Alessandro Bottoni

Settembre 26, 2008

L’esatto contrario di Internet

Archiviato in: Cronaca, Internet, politica — alessandrobottoni @ 8:01 am
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Si sa: ogni cosa ha il suo contrario. Il protone ha il suo antiprotone, il bianco ha il nero, la politica ha Berlusconi. Ma qual’è l’esatto contrario di Internet?

Beh, a mio modestissimo avviso, l’esatto contrario di Internet è un signore dall’aria stralunata che ogni domenica tiene una rubrica dedicata ad Internet all’interno del telegiornale di La7. Si chiama Ivo Mej.

La vostra selezione di una libreria

Immaginate di entrare in una libreria. Un qualunque bookshop come Feltrinelli o MEL andrà benissimo. Immaginate di muovervi tra gli scaffali e di mettere in un cestino i 5 libri (cinque) che ritenete degni di una recensione sul quotidiano della vostra città (nel mio caso, Il resto del Carlino).

Se siete come me, alla fine del vostro giro, il vostro “shopping cart” conterrà una selezione di libri come questa:

  • “Il cigno nero” di Nassim Nicholas Taleb

  • “Un universo o infiniti?” di Alexander Vilenkin

  • “Snow Crash” di Neal Stephenson

  • “Neuromances” di William Gibson

  • “L’evoluzione a quattro dimensioni” di Joblanka e Lamb

Ma forse io sono un tipo strano e leggo della roba strana. Magari il vostro cestino sarà come quello del mio amico Gian Luca, che dirige www.spigolature.it ,e conterrà i seguenti titoli:

  • “Gomorra” di Roberto Saviano

  • “Non avevo capito niente” di Diego de Silva

  • “L’ultimo” di R. Mish

  • “A piedi” di Sabelli – Fioretti

  • “Lavoratori di tutto il mondo, ridete” di Ovadia

O forse siete come mia moglie, che dopo 12 ore al giorno di statistica non ne può più di usare la testa, ed il vostro cestino conterrà un assortimento di libri di cucina e di manuali di ricamo.

Se però il vostro “shopping cart” dovesse contenere il pattume ripescato dal cestino della libreria, incluse le buste per gli ombrelli ancora bagnate, allora avete qualcosa in comune con Ivo Mej.

Internet, infatti è una immensa biblioteca che raccoglie libri, giornali, CD, DVD, spartiti musicali e molto altro materiale estremamente interessante. La probabilità che si possa uscire da Internet tenendo in mano il materiale che Ivo Mej porta al telegiornale di La7 è veramente esigua. Occorre avere una “indole” davvero particolare per ottenere questo risultato.

Internet, quella che gli idioti non vedono

Su Internet è possibile trovare una risposta a qualunque quesito, sia attraverso Wikipedia che attraverso altre fonti di informazione.

Su Internet è possibile studiare l’inglese, o qualunque altra lingua.

Su Internet è possibile trovare persone con i propri interessi, qualunque essi siano.

Su Internet è possibile trovare testi gratuiti in quasi qualunque lingua del mondo, grazie a progetti come Gutenberg e LiberLiber.

Su Internet è possibile trovare lezioni univesitaria, spettacoli (video) e registrazioni audio di interviste.

Su Internet è possibile trovare le parole e la musica delle canzoni.

Su Internet è possibile fare affari (eBay…)

Su Internet è possibile trovare una compagna (grazie alle numerose agenzie matrimoniali)

Su Internet si combattono le battaglie politiche, si vincono e si perdono le elezioni.

Su Internet succedono le cose più nuove e più importanti del nostro tempo.

Ma Ivo Mej non lo sa. O finge di non saperlo. Questo curioso personaggio, infatti, continua a portare in televisione il “bizzarro che c’è in rete”.

E solo quello.

La sindrome di Mej

Purtroppo, Ivo Mej non è solo.

Quando la televisione ed i giornali si occupano di Internet è quasi sempre per uno dei seguenti motivi.

  • Gridare allo scandalo per la pubblicazione di qualche foto o filmato di contenuto “inopportuno” (di solito legato al sesso od alla violenza).

  • Additare (giustamente) come mostri i responsabili di questi upload.

  • Gridare al furto per la pubblicazione di materiali coperti da copyright.

  • Gridare “al lupo” per il solito episodio di pedofilia.

  • Gridare alla diffamazione od alla calunnia per qualcosa che qualcuno ha pubblicato.

  • Gridare all’anarchia ed al caos per la mancanza di controllo.

  • Dimostrare, filmati di YouTube alla mano, quanto siano idioti coloro che frequentano Internet.

  • Farsi quattro grasse risate con qualche filmatino idiota.

Dell’Internet che noi conosciamo, intelligente, ordinata e civile, non viene fatto nessun cenno.

Purtroppo, questo “abito mentale” dei nostri “giornalisti” entra in risonanza con la testa (vuota) di molti dei loro lettori e spettatori.

Più i giornalisti mostrano filmatini demenziali di YouTube e più ragazzini dementi ne caricano sul sito.

Più i giornalisti denigrano Wikipedia e meno la gente usa Internet per il buono che può dare.

Più i giornalisti allarmano le mamme per i casi di pedofilia e meno viene permesso ai giovani di avvicinarsi a questo mondo e di sfruttare le possibilità che esso offre.

In altri termini, più i giornalisti si occupano di Internet e più si allarga il gap culturale, sociale ed economico che esiste tra i paesi industrializzati e la nostra piccola, orgogliosa enclave medioevale del nord-africa (Che c’è? Pensavate che questo fosse il sud-europa?).

Una preghiera

Signori giornalisti, Signor Ivo Mej, per favore, tornate ad occuparvi di delitti a sfondo sessuale e di cose simili. Lasciate Internet a chi ne capisce qualcosa. Farete un favore a tutti quanti, inclusi voi stessi ed i vostri figli.

Alessandro Bottoni

Settembre 4, 2008

Fare i soldi con il blog

Archiviato in: Internet — alessandrobottoni @ 5:13 pm
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Su “Go Online! – Internet Magazine” di Settembre 2008 c’ è un interessante articolo che riguarda i “pro-blogger”, cioè coloro che sono riusciti, in un modo o nell’altro, a trasformare l’attività di blogger in una attività professionale a tempo pieno. Una versione digitale di questo articolo è reperibile anche sul sito di uno degli autori, a questo indirizzo “Fare i soldi con i blog”.

L’articolo è molto interessante e vi consiglio senz’altro di leggerlo, però…

Però sappiate che non vi è stato detto tutto. Ci sono alcune cose che vengono abitualmente taciute in questo genere di articoli e, per vostra sfiga, sono le più importanti.

Non che lo facciano apposta, ovviamente. Nessuno di questi autori ha il benché minimo interesse a tacere parte della verità. Il problema è che alcuni degli aspetti cruciali legati alla redditività di qualunque attività economica, blog inclusi, vengono spesso dati per scontati.

Facciamo un po’ di conti

Secondo l’articolo, ci sono persone che riescono a ricavare uno stipendio dal loro blog. Con il termine “stipendio” credo che si possa intendere qualcosa come almeno 800 euro al mese netti. Trattandosi di un lavoro che si svolge abitualmente da casa, senza grossi investimenti e senza particolari obblighi, credo che siano in molti quelli che “metterebbero la firma” per guadagnare 800 euro “veri” al mese stando seduti davanti al PC.

Ma come si arriva a produrre 800 euro al mese netti?

Innanzitutto, sappiate che per guadagnare 800 euro netti, ne dovete incassare almeno 2400 lordi. La differenza è rappresentata dalle tasse (IRPEF), dalla previdenza (INPS o quello che è) e dalla mutua. Questo è il famoso “cuneo retributivo” con cui devono fare i conti i datori di lavoro: per dare uno stipendio X al dipendente, devono spendere nX, con n che varia tra 1,6 (USA) e oltre 3 (Italia). Ovviamente, il cuneo sfavorisce gli stipendi bassi (perché alcune voci sono fisse, indipendenti dal valore assoluto dello stipendio) per cui il manager che guadagna 250.000 euro/anno ne risente meno dell’operaio che ne prende 25.000. Non credo che questo vi possa stupire: quando mai qualcosa va a favore dei poveri?

Stabilito che dovete incassare 2400 euro/mese, come si fa?

Solitamente, si vendono spazi pubblicitari. Chi li acquista (su un libero mercato) li paga “a click”. Ogni volta che qualcuno fa click su di essi per raggiungere il loro sito (“click-through”), vi paga qualche centesimo (da 1 a 10 centesimi di euro, a seconda del circuito e di altri parametri). Se siete bravi, e vendete i vostri click a 10 centesimi l’uno, per fare 2400 euro dovete “incassare” 24000 click.

E qui cascano le… statistiche. Di solito la “propensione al click” si posiziona tra l’1 ed il 5 per mille (0,5%). Di conseguenza, anche se siete bravi, dovete moltiplicare il numero dei vostri visitatori per 200. Per fare 24.000 click dovete avere almeno 4.800.000 visitatori al mese, ovvero almeno 160.000 al giorno.

Sono pochi? Sono tanti?

Sono decisamente tanti. Più o meno, sono un terzo dei visitatori di Repubblica Online. In tutta Italia, sono 5 o 6 i siti che producono questo livello di traffico e si tratta, in tutti i casi, di grossi siti aziendali (solitamente giornali quotidiani).

Ma… allora? Come si fa?

Allora, dovete affidarvi anche ad altre fonti di reddito, come la vendita di spazi pubblicitari per via diretta (che richiede la presenza di un venditore che telefona ai clienti…) e come le vendite attraverso il sito (che implicano un magazzino, un magazziniere, degli spedizionieri, etc.).

Tanto per capirci: i quotidiani online come Repubblica hanno lavorato in perdita per i primi 3 – 5 anni di attività (spesso perdendo milioni di euro l’anno) e solo da poco sono in grado di coprire le spese. E sono siti che fanno da 300 a 500.000 visitatori al giorno (ed oltre 2.000.000 di pagine viste al giorno).

I blog fanno abitualmente poche decine di visitatori al giorno. I più bravi ne fanno qualche migliaio. Siamo molto, molto lontani dai livelli di traffico necessari per vivere di pubblicità usando i metodi più noti e più “rilassanti”, come Google AdSense e TradeDoubler. Ci vuole ben altro per mettere insieme i nostri 2400 euro mensili.

Parla di loro e dei loro interessi

A questo punto, forse cominciate a capire dove stanno le “trappole” di questo mestiere. Alla base di tutto c’è la necessità ineludibile di “fare traffico”. Se volete vivere di blog (o di comunicazione, in generale), dovete concentrarvi sulla quantità di visitatori e di contatti che riuscite a produrre.

A qualunque costo.

Questo vuol dire, innanzi tutto, che non potete trattare gli argomenti che interessano voi. Dovete obbligatoriamente trattare gli argomenti che interessano loro, i vostri lettori.

Può sembrare facile ma…

Se (come me) non usate Windows e non ve ne frega niente, siete fregati. Solo il 3% dei lettori usa Linux ed è interessato a Linux.

Se (come me) non siete di destra, e non ve ne frega niente della sicurezza e degli immigrati, siete fregati. Oltre la metà dei lettori vi eviterà come la peste (e voi eviterete loro).

Se (come me) non credete in Dio, e non ve ne frega nulla delle Scritture e della vita dei Santi, siete doppiamente fregati. Oltre il 90% dei lettori vi eviterà come la peste e, inoltre, non avrete nemmeno uno strapuntino in paradiso.

Insomma, se volete fare i soldi con la “comunicazione” dovete già essere, in partenza una persona “media” (o persino “mediocre”) e felice di essere tale. Più esattamente, dovete essere una persona “tipo” che non ha particolari difficoltà ad accettare la sua prevedibile e noiosa “normalità”.

Questa caratteristica caratteriale è necessaria perché su questo punto non si può mentire. Se vi sta sugli zebedei Windows, lo si “sente” dalle vostre parole. Quel 97% di succubi, entusiasti del loro stato di dipendenza, che usa Windows vi percepirà come “non ortodossi”, “sospetti” e “da evitare”. Questo è un lusso che non potete permettervi.

Dì loro ciò che vogliono sentirsi dire

Più in generale, se volete fare i soldi con la comunicazione, dovete risultare “accettabili” all’occhio del pubblico.

Anche questo può sembrare facile ma…

Se quando nominano Windows vi lasciate sfuggire una smorfia di disgusto…

Se quando nominano Berlusconi…

Se quando passano due suore…

Siete fregati.

Per “fare traffico” si ha bisogno di tutti, anche delle persone che, se dipendesse da voi, non avrebbero mai l’occasione di rivolgervi la parola o di stringervi la mano.

Per essere più precisi, per “avere successo” in questo mercato, è necessario dire ai lettori solo ciò che sono già pronti a recepire. Deve trattarsi di qualcosa che “è nell’aria” ma che ancora nessuno ha detto. Deve trattarsi di qualcosa che in molti “percepiscono” ma che ancora nessuno ha esplicitato in una forma compiuta e riconoscibile. In questo modo, quando i lettori la leggono, hanno la sensazione di avere trovato qualcuno che vede più lontano di loro, qualcuno che sa dare voce alle loro sensazioni.

Non importa se si tratta di sensazioni “sbagliate” e se l’idea che queste sensazioni producono è una emerita cazzata. L’importante è che i lettori possano riconoscersi in questa apparente “verità”.

In altri termini, non potete dire loro come stanno veramente le cose (a meno che non siano già pronti per sentirselo dire), cioè non potete permettervi il lusso di essere “didattici”. Meno che mai potete permettervi il lusso di giudicare il vostro pubblico (anche quando se lo merita), perché non potete permettervi di selezionarlo (sceglierne una parte e lasciare andar al diavolo l’altra).

Il Dio traffico impone questi sacrifici.

Dì loro qualcosa di utile

Se poi trattate di temi tecnici, avete anche l’obbligo di dire ai vostri lettori qualcosa di utile.

Più esattamente, avete l’obbligo di dire qualcosa che a loro sembri utile per i loro scopi. Non importa quanto siano sbagliate od infondate le loro opinioni e quanto siano solo apparenti le loro necessità. Anche in questo caso, non potete permettervi il lusso di diventare “didattici” o di giudicare il vostro pubblico.

Non importa se sapete benissimo che basterebbe usare Linux o Mac OS X per non avere problemi di virus. Dovete lasciarvi trascinare di buon grado in una di quelle deliranti discussioni sugli antivirus. E dovete anche far finta che la cosa sia importante, che vi interessi. Dovete anche dare l’impressione di saperla lunga, più lunga di loro, anche se, in realtà, non c’è niente da sapere su quello specifico tema.

In buona sostanza, se volete fare i soldi con questo mestiere, dovete esser disposti a rinunciare alle vostre idee ed alla vostra personalità, a meno che esse non siano già ben adagiate nell’alveo di quella incolore “maggioranza” a cui intendete rivolgervi. Personalità ed originalità sono caratteristiche incompatibili con il business della comunicazione.

Forse adesso cominciate a capire perché i giornalisti, specialmente quelli televisivi, sono spesso figure mediocri ed incolori. Devono assomigliare al loro pubblico e, per definizione, un “pubblico” che nasce dalla somma algebrica di milioni di individui è mediocre ed incolore.

Figurine e cinemini

Anche l’ultimo coglione che tiene un corso di comunicazione è in grado di dirvi che una buona dose di immagini, di musica e di filmati fa salire gli “ascolti”.

Non c’è da stupirsi: il sistema nervoso di qualunque mammifero (esseri umani inclusi) è evoluto, nel corso di milioni di anni, per elaborare luci, colori, suoni e movimenti. Sono solo 5000 anni che la nostra specie ha inventato la scrittura. Come si può pensare che l’Uomo si trovi più a suo agio con la parola scritta che con con le forme di comunicazione audio-visiva che hanno dominato il suo ambiente per milioni di anni?

Quasi qualunque corso di comunicazione include la mitica frase “se non hai nulla da dire, cantalo.” (“if you do not have anything to say, sing it”)

Questo dovrebbe farvi capire per quale motivo la televisione è così piena di luci, colori, belle donne e canzoni. Dovrebbe anche farvi capire per quale motivo è così profondamente, insanabilmente diseducativa.

Il fatto grave è che anche i giornali (“parola scritta” per definizione) sono sempre più pieni di immagini. E non avete ancora visto gli e-book con i filmati e gli MP3!

Se tutto questo vi crea qualche problema “ideologico” siete fregati.

Come professionisti della comunicazione, voi dovete amare dal profondo del vostro cuore le luci, i colori, la musica, le donnine nude e le ovvietà. Sono queste cose che vi danno da mangiare.

Tell it in english

L’Italia è popolata da circa 58.000.000 di persone, di cui solo 5.000.000 parlano l’italiano come prima lingua (io stesso parlo ferrarese di prima lingua, non italiano). Anche mettendo nel conto gli italiani che vivono all’estero e gli svizzeri del Canton Ticino (che parlano qualcosa di simile al milanese), possiamo arrivare al massimo a 60.000.000 di parlanti. Su circa 7.000.000.000 di abitanti del pianeta.

Si tratta di meno dell’1%.

Se solo traducete i vostri articoli in inglese (parlato da circa 500.000.000 di persone) potete aumentare il vostro “bacino d’utenza” di circa 10 volte. Se poi aggiungete una terza lingua come lo spagnolo (parlato da circa 700.000.000 di persone) potete moltiplicare per oltre 20 volte la vostra audience iniziale. Se poi aggiungete il cinese…

Forse adesso avete capito perché MasterNewMedia è disponibile in più lingue.

Forse avete anche capito perché americani e cinesi riescono bene nel business della comunicazione mentre noi italiani abbiamo grosse difficoltà.

Venditi

Infine, c’è un modo semplice e veloce per fare soldi (sempre e comunque): vendersi.

Su Internet esistono già da tempo dei circuiti grazie ai quali è possibile vendere a delle aziende committenti le proprie recensioni (ovviamente solo quelle a favore dei loro prodotti).

Come potete immaginare, Linux e Mac OS X non hanno bisogno di pagare qualcuno per far parlar bene di sè. Chi deve pagare per far parlare bene di sé è gente che ha qualche “problema” di accettazione da parte del pubblico.

Ancora una volta, se tutto questo vi fa schifo, siete fregati.

La dignità è un lusso per persone abbienti. Se volete portare a casa il pane per la cena, dovete lasciar perdere queste “fisime”.

Un mestiere per molti, ma non per tutti

Credo che ora abbiate capito per quale motivo sono così pochi i siti web (di qualunque tipo) che riescono a sostentarsi da soli.

Ovviamente, quelli che ci riescono sono spesso gestiti da persone che scriverebbero comunque le cose che scrivono e che si comporterebbero comunque nel modo in cui si comportano. Non si tratta affatto di persone false o di persone malvagie. Non si tratta nemmeno di “idioti di successo”. Si tratta semplicemente di persone “normali” e ben integrate che si trovano sulla stessa lunghezza d’onda del loro pubblico.

Tuttavia, le persone così ben integrate, così sostanzialmente indifferenti alle questioni “ideologiche” e così abili nella comunicazione sono rarissime.

Se pensate di trasformare il vostro blog in una attività professionale, cercate di riflettere su questo punto: “sono abbastanza simile alla massa dei lettori da poter contare su un vasto seguito?”

Se la risposta è “no”, lasciate perdere. Vi risparmierete una lunga serie di amare delusioni.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

PS: Uno dei pilastri della comunicazione sul web prevede che si debbano accuratamente evitare i “post” lunghi, come questo. Se siete arrivati a leggere questa frase, dovreste cominciare a domandarvi cosa ci sia di “vero”, di “scientifico” e di fondato in tutta la disciplina delle cosiddette “comunicazioni di massa”.

Giugno 16, 2008

Caccia ai blogger?

Archiviato in: Cronaca, Internet, politica — alessandrobottoni @ 8:24 am
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Stamattina, alcuni siti web hanno riportato la notizia della condanna di uno storico italiano, Carlo Ruta, per il reato di “stampa clandestina” a causa di uno dei suoi siti web (www.leinchieste.com). Potete leggere gli articoli originali a questi indirizzi:

Punto Informatico: “Blogger condannato per stampa clandestina”.

ZeusNews: “Il magistrato criticato condanna il blogger”.

Articolo 21: “Curatore di blog condannato per stampa clandestina”.

Francamente, leggendo gli articoli in questione, sono rimasto piuttosto perplesso sia causa di alcune critiche che vengono mosse al magistrato autore della condanna (Agostino Fera), sia a causa del tipo di reato contestato al blogger (Carlo Ruta).

Magistrato impazzito?

Secondo Punto Informatico:

“Roma – Un blogger italiano è il primo ad essere condannato perché considerato alla stregua di stampa clandestina, perché pubblicato in barba alle normative sull’informazione, sanzionato in particolare perché la sua periodicità non è regolare.

Un fatto inedito. Per la prima volta un blog subisce una sentenza di questo genere perché la sua pubblicazione, il blog appunto, non segue i canoni e i ritmi della stampa tradizionale. Una sentenza che fa discutere perché con un colpo solo associa legge sulla stampa e blog. La decisione dei magistrati, che non sembra proprio avere precedenti neppure in Europa, allarma gli osservatori.”

Francamente, mi sembra molto improbabile che un Magistrato della repubblica possa incorrere in un errore (od in un sopruso) tanto marchiano. La Legge italiana è alquanto fumosa sul tema della libertà di espressione ma non arriva comunque a permettere questo genere di interpretazione.

Secondo ZeusNews:

“Per la prima volta un blogger è stato condannato per non aver registrato il proprio sito in Tribunale. A condannarlo è un magistrato che il blogger aveva precedentemente criticato.”

Questo invece è palesemente falso. Lo riconosce implicitamente lo stesso Pier Luigi Tolardo (autore dell’articolo di ZeusNews) poco più avanti nel testo:

“Il pm che ha chiesto la condanna di Ruta è lo stesso Agostino Fera che aveva fatto chiudere il sito nel 2004, ritenendo diffamatorie nei suoi confronti le tesi sostenute da Ruta a proposito dell’omicidio di Giovanni Spampinato, giornalista dell’Unità.”

Questo fatto viene spiegato meglio da “Libertà di Stampa e Diritto all’Informazione (http://www.lsdi.it/):

“La sentenza è stata emessa da Patricia Di Marco, giudice presso il tribunale di Modica, dietro denuncia presentata dal magistrato Agostino Fera, noto alle cronache per le censure di cui è stato fatto oggetto da diversi parlamentari della Repubblica, da Giuseppe Di Lello al presidente dell’Antimafia Francesco Forgione, in relazione alla gestione dell’inchiesta giudiziaria sul caso del giornalista Spampinato.”

Non è quindi lo stesso magistrato ad aver inoltrato la denuncia, ad aver giudicato il proprio caso e ad aver emesso la relativa sentenza. D’accordo che al momento in Italia c’è un governo di destra ma non siamo ancora messi male come il Cile ai tempi di Pinochet.

Come minimo, quindi, quanto è stato riportato oggi dalle principali testate italiane va adeguatamente ridimensionato: un Magistrato (Agostino Fera) ha denunciato un Blogger (Carlo Ruta) ed un altro Magistrato ha emesso una sentenza di condanna, di cui ancora non si conoscono le motivazioni.

Giornalisti e Blogger

Resta comunque il fatto che gli episodi di condanna a carico dei blogger si fanno sempre più frequenti, vuoi per colpa dei blogger (non sempre consapevoli dei loro reali diritti e dei loro reali doveri), vuoi per colpa di una legislazione semplicemente allucinante.

In qualunque altro paese civile, viene attuata una distinzione semplicissima tra “giornalista” e “blogger” (Cioè “privato cittadino”): un giornalista è una persona che scrive per mestiere ed è pagato per farlo. Come tale, ha alcuni privilegi ed alcuni obblighi. Tra i privilegi, si conta abitualmente quello di poter mantenere riservate le fonti (un diritto che è riconosciuto ai giornalisti in tutto il mondo tranne che in Cina ed in Italia). Tra i doveri, ci sono quelli di non mentire (reato di calunnia) e di non offendere (ingiuria e/o diffamazione). Ovviamente, questi diritti e questi doveri riguardano solo l’attività di giornalista: sul proprio blog personale, anche i giornalisti risultano “privati cittadini”.

I blogger, in quanto “privati cittadini”, hanno qualche diritto e qualche dovere in meno dei giornalisti. Tanto per cominciare, di solito non viene riconosciuto loro il diritto di mantenere riservate le fonti. In compenso, viene riconosciuto al privato cittadino il diritto di esprimere opinioni al di fuori di qualunque regolamentazione e senza censure.

In Italia non funziona così. La confusione tra giornalisti e cittadini, e tra diritti e doveri dell’uno e dell’altro, è totale. Nessuno è in grado di dirvi con certezza cosa può e cosa deve fare un giornalista e cosa può e cosa deve fare un blogger. Questa è una delle ragioni per cui i nostri giornalisti sono così inclini a perdonare ai potenti ogni sorta di malefatte. Il rischio di denuncia per diffamazione (con conseguente rovina familiare dovuta alle spese legali) è altissimo ed i rischi per chi denuncia senza fondato motivo sono nulli. Lo spiega molto bene Massimo Mantellini su Punto Informatico di oggi, in un articolo intitolato”Le querele online (non) si sprecano”:

“Quanto al meccanismo ricattatorio, che è una delle leve usuali che spinge i cittadini a querelare o denunciare i propri simili, va detto che questo è spesso presente e di assai difficile controllo. In Italia è purtroppo sufficiente avere un amico avvocato ed una fotocopiatrice per poter inoltrare querele a decine con la quasi certezza che, nella peggiore delle ipotesi, una rapida archiviazione chiuderà il cerchio della pratica senza che al denunciante venga contestato alcunché (e nel caso delle denunce penali senza grossi esborsi finanziari). Nel frattempo il nostro ipotetico denunciato avrà dovuto scegliersi e pagare un legale, rispondere a convocazioni negli uffici della Questura e subire l’inevitabile incertezza emotiva di un procedimento penale a suo carico. Anche nel caso in cui – e accade di continuo – le accuse nei suoi confronti siano manifestamente infondate.”

Potete farvi una cultura su questo tema a questi indirizzi:

http://www.articolo21.info/

http://www.lsdi.it/

L’Articolo 21 della Costituzione

L’articolo 21 della Costituzione Italiana, che garantisce il diritto di libera espressione a tutti i cittadini, resta quindi inapplicato almeno quanto gli articoli che riguardano il diritto al lavoro.

Non c’è nemmeno da sperare che la situazione cambi. Le leggi che riguardano la libertà di stampa risalgono (quando va bene) al 1949 e nessun governo, né di destra né di sinistra, è mai riuscito a migliorarle. In compenso, molti governi, sia di destra che di sinistra, sono riusciti a peggiorare la situazione, anche in modo sensibile. L’aria che tira al momento è decisamente “censoria”. Basti pensare alla proposta dell’Onorevole Butti sulla pornografia in rete (vedi Punto Informatico: “Vogliono vietare la pornografia in rete”).

Che fare?

Tanto per cominciare, sappiate che non basta usare un server situato all’estero o pubblicare i vostri articoli in cinese. Una volta che il sito è visibile dai PC italiani, si può commettere un reato sul territorio italiano, soggetto alla legislazione italiana, qualunque sia la locazione fisica del server, qualunque sia la locazione fisica dei redattori/autori e qualunque sia la lingua del sito. Per sottrarsi alla legislazione italiana, è necessario rendere invisibile il sito dall’Italia (usando il tag HTTP_ACCEPT_LANGUAGE inviato dal browser od un sistema di geolocalizzazione).

Non serve nemmeno scrivere per una associazione o per una rivista registrata presso un tribunale. La legislazione italiana, nostalgica degli splendori del ventennio, prevede dei reati in più per chi pubblica le proprie opinioni in modo non irreggimentato ma dispone anche dei normali strumenti previsti dalle legislazioni degli altri paesi. In particolare, i reati di calunnia e diffamazione sono indipendenti dalla natura della testata.

Conclusioni

In buona sostanza, se si vuole dire pubblicamente ciò che si pensa, spesso (ma non sempre) non è possibile farlo in modo legale nel nostro paese. Si può solo scegliere se farlo in modo (semi)illegale usando un sistema di blogging anonimo come http://noblog.org/ o se rivolgersi solamente al pubblico internazionale (bloccando gli accessi al sito provenienti da PC italiani).

Nel caso dei blog anonimi è necessaria una certa competenza tecnica per non rendere “non anonimo” un sistema che, di suo, sarebbe “anonimo”. Basta un errore tecnico, una distrazione od una leggerezza per mandare a carte e quarantotto tutte le precauzioni che sono state prese dal gestore del sistema. A quel punto una bella denuncia per stampa clandestina (più tutto il resto) diventa inevitabile.

Personalmente, credo che bloccare l’accesso ai blog italiani e pubblicare le proprie opinioni solo per il pubblico internazionale (in inglese, se possibile), sarebbe un bel modo per mettere sotto pressione il governo italiano. Cosa succederebbe se sui nostri blog si cominciasse a leggere il seguente disclaimer?

Questo sito non può essere reso visibile al pubblico che proviene dal territorio italiano a causa della legislazione italiana che espone il suo autore al rischio della rovina economica e del carcere per reati previsti solo dalla legislazione italiana, come la “stampa clandestina”.

Cosa succederebbe se cominciassero a piovere sul nostro governo delle richieste di spiegazione da parte dell’Unione Europea? Che cosa succederebbe la prossima volta che i nostri politici tentano di tirare le orecchie ai cinesi sul tema dei diritti umani? Qualcuno comincerebbe forse a far notare loro che il pulpito da cui pretendono di parlare non è proprio quello più adatto alla situazione? Forse che la CNN (e quindi tutte le televisioni mondiali) darebbero risalto a questo curioso “caso”?

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