire” le proprie opere, ad esempio attraverso Lulu.com. La miopia delle case editrici potrebbe essere compensata dalla lungimiranza di queste persone.

Nel frattempo, cominciate a tenere d’occhio il servizio Safari di O’Reilly.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

Annunci
Comments
3 Responses to “Il futuro degli e-book”
  1. Yogasadhaka ha detto:

    Segnalo un errore nel calcolo dei costi di un libro:

    “Su di un libro tradizionale (cartaceo) che costa 20 euro, l’autore, se gli va grassa, prende un euro (il 5%), l’editore prende un altro euro (il 5%), la libreria prende 3 euro (il 15%) ed il distributore prende altri 3 euro (un altro 15%). La tipografia prende i restanti 12 euro (il 60% del prezzo di copertina).”

    Non e’ vero che lo stampatore prende il 60% del prezzo di copertina. In Italia lo stampatore prende dal 10 al 20% del costo di copertina, mentre la parte del leone va al distributore (dal 40% in su). Presumo che anche negli Stati Uniti le proporzioni siano analoghe, forse con costi di stampa più bassi (per via di maggiori economie di scala), costi di distribuzione più bassi (per minori attriti) e costi di marketing forse più elevati.

  2. Yogasadhaka ha detto:

    PS – Per il resto sono d’accordo al 99,5 % con l’analisi, a mio parere molto acuta, e la previsione, abbastanza probabile (se il mktg delle case editrici non si rivela miope come quello delle case discografiche e cinematografiche…).

  3. Manuel ha detto:

    Sul discorso della “conoscenza e basta”, resa sempre più in modo visuale (quando possibile) sono d’accordo e incoraggio questo trend, ma c’è anche da considerare questo fatto: è molto più facile ed economico mettersi a scrivere (requisiti: saper leggere/scrivere ragionevolmente bene e aver qualcosa da dire), piuttosto che produrre un’opera audio-visiva di una certa qualità (chi ha milioni di dollari da spendere in attori, effetti speciali, tecnici, registi, ecc?).

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: