Alessandro Bottoni

Novembre 7, 2008

Il raggio della morte

Archiviato in: Ricerca, Scienza, difesa — alessandrobottoni @ 7:37 am
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Uno dei miei precedenti articoli su Nikola Tesla sembra aver smosso un certo interesse nel pubblico. Nei giorni scorsi mi sono arrivate varie domande sul cosiddetto “raggio della morte” di cui Tesla fu un promotore. Qui di seguito cerco di spiegare di cosa si tratta e descrivo le varie tecnologie che sono state utilizzate in questo settore nel corso dell’ultimo secolo.

Harry Grindell-Matthews e l’origine della leggenda

A quanto pare, il primo a proporre un “raggio della morte” ai militari è stato un inventore inglese vissuto nella prima metà del novecento, Harry Grindell-Matthews. La sua proposta risale al 1923 e si riferiva ad un sistema che, secondo l’inventore, avrebbe dovuto avere le seguenti capacità.

  1. Fermare il motore di una moto da una certa distanza

  2. Fermare il motore di un aeroplano e provocarne la caduta

  3. Fermare il motore di una nave

  4. Far esplodere polvere da sparo a distanza

  5. Rendere inoffensive le truppe a distanza di quattro miglia

  6. Accendere una lampada ad incandescenza a distanza

Di tutte queste straordinarie capacità, Grindell-Matthews fu in grado di dimostrare solo quelle relative ad accendere una lampada a distanza, ad incendiare della polvere da sparo ed a bloccare il motore di una motocicletta. Le altre rimasero sempre e soltanto a livello di affermazione verbale.

Nonostante il mistero che Grindell-Matthews decise di mantenere attorno alle sue invenzioni, è piuttosto semplice capire come fosse stato in grado di ottenere i suoi risultati.

Accendere le lampade a distanza è possibile grazie ad una bobina di Tesla. Nikola Tesla stesso, più o meno nello stesso periodo, tenne diverse dimostrazioni di questa tecnica.

Fermare il motore di una motocicletta è possibile sia usando una bobina di Tesla per sovraccaricare i suoi circuiti elettrici sia usando un sistema EMP (Electro Magnetic Pulse). Vedi anche EMP a Wikipedia USA.

Incendiare della polvere da sparo è semplice, a patto di avere l’accortezza di inserire un oggetto metallico che agisca da “antenna” e raccolga l’energia emessa da una bobina di Tesla o da un sistema EMP. Il surriscaldamento di questo oggetto incendia la polvere. Per inciso, questa tecnica è stata effettivamente usata su alcuni prototipi di cannoni degli anni ‘50 – ‘70.

Grindell-Matthews si è sempre rifiutato di fornire dimostrazioni controllate dei suoi esperimenti, con il risultato di perdere ogni credibilità.

Nikola Tesla ed i fasci di particelle

Nel 1930, Nikola Tesla avanzò la sua personale proposta di raggio della morte, questa volta basato sulla emissione di fasci di ioni. Il progetto di Tesla è noto sotto il nome di Teleforce ed è stato effettivamente oggetto di alcuni brevetti e di alcuni studi, sia da parte di Tesla che dei suoi successori. Questa categoria di armi è nota come “armi a fascio di particelle” ed è stata oggetto di una vastissima iconologia nella letteratura e nella cinematografia di fantascienza.

Questo tipo di tecnologia è afflitta da due gravissime limitazioni. La prima è rappresentata dalla limitatissima portata, dell’ordine dei centimetri. Il fascio di particelle, infatti, entra in collisione con gli atomi dell’aria atmosferica e si annulla praticamente subito.

La seconda è dovuta al fatto che per poter accelerare queste particelle è necessario ionizzarle. Ioni che hanno la stessa carica si respingono e, di conseguenza, il fascio si disperde quasi subito.

Questi due effetti sono assenti nello spazio vuoto e questo ha fatto sperare in un possibile utilizzo di questo tipo di armi nelle cosidette “Guerre Stellari” di Ronald Reagan. Sfortunatamente per Reagan, non è possibile mettere in orbita il motore necessario ad alimentare un aggeggio del genere, per ragioni di peso e di ingombro.

Nonostante 50 anni di studi e di prototipi, nessuna arma a fasci di particelle è mai arrivata a dimostrare una qualunque capacità offensiva, nè in atmosfera nè nello spazio.

Marconi e gli Impulsi Elettromagnetici

Guglielmo Marconi è stato accreditato da Rachele Mussolini della invenzione e della sperimentazione di un ipotetico raggio della morte:

“Secondo Rachele Mussolini, nel giugno 1936 il marito le consigliò di andare sulla Roma-Ostia. Aggiungendo: “Tra le tre e le tre e mezza vedrai qualcosa che ti sorprenderà…”. Donna Rachele seguì il consiglio e poco dopo le 15 di quel giorno il motore della sua auto si bloccò di colpo. La stessa cosa accadde ad altre auto e motociclette, in entrambi i sensi di marcia. In breve una trentina di veicoli si trovò bloccata. Ma dopo 20 minuti i motori ripresero a funzionare. Come per miracolo…

Ma non si era trattato di un miracolo ma un esperimento di Marconi: l’inventore della radio stava lavorando alla possibilità di interrompere, a distanza, i circuiti elettrici dei motori.

Un’invenzione rivoluzionaria non solo per l’epoca ma anche per tempi a noi molto più vicini”

[Da “Il raggio della morte” Voyager – RAI2]

Da questa descrizione è evidente che si trattava di una delle varie applicazioni della già citata tecnologia EMP, probabilmente qualcosa di simile ad un EPFCG o ad una vera e propria EMP-Bomb.

Altre informazioni, attribuite sempre a Rachele Mussolini, sono palesemente prive di ogni fondamento:

“Nel 1936 Marconi fece anche altri esperimenti: bloccò degli aerei in volo e, a Pisa, venne incenerito un gregge di pecore.

Poi però si fermò: il Papa, Pio XI, gli aveva chiesto di non sviluppare un’invenzione terribile.”

In realtà, nessuno è mai riuscito, ancora oggi, ad ottenere risultati di questo genere.

A questo proposito, va sottolineato come la Regia Marina Italiana, contattata più o meno nello stesso periodo da Marconi, non seppe capire l’importanza di un’altra invenzione dello stesso inventore: il radar. Evidentemente, la ricerca di un magico “raggio della morte” aveva accecato i nostri alti ufficiali, rendendoli incapaci di capire l’importanza di invenzioni meno eclatanti ma più realistiche.

Star Wars ed i laser

Le Guerre Stellari di Reagan hanno portato allo sviluppo di alcuni sistemi, sia basati a terra che basati su navi e su aerei, in grado di intercettare e distruggere un proiettile di artiglieria con un fascio laser alla distanza di alcuni chilometri. La luce laser, infatti, non è afflitta dagli stessi problemi di un fascio di particelle ionizzate e può quindi trasportare energia in modo ragionevolmente efficiente anche su lunghe distanze, sia in atmosfera che nello spazio vuoto.

Non è però mai stato possibile porre in orbita un aggeggio del genere, sempre a causa del peso e dell’ingombro eccessivi.

Non è nemmeno mai stato possibile usare un fascio laser per distruggere un veicolo di rientro nucleare (MIRV) durante la fase finale della sua traiettoria. Questo a causa delle enormi quantità di energia che sono necessarie per questo compito.

Laser come cannoni e mitragliatrici

Naturalmente, qualunque laser di potenza adeguata può essere facilmente usato come cannone, contro i veicoli, o come mitragliatrice, contro le persone. Sono già stati realizzati, negli anni ‘80 e ‘90, dei prototipi funzionanti di laser ad alta potenza installati su veicoli da combattimento.

Questo tipo di armi è forse ciò che più si avvicina all’idea originaria di raggio della morte. Tuttavia, non sembra che questo tipo di armi offra reali e significativi vantaggi rispetto alle più convenzionali armi da fuoco.

Raggi non letali (microonde)

Recentemente, il raggio della morte ha trovato nuova vita sotto forma di arma non letale. Un apposito sistema, installato su un veicolo, è stato usato per dimostrare che è possibile irradiare con microonde un gruppo di persone provocando in loro un intenso dolore a cui non sembra corrispondere nessun reale danno fisico. Quest’arma potrebbe essere usata per disperdere le folle di manifestanti. Vedi Microwave gun a Wikipedia USA.

Alessandro Bottoni

Settembre 23, 2008

La conoscenza come reato

Archiviato in: Cronaca, Diritto, Internet, politica — alessandrobottoni @ 3:34 am
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Con l’avvento di Internet e del Web è tornato di moda un argomento che fino a pochi anni fa era riservato al mondo della “contro-informazione” e dell’anarchia: il diritto di pubblicare e scambiare informazioni su qualunque tema, inclusi quelli “pericolosi” e/o “sgraditi” alla massa e/o al potere. Ne è una dimostrazione il caso di Hammaad Munshi, riportato oggi da Punto Informatico (“Il prontuario per il napalm vale due anni di carcere”).

Non si tratta di un problema nuovo. La Costituzione Americana, che risale alla fine del ‘700, lo tratta in maniera esplicita nel suo famoso “primo emendamento”. Per quasi due secoli, gli unici ad accorgesi del problema sono stati i giornalisti alle prese con informazioni “scottanti”, gli anarchici alle prese con libelli politici e manuali sul confezionamento delle bombe ed i frequentatori di poligoni di tiro ed armerie, alle prese con le informazioni legate alla ricarica delle cartucce ed alla modifica delle armi. Ora, però, questo problema sembra riguardare tutti quanti.

Parliamone.

Il primo emendamento

Il testo del primo emendamento della costituzione americana recita:

“Il Congresso non può fare leggi rispetto ad un principio religioso, e non può proibire la libera professione dello stesso: o limitare la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea, e di fare petizioni al governo per riparazione di torti.”

La semplice lettura di questo articolo della costituzione dovrebbe far riflettere tutti coloro che ancora considerano i nostri cugini d’oltreoceano una massa di coloni rozzi e violenti. Questo emendamento, come tutto il resto della costituzione, risale al 1788. Ci sono voluti circa due secoli, fino alla fine della seconda guerra mondiale, prima che la “vecchia Europa” riuscisse a partorire qualcosa di altrettanto degno.

Si noti che in Italia (un paese che, sconsideratamente, si ritiene all’avanguardia sul piano del Diritto), il governo può fare leggi che limitano il diritto di parola e di stampa. Può farlo e lo fa continuamente, a partire dalla Legge N° 47 dell’8 Febbraio 1948, “disposizioni sulla Stampa”, per arrivare alla Legge N° 62 del 7 marzo 2001, “Nuove norme sull’editoria e sui prodotti editoriali e modifiche alla legge 5 agosto 1981, n. 416″. Lo fa in totale spregio dell’Articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana.

In un paese civile, il governo non dovrebbe nemmeno avere la possibilità di discutere una qualunque delle molte leggi liberticide che avviliscono la libertà di stampa nel nostro paese.

La diffusione di informazioni come reato

Il caso di Hammaad Munshi, riportato oggi da Punto Informatico (“Il prontuario per il napalm vale due anni di carcere”), è esemplare. Negli Stati Uniti, fino all’avvento di George W. Bush, era impossibile giudicare e/o condannare una persona per avere diffuso informazioni (di qualunque tipo) e/o per esserne entrato in possesso. Per oltre 40 anni, tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio del terzo millennio, negli Stati uniti sono stati pubblicati e venduti nelle normali librerie manuali tecnici che spiegavano come costruire armi, come costruire bombe (anche atomiche), come confezionare ordigni biologici o chimici, come preparare un attentato e via dicendo. Gran parte di queste pubblicazioni erano destinate a curiosi e studiosi di storia militare (e di “arte militare”). In altri casi, si trattava di pubblicazioni destinate alle numerose organizzazioni anti-governative che affollano gli USA (anarchici, anti-federalisti, ku klux klan, etc.). Un esempio famoso è stato, per anni, un testo chiamato “the black book of dirty tricks” (“il libro nero degli sporchi trucchi”) che spiegava come trasformare armi sportive in armi automatiche (“a raffica”) o come costruire bombe con materiali di facile reperibilità.

Questa libertà di stampa, sostanzialmente priva di controllo, può sorprendere un italiano ma è la regola in quasi tutti i paesi civili del pianeta. La stampa, di solito, è “regolata” nelle dittature, non nelle democrazie.

Dopo l’avvento al potere di George W. Bush, e dopo l’attentato al World Trade Center di New York, però, questa libertà di informazione è stata messa in discussione in molti paesi, è stata limitata in vari modi ed ora si dà per acquisito che non sia legittimo pubblicare informazioni “pericolose”. Il caso descritto da Gaia Bottà su Punto Informatico è un esempio lampante di questo “nuovo corso” della Legge.

Terroristi senza manuale

Molte persone, quando si trovano di fronte ad uno di questi manuali, si domandano “ma questa roba non aiuta forse i terroristi a fare del male a noi ed ai nostri figli?”

Su questo punto, per una serie di curiose coincidenze, posso esprimere una opinione “ben informata”. Come ho spiegato in altre occasioni, sono un chimico, non un informatico. Per questa ragione, sono tenuto (dal mio corso di studi) a sapere come si producono (anche) gli esplosivi. In qualche caso, per ragioni di lavoro, li ho anche dovuti produrre (alcuni esplosivi hanno anche delle applicazioni di altro tipo. La nitroglicerina, ad esempio, viene usata in medicina come cardioregolatore). Nello stesso modo, sono tenuto a sapere come si producono e si maneggiano molte armi chimiche. Ad esempio, molti insetticidi usati in agricoltura sono degli anticolinergici derivati dai “gas nervini” militari, come il VX. Sono anche tenuto a sapere come si tratta con alcune specie batteriche e virali pericolose. Pochi sanno, ad esempio, che molti antibiotici vengono fatti produrre a muffe particolari (il penicillium, per esempio). Questa tecnica (di selezione artificiale, estrazione e purificazione) è la stessa usata per produrre l’antrace.

Quindi, vi posso dire, dall’interno, che la disponibilità di un manuale “divulgativo” che spieghi come produrre un esplosivo, un’arma chimica od un’arma batteriologica, non contribuisce a rendere più pericolosi i terroristi.

Per produrre esplosivi, armi chimiche ed armi biologiche ci vuole ben altro. Ci vuole un laboratorio. Ci vuole della gente competente. Ci vogliono soldi. Ci vogliono fonti di materie prime. Ci vuole un meccanismo per trasportarle sul luogo dell’utilizzo (senza saltare per aria lungo la strada). Insomma: ci vuole una organizzazione che, per definizione stessa di “organizzazione”, deve disporre di molte più informazioni di quante se ne trovino in quei manuali.

In modo analogo, posso dirvi che non occorre un manuale per produrre un mitra od una pistola. Qualunque meccanico dotato di un minimo di fantasia è in grado di farlo. Non è l’informazione (il “progetto”) che gli può mancare. Per produrre armi da fuoco, infatti, ci vuole un’officina. Soprattutto, ci vogliono le cartucce (molto difficili da produrre “da zero”). Ed anche questo, ve lo posso dire dall’interno: vengo da una famiglia di armaioli e sono cresciuto in una officina che, appunto, produceva armi (da caccia e sportive).

La disponibilità di questo genere di informazioni è utile solo ai curiosi che provengono da altri settori e che, comunque, non riuscirebbero a fare uso di queste informazioni a causa della loro mancanza di preparazione tecnica e di esperienza. Un laureato in legge può trovare interessanti questi manuali ma non riuscirebbe a cavarne qualcosa di utile in nessun caso. Un ingegnere od un chimico, semplicemente non ha bisogno di questi manuali.

Ma questo non è tutto. In vita mia ho visto solo un tipo di persona che ha tratto un reale giovamento dalla lettura di questi manuali: i poliziotti (e, più in generale, tutti gli operatori della sicurezza). Molti poliziotti hanno una formazione di tipo legale (facoltà di legge), non tecnica. Di conseguenza, la lettura di questi manuali permette loro di capire cosa cercare.

In buona sostanza, proibire la pubblicazione di questi manuali, in realtà, tarpa le ali ai poliziotti, non ai terroristi.

CD come armi

Una situazione analoga si è venuta a creare, dopo il 1990, nel settore dell’informatica e delle telecomunicazioni. Molte persone restano stupefatte dal fatto che gli specialisti di sicurezza pubblichino informazioni sulle vulnerabilità dei sistemi ed arrivino persino a pubblicare, come software open source, gli strumenti necessari per sfruttare queste vulnerabilità ed aggredire i computer altrui. Questa politica si chiama “full disclosure” (“divulgazione totale” delle informazioni) e periodicamente si attira le sgradite attenzioni dei politici per la sua apparente pericolosità.

Eppure, anche in questo caso, i “cattivi” non hanno nessun bisogno di queste informazioni. Spesso conoscono bene queste vulnerabilità da tempo (è il loro mestiere e lo svolgono otto ore al giorno da anni) e sanno benissimo come sfruttarle. Chi ha bisogno di queste informazioni sono gli amministratori di sistema che, a diferenza dei criminali, non possono dedicare allo studio di queste vulnerabilità la totalità del loro tempo. Gli strumenti di attacco, come certe Live distro di Linux, servono a chi cerca le falle dei sistemi per tapparle, non per sfruttarle a fini criminali.

Anche in questo caso, posso dirlo per esperienza diretta (mi sono occupato per anni di questi temi). Posso fare di meglio: posso dimostrarvelo. Provate ad usare una qualunque Live Distro di Linux su Internet (cioè “in the wild”) per attaccare un qualunque server. Lanciate lo strumento che preferite (nessus, nmap, metasploit, wireshark, etc.) e contate. Contate quanti secondi ci mette la Polizia Postale a bussare alla vostra porta.

Se gli “hacker” usassero strumenti ben noti, come quelli descritti sui siti web ed “incapsulati” nelle Live Distro, verrebbero beccati subito. Di fatto, il modo migliore di rendere inutile ed inutilizzabile una vulnerabilità consiste proprio nel divulgarla nel modo più ampio e completo possibile, possibilmente fornendo anche uno strumento di attacco che ne dimostri la reale pericolosità. Solo in questo modo, infatti, si può distrurre la vera forza di questi strumenti di attacco: l’effetto sorpresa.

Conclusioni

La paura è il miglior amico dei dittatori. Più in generale, se volete spingere qualcuno a fare qualcosa che và contro il suo personale interesse, dovete spaventarlo.

Spaventando la popolazione la si spinge ad accettare dei limiti alla libertà di espressione ed alla libertà di stampa che verranno poi usati per mettere il bavaglio ai commentatori sgraditi al potere, come è successo proprio in questi giorni al povero Carlo Ruta.

Se volete difendere i vostri personalissimi interessi, soprattutto i vostri soldi (risparmi, tasse, etc,) allora difendete coloro che pubblicano informazioni su come produrre bombe atomiche. Può sembrare folle ma non è così.

Le informazioni che questi aspiranti terroristi pubblicheranno non serviranno a produrre una singola bomba in più di quante già ne esistano. La libertà di stampa che invece voi otterrete in questo modo, servirà a garantire che le informazioni che vi riguardano (e riguardano i vostri sudati risparmi) arrivino a voi prima che sia troppo tardi.

Alessandro Bottoni

Agosto 21, 2008

L’Italia ha davvero paura e impugna davvero il revolver?

Archiviato in: Cronaca, Diritto, politica — alessandrobottoni @ 8:55 am
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Ci sono momenti in cui il giornalismo italiano riesce a toccare livelli sublimi di gratuito allarmismo e di scorrettezza. Ne è un esempio l’articolo di Massimo Numa intitolato “L’Italia ha paura e impugna il revolver” apparso oggi su Repubblica.

Un cannone in ogni cantina

Secondo l’articolista:

“Armi detenute legalmente in Italia: 10 milioni. Cinque milioni di italiani hanno in casa almeno un fucile o una pistola. Un business da capogiro, grazie anche alle vendite di munizioni, gadget, e vestiario. Eppure fatti recenti di cronaca dovrebbero far riflettere il legislatore. Perché le norme attuali, soprattutto per la detenzione, sono apparse, in molti frangenti, inadeguate.”

Sfiga (di Massimo Numa) vuole che io provenga da una antica famiglia di armaioli (gli Zanotti, fornitori dei Savoia per gran parte della durata del Regno D’Italia) e che, di conseguenza, possa raccontare l’altro lato della storia.

L’Età dell’Oro degli armaioli italiani si è avuta tra la fine della prima guerra mondiale (1918) e l’avvento al potere di Mussolini (1924). In quei sei anni, mio nonno e suo fratello, dalla loro piccola armeria di Ferrara, hanno venduto più pistole, revolver e fucili che in tutto il secondo dopoguerra (1945 – 1979, anno della chiusura dell’armeria). La ragione di questo inatteso successo è abbastanza ovvia: in quel periodo, in Italia come in Germania, lo Stato si è rivelato incapace di assicurare la sicurezza dei cittadini e di imporre l’ordine. Di conseguenza, i cittadini onesti si sono procurati un arma per difendersi e le “teste calde” (finanziate dall’una e dall’altra parte) si sono procurate un’arma per offendere. Sono state queste armi, regolarmente acquistate (senza nessuna particolare formalità. La legge del tempo considerava le armi alla stregua di grattugie), a permettere a Mussolini ed alle sue camicie nere di conquistare il potere nel 1924 (la stessa cosa è avvenuta in Germania tra il 1918 e l’ascesa al potere di Hitler nel 1934).

Nel 1925, dopo l’ascesa al potere, Mussolini ha ringraziato gli armaioli italiani per la loro gentile assistenza emanando una serie di leggi, culminata nel Codice Rocco del 1930, in cui “regolava” il commercio delle armi fin quasi ad impedirlo del tutto. La ragione di queste leggi è piuttosto ovvia: Mussolini ha voluto evitare che qualcun altro (i comunisti) usassero la sua stessa tecnica per mettere in discussione il suo potere. Grazie a queste leggi, mio nonno e suo fratello, nel 1930 hanno dovuto emigrare in Belgio per sopravvivere (lavorando per la FN).

Il Codice Rocco è tuttora in vigore, almeno nelle sue linee essenziali. Se non ci credete, leggete le pagine di Wikipedia che ho citato e/o parlatene con un avvocato.

Le modifiche che ha subito il Codice Rocco, in tema di commercio e detenzione delle armi, risalgono soprattutto alla famigerata legge N° 110 del 18 Aprile 1975 e, più recentemente, alla legge 155 del 31 Luglio 2005. Come si può facilmente verificare dall’indice del libro “Il codice delle armi e degli esplosivi. Con l’esposizione enciclopedica della materia e la giurisprudenza” di Edoardo Mori, queste due leggi fondamentali sono state soltanto i due momenti più importanti di una attività legislativa continua, durata 80 anni (1925 – oggi) e caratterizzata da una media di una legge all’anno. Nessun altro tema legislativo ha mai visto una simile proliferazione di leggi nella storia di nessun paese al mondo.

Tutte queste leggi hanno introdotto ulteriori restrizioni rispetto alla normativa precedente.

Se non ci credete, leggetevi questo libro:

Codice Enciclopedia delle armi e degli esplosivi

di Edoardo Mori

Edoardo Mori è un ex-giudice e viene considerato il massimo esperto di questa materia nel nostro paese.

Di conseguenza, parlare di “leggi inadeguate” o “troppo permissive” è semplicemente ridicolo: il nostro paese ha la legislazione più restrittiva al mondo in fatto di armi ed esplosivi. L’unico paese che è riuscito a fare di meglio (o di peggio, secondo i punti di vista) è il Giappone, in cui il commercio delle armi sul mercato civile è vietato tout court.

Se questo sia un fatto positivo, lo potete dedurre osservando chi ha sempre contrastato in maniera decisa il commercio delle armi sul mercato civile: Benito Mussolini e Adolf Hitler (e, meno noti, Francisco Franco, Augusto Pinochet, Pol Pot, etc.).

Riguardo al business da capogiro, lasciatemi dire che circa il 70% del fatturato di ogni armeria che si rispetti viene oggi dai capi di vestiario sportivi (spesso indistinguibili da quelli che potete acquistare in qualunque negozio specializzato in articoli da campeggio e da trekking).

Cow Boys per le strade

Sempre secondo l’articolista:

“Oggi il problema degli arsenali fai-da-te s’è aggravato. Il porto d’armi per difesa personale nel 2007 ha raggiunto quota 34 mila; sono state rilasciate 800 mila licenze di caccia e 178 mila per uso sportivo. È sempre più facile procurarsi armi, anche micidiali.“

Le licenze di porto d’arma a fini di difesa sono sicuramente parecchie di più. Solo in Emilia Romagna, sono circa 30.000 le persone che posseggono questo tipo di licenza. Si tratta, infatti, delle Guardie Giurate che, come noto, svolgono sostanzialmente funzioni di sicurezza per le banche.

Le 34.000 licenze di cui parla Numa devono essere quelle rilasciate a privati cittadini, che non sono Guardie Giurate, per la loro difesa personale. 34.000 licenze su 58.000.000 di abitanti, cioè una ogni circa 1700 persone.

Davvero vi sembrano molte?

Gran parte di queste licenze sono in mano agli orefici ed ai rappresentanti di gioielli che le usano per tenere un arma sotto la giacca quando spostano gioielli da un negozio all’altro.

Quando ero ragazzino, ed avevamo ancora l’armeria, nel 1978, le licenze di caccia erano circa due milioni (2.000.000). Se oggi, a distanza di 30 anni, sono solo 800.000, credo che non sia il caso di lamentarsi.

Le 178.000 licenze di detenzione (non di porto) d’arma a fini sportivi riguardano soprattutto armi calibro 22 LR usate per il tiro a segno. Questo tipo di armi è sicuramente letale (si tratta, ad esempio, dell’arma usata dal “mostro di Firenze” per i suoi omicidi) ma è francamente difficile considerare le armi calibro 22 “pericolose”. Le “carabine libere” e le “pistole libere” usate per il tiro sono a colpo singolo. Le “pistole standard” e le “carabine standard” hanno caricatori da 5 colpi. Non si fa una guerra 5 colpi alla volta.

Oltretutto, si tratta di armi ben poco potenti. Il proiettile di una calibro 22 LR pesa circa 2,6 grammi e viaggia a circa 330 metri al secondo, producendo una energia cinetica di circa 140 Joule. Per confronto, una calibro 9mm Parabellum (9×19 NATO), come quella usata dalla Polizia per i i suoi mitra e le sue pistole, lancia un proiettile da circa 8 grammi a circa 350 metri al secondo, per una energia di circa 500 Joule. Le munizioni dei “fucili d’assalto” usati dall’Esercito sono delle 22 centerfire (5,56×45 NATO) che lanciano un proiettile del peso di 4 grammi a circa 950 metri al secondo, con energie dell’ordine dei 1750 Joule.

Per capirci: il proiettile di una pistola calibro 22 LR difficilmente riesce ad attraversare un pesante cappotto di feltro, come i Loden, ed a mantenere abbastanza velocità da arrivare al cuore di una persona. Una Calibro 9, nelle stesse condizioni, attraversa la persona da parte a parte. Un fucile calibro 5,56×45 NATO, nelle stesse condizioni, attraversa anche l’automobile in cui si trova seduta la vittima, dal muso alla coda (questo è esattamente quello che è successo al povero Nicola Calipari in Iraq…).

Dire che “ è sempre più facile procurarsi armi, anche micidiali” è semplicemente una idiozia.

Internet?!

Massimo Numa raggiunge il suo apice in questa frase:

“Internet è un gigantesco mercato, spesso illegale. Poi ci sono i canali «coperti» dov’è possibile, pagando cifre modeste, acquistare armi d’ogni tipo, con pezzi provenienti dai depositi degli eserciti smobilitati dell’Est. Persino detonatori e timer per ordigni esplosivi.”

Davvero?

Provate di persona! Provate a trovare un sito web (americano, cinese, afgano, quello che vi pare) che vi venda armi per via elettronica e ve le spedisca a casa, in Italia.

Provate! Che vi costa?

Poi provate a trovare uno spedizioniere che si faccia carico del trasporto fino alla vostra porta di casa. Non so: DHL, Bartolini, UPS…

Provate!

Ed infine, provate ad andare a ritirare un’arma acquistata in questo modo in Dogana.

Provate!

E fatemi sapere in quale carcere posso portarvi gli arancini per la Vitamina C.

No, eh?

Allora provate i “canali coperti” che cita Numa. Se siete sprovvisti di nominativi, potete recarvi in Cancelleria, in Tribunale, e chiedere di consultare gli elenchi degli indagati per traffico d’armi (o per mafia).

Provate! Che vi costa?

Poi fatemi sapere come vi hanno trattato quando vi siete presentati sulla porta di questi signori con una mazzetta di banconote da 50 euro chiedendo di acquistare un Kalashnikov.

Già… ma forse non siete del giro “giusto”…

Procurarsi armi per via illegale è difficilissimo ovunque nel mondo e lo è in modo particolare in Italia. Pensate solo che l’esplosivo usato per molti attentati di mafia degli anni ‘70 proveniva dal relitto del Quintino Sella, affondato l’11 Settembre del 1943 a 11 miglia al largo di Venezia. Le armi usate dalla criminalità organizzata, come le famigerate mitragliette CZ61 Scorpion delle Brigate Rosse, sono state tramandate di generazione in generazione proprio perché è difficilissimo procurarsele.

Se bastasse andare in un supermercato in Croazia per comprare un bazooka, questa gente si comporterebbe forse in questo modo?

Ah, a proposito di “cifre modeste”, sappiate che un Kalashnikov costa, sul mercato militare legale (forze armate) circa 70 euro. Sul mercato civile (armi che non sparano a raffica), circa 500 euro e sul mercato “illegale” europeo (quando si trovano) dai 1500 ai 5000 euro (almeno così risulta da varie indagini).

E noi che ci lamentiamo dei bagarrini!

Lo sport del tiro alla suocera

Ed infine:

“Infine c’è la questione, non risolta, dei permessi sportivi. Troppi e incontrollabili, secondo polizia e carabinieri. «E’ un’emergenza grave, sempre più inquietante – spiega il portavoce nazionale del Sap, Massimo Montebove – ci vuole una stretta, rapida, da parte del governo per limitare il possesso di armi per uso sportivo e anche per la caccia.”

Parlare di “questione non risolta” è una vera idiozia. Come ho già spiegato nessun altro tema legislativo ha ricevuto più attenzione di quello delle armi da parte del legislatore italiano. Le leggi italiane sono già da 70 anni le più restrittive del mondo e l’azione di contrasto della polizia è una delle più efficaci del pianeta. I permessi sportivi, in particolare, sono tra i più attentamente sorvegliati.

Provate di persona a chiedere un nulla osta per l’acquisto di un’arma calibro 22 da tiro a segno e provate ad andare a sparare in un poligono che non sia quello più vicino a casa vostra. Quando avete finito le cartucce, provate a comprarne 201 (il perché del 201, invece di 199, lo capirete al momento dell’acquisto). Poi, provate a comprare una carabina calibro 7,62×51 NATO da usarsi come “carabina ex-ordinanza” per gare di tiro. Infine, visto il costo delle cartucce (tra 1 e 2 euro al colpo, se siete fortunati), provate a comprare i materiali e l’attrezzatura per la ricarica.

Scoprirete un mondo di cui non sospettavate l’esistenza. Un mondo fatto di moduli da compilare, controlli assurdi da superare, limiti incomprensibili ed altre piacevolezze di questo genere.

“Spesso le questure sono costrette, dalla legge, a concedere i permessi a persone note per utilizzarle in tutt’altro modo. Ci vogliono più controlli nei poligoni, per verificare chi veramente spara per sport. Se il signor X non s’è mai presentato, questo dovrebbe far scattare una verifica e, nei casi più significativi, la sospensione immediata.”

Le persone che si presentano una sola volta l’anno in poligono, giusto per tenere in vita il porto d’armi, sono solitamente le Guardie Giurate. Di solito non provano nessun interesse per il loro ferro del mestiere e cercano di spendere il meno possibile per le cartucce. Tutto qui.

La legge prevede esplicitamente che non si possa fornire nessun tipo di autorizzazione (detenzione o porto d’armi) ad un pregiudicato per crimini contro la persona (rapina, aggressione, omicidio, etc.). Chi sostiene il contrario dovrebbe ripassarsi il codice (e/o farsi vedere da un medico, possibilmente bravo).

“Molti delitti vengono consumati proprio con armi regolari, tanto è facile procurarsele e detenerle. Hanno firmato stragi familiari e delitti passionali. Noi siamo convinti che in Italia debbano circolare sempre meno pistole o fucili. E’ lo Stato – sottolinea Montebove – che deve avere il compito di tutelare la sicurezza. La filosofia americana dell’autodifesa personale non è compatibile con la nostra cultura. E anche in America sta fallendo».”

Su una cosa siamo tutti d’accordo: più armi ci sono in giro, più è probabile che qualcuno ne faccia un uso sbagliato, soprattutto in un momento d’ira.

Tuttavia, ci sono molte situazioni in cui un’arma è una notevole fonte di sicurezza personale. Molte delle ragazze che vengono uccise ogni anno dal loro ex-partner vengono uccise anche perché non sono in grado di difendersi. In alcuni casi, basterebbe un colpo di calibro 22 (quasi certamente non letale) per porre fine alla minaccia. Il Porto d’Armi esiste proprio per questo. Non solo è tollerato. Viene apertamente ed esplicitamente riconosciuto il diritto di una persona minacciata sia a portare sulla persona un’arma pronta al fuoco (come faceva negli anni ‘70 Indro Montanelli) che ad a usarla per difendersi.

Davvero sarebbe una cosa intelligente togliere ai più deboli questa ultima barriera difensiva e lasciare che il più forte (o colui che ha le “amicizie giuste” tra i trafficanti di armi) possa agire indisturbato?

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

www.alessandrobottoni.it

PS: Molti studi statistici dimostrano che non esiste correlazione tra la criminalità e la disponibilità di armi sul mercato legale. I criminali non comprano armi nei negozi, nemmeno quando è la via più semplice per procurarsele.

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