Nella nostra specie, il sesso svolge almeno tre diverse funzioni: serve a “produrre” nuovi individui, viene utilizzato come strumento di comunicazione affettivo ed emozionale all’interno della coppia (ed all’esterno di essa…) ed è uno strumento… ludico. Più esattamente, l’Uomo, come qualunque altra specie animale, viene spinto ed orientato nella ricerca delle cose “utili” dal piacere. Il piacere, infatti, è proprio la “carota” che la Natura utilizza per guidare il comportamento degli individui nel difficile gioco della sopravvivenza (la paura è il corrispondente “bastone”). La ricerca del piacere è quindi l’attività fondamentale di qualunque specie animale. Ovviamente, il sesso è una di quelle attività “utili” che viene marcata come “desiderabile” dal piacere. Anzi: è l’attività utile e desiderabile per eccellenza. l’Uomo (e la Donna) passano quindi gran parte del loro tempo alla ricerca di sesso e nel farlo mettono a frutto tutte le abituali caratteristiche di creatività, aggressività, competitività e curiosità tipiche della nostra specie. Per questo motivo, il mondo della riproduzione umana è uno spettacolare caleidoscopio di comportamenti che vanno dal romantico, al bizzarro, al decisamente patologico.

Questa complessa situazione è solitamente ben chiara agli adulti (anche se non a tutti…) ma è assolutamente sconosciuta ed incomprensibile per i bambini. Nessuno di noi si vuole trovare nella situazione di dover spiegare ai propri figli di nove anni cosa intendeva fare il Signor A alla Signora B con l’attrezzo C, per cui una certa attività di censura è inevitabile.

Questo è particolarmente vero per quanto riguarda il World Wide Web. Come è noto, basta cercare “sex” con Google per trovarsi nell’imbarazzo della scelta. Sono letteralmente milioni i siti pornografici che forniscono “assaggi” più o meno espliciti dei loro contenuti. Questi “campioni” sono accessibili a chiunque e rappresentano un serio problema per chi ha dei figli piccoli e li vuole abituare all’uso della Rete.

Ovviamente, esistono e vengono largamente utilizzati degli appositi strumenti di censura “client-side”, come i firewall ed i proxy anti-porno. Resta però difficile lasciare un minore davanti al PC senza la sorveglianza di un adulto perché basta un errore nella configurazione del proxy, l’omissione di una URL nel suo database od un ragazzino troppo sveglio per trovarsi a dover dare le spiegazioni di cui abbiamo già detto.

Quello che manca, è un efficace controllo “server-side”, messo in atto (magari per legge) dai titolari dei siti e dei servizi destinati agli adulti. Un controllo di questo tipo, tuttavia, richiede strumenti adatti che, al momento non sembrano essere disponibili. In buona sostanza, manca un sistema che permetta di rispondere alla domanda “quanti anni ha l’utente di questa pagina?”

Qui di seguito, esamino la situazione esistente ed alcune possibili soluzioni.

Strumenti di identificazione

Per quanto possa sembrare folle, il primo strumento usato per determinare l’età dell’utente, e finora anche l’unico, è stata la… certa di credito. Dato che bisogna essere maggiorenni per poter ottenere una carta di credito, se l’utente è in grado di fornire un numero di carta di credito valido, si può dedurre che sia maggiorenne. Od almeno così potrebbe sembrare.

In realtà, in USA ed in altri paesi, è abbastanza diffusa la pessima abitudine di fornire ai figli una carta di credito per le spese correnti (spesso associata ad un conto corrente di limitate dimensioni). La carta è intestata ai genitori e risulta quindi appartenere ad un maggiorenne. In altri casi, la carta è accessibile ai minori semplicemente perché non viene adeguatamente custodita dal titolare. Di conseguenza, il fatto che l’utente sia in grado di fornire un numero di carta di credito non significa affatto che egli sia maggiorenne.

Inoltre, una volta che il fornitore di servizi sia entrato in possesso del numero della carta di credito lo può utilizzare per effettuare un addebito. In altri termini, l’utente non può essere sicuro che i dati che è costretto a fornire per dimostrare la sua maggiore età non vengano usati per derubarlo.

Questa tecnica è stata usata dai siti a forte contenuto pornografico agli esordi del WWW ma è ormai caduta in disuso a causa delle ovvie implicazioni di sicurezza. Molti di questi siti, infatti, si limitavano ad usare questa tecnica per invogliare i minori a fornire loro i dati della carta di credito dei loro genitori (o di quella di uno stepfather particolarmente sgradito). Una volta ottenuti i dati necessari, si limitavano a svuotare i conti correnti ed a sparire nel nulla.

In linea di principio, sarebbe possibile utilizzare a questo scopo strumenti meno sensibili a problemi di sicurezza, come il Social Security Number americano o il Codice Fiscale italiano. Purtroppo, però, nemmeno in questo caso si può avere una ragionevole certezza che i dati forniti non appartengano ad un adulto inconsapevole. Di fatto, in questo momento non esiste nessuno strumento di larga diffusione che possa essere usato a questo scopo.

La situazione potrebbe cambiare nel prossimo futuro, con l’introduzione di carte d’identità digitali utilizzabili anche online, come la famosa/famigerata “Carta Nazionale dei Servizi” italiana. Finora, però, gli strumenti “statali” di questo tipo, com’è appunto la CNS, sono stati pensati per funzionare solo con Windows. Sia gli utenti Apple che gli utenti Unix (insieme circa l’8% del mercato) sono esclusi dall’uso di questi strumenti.

Al momento, questa follia può essere superata solo usando strumenti “privati” come gli ID Token di Aladdin, che vantano un ottimo supporto multipiattaforma, od altri tipi di Smart Card.

Tecniche biometriche

Una possibile risposta a questo problema potrebbe venire dalla biometria. Il corpo di un bambino è decisamente diverso da quello di un adulto e queste differenze possono essere usate per effettuare un primo screening, anche usando soltanto le periferiche disponibili su un normale PC.

Ad esempio, la tastiera può essere usata per misurare (a grandi linee) le dimensioni della mano dell’utente. Se provate a premere nello stesso momento i tasti ESC, CTRL e F8, vedrete che è necessaria la mano di un adulto per riuscirci. Lo stesso avviene per le combinazioni ALT + ESC + F9, ALT + CANC + F7 e ALT + END + F8. Ovviamente, perché questa tecnica di misurazione possa funzionare è necessario scegliere combinazioni di tasti adeguate (almeno uno dei tasti deve essere un tasto unico, come ESC, END o CANC) e si deve impegnare l’altra mano chiedendo all’utente di compiere qualche operazione con il mouse. All’interno di una pagina web è abbastanza semplice effettuare queste operazioni usando gli eventi onmousedown e onkeydown di JavaScript.

Tuttavia, è abbastanza facile superare questa verifica se si è in due davanti alla tastiera. I ragazzini hanno spesso l’abitudine di giocare a coppie, od a piccoli gruppi, per cui questa tecnica è, di fatto, inutilizzabile.

In linea di principio, si potrebbe anche usare la webcam integrata in molti PC per effettuare una valutazione biometrica del volto dell’utente. Usando qualche banale accorgimento software (leggere anche il movimento dei tratti del viso e/o chiedere all’utente di pronunciare una determinata frase e misurare il movimento delle labbra) sarebbe possibile evitare di farsi ingannare da una foto o da un filmato presentato su un display LCD. Tuttavia, strumenti di questo tipo, inevitabilmente, non si limitano a misurare la probabile età dell’utente ma ne stabiliscono anche l’identità. Questo porta ad una inutile e pericolosa violazione della privacy.

In realtà, tutte le tecniche biometriche che permettono di determinare l’età sulla base dello sviluppo di una parte del corpo possono essere facilmente usate anche per stabilire l’identità dell’individuo. Di conseguenza, sono tutte ugualmente criticabili. Questo vale anche per tecniche biometriche di tipo “comportamentale” come il modo di scrivere alla tastiera. Con lo sviluppo e l’esperienza, l’uso della tastiera si fa più fluido. Grazie a questo si può stabilire, a grandi linee, quale sia l’età dell’utente ma, per nostra sfortuna, si può anche stabilire la sua identità.

Misurare il vuoto, anziché il pieno

Da molti punti di vista, è più facile riconoscere un adulto da un bambino che fare il contrario. Il normale processo di invecchiamento ci priva inesorabilmente di alcune capacità e lo fa in un modo estremamente caratteristico. Ad esempio, con l’invecchiamento si perde la capacità percepire i suoni a frequenza più elevata (intorno ai 20Khz), i riflessi rallentano e la vista peggiora. Queste caratteristiche possono essere misurate usando le normali periferiche del PC (tastiera, mouse, microfono, casse audio, display, etc.) per cui è teoricamente possibile usare delle tecniche biometriche per riconoscere un adulto da un bambino.

Purtroppo, però, è anche abbastanza facile per un bambino (“sveglio” e determinato) imitare le deficienze caratteristiche dovute all’età.

Questa tecnica, quindi, sarebbe forse più utile per impedire l’accesso agli adulti ai quei contesti riservati ai bambini (insomma, una prima linea di difesa anti-pedofili). In queste situazioni, infatti, sarebbe l’adulto a dover imitare il comportamento più performante del bambino e questo sarebbe molto più difficile. Un bambino può far finta di non sentire un suono a 20Khz, imitando una carenza specifica dell’età adulta, ma un adulto non può “far finta” di sentire lo stesso suono a 20Khz, imitando una capacità specifica del bambino (se non usando una apposita strumentazione tecnica).

Tecniche psicometriche

in realtà, il tipo di controllo che risulta più difficile ingannare è quello di tipo psicometrico. Nel corso degli anni, gli psicologi hanno sviluppato vari tipi di test per verificare l’età (mentale) degli individui, come i test Stanford-Binnet. Questi test sono in grado di determinare l’età dell’utente con notevole precisione e resistono molto bene ai tentativi di inganno. Purtroppo però questi test sono anche molto lunghi ed impegnativi (centinaia di domande a risposta multipla e almeno un’ora di tempo), per cui non sono utilizzabili sul web.

Probabilmente, il massimo che si può fare sul web è un semplice “quiz” di meno di dodici domande a carattere strettamente “storico-culturale” (chi era il presentatore del “Musichiere”, etc.). Con un test di questo tipo è ancora possibile determinare in modo molto approssimativo l’età dell’utente. Tuttavia, si deve mettere nel conto la possibilità che i minori si organizzino e comincino a raccogliere in una tabella tutte le domande che il sistema potrebbe fare e le relative risposte (prese da Wikipedia). In un mondo in cui l’informazione è così facile da reperire, non è il caso di usare informazioni che dovrebbero, in teoria, essere note solo agli adulti come strumenti di verifica.

Se non si può fare affidamento su informazioni note solo agli adulti, si deve fare affidamento su test strettamente psicologici e questo è decisamente fuori della portata di un quiz di dodici domande.

Conclusioni

Al momento, l’unico vero modo di verificare l’età dell’utente seduto davanti al PC sarebbe una Smart Card rilasciata da un ente privato (ID Token di Aladin caricata con dei certificati digitali Thawte e cose simili). Questo è anche l’unico vero modo di verificarne l’identità. Tutte le altre tecniche sono discutibili, per vari motivi, o facilissime da ingannare.

Tuttavia, questo non ci esime dall’utilizzare le soluzioni parzialmente funzionanti, come la misurazione biometrica delle dimensioni della mano usando una combinazione di tasti sulla tastiera o come i quiz di carattere storico-culturale. Soprattutto, questa situazione non ci esime dallo studiare il problema e dal cercare di risolverlo.

Personalmente, sarei felice di vedere qualche lavoro di ricerca di tipo biometrico o psicometrico su questo tema.

Alessandro Bottoni

La prima volta che ho installato Linux mi sono detto che ci sarebbero voluti vent’anni prima che Linux potesse diventare un prodotto di massa. Era il 1994 o 1995 e la “distro” in questione era una Softflanding Linux od una Slackware (ora non ricordo) su 80386 con OpenLook (OpenWindows), NCSA HTTPD e NCSA Mosaic usati soprattutto “provare” Internet sul lato server e per far girare Satan di Farmer e Venema. A quel tempo Linux mostrava tutte le potenzialità di un “vero” Unix ma mostrava anche tutti i limiti di un progetto artigianale, a partire dall’assenza di un meccanismo per caricare moduli software (soprattutto i driver di dispositivo) a run time. Questo obbligava a ricompilare il kernel per caricare qualunque nuovo driver e, in pratica, faceva in modo che Linux fosse utilizzabile solo da un ristrettissima cerchia di specialisti provenienti dal mondo Unix. Non che gli altri Unix (e gli altri sistemi operativi) fossero messi meglio, peraltro. La concorrenza era rappresentata da Windows 3.11 (16 bit…), Coherent Unix di Mark Williams (bello ma… non ci girava sopra quasi niente…), MacOS (niente preemptive multitasking e costi tripli rispetti a Windows/Intel….) e le cosidette Workstation (IBM RISC/6000 con AIX, Sun con SunOS, SGI con IRIX e via dicendo. Funzionalità: come una attuale console Nintendo. Costo medio: come una automobile).

Per molti anni ho pensato che il punto di svolta si sarebbe avuto quando Linux fosse arrivato, preinstallato sull’hardware, sugli scaffali dell’Ipercoop, al pari di un normale PC Windows o di un MacIntosh. A quel punto Linux avrebbe potuto essere considerato un prodotto “maturo”, adatto al mercato di massa, ed il lavoro dei molti “supporter” come me avrebbe potuto considerarsi concluso.

Ieri, con qualche anno di anticipo sul previsto, ho avuto modo di vedere un ASUS EEE PC con Linux sugli scaffali dell’Ipercoop di Ferrara. Per 299 euro (che sono il 50% in più di quanto costa lo stesso oggetto in USA) chiunque può portarsi a casa, installato e funzionante, un Linux del tutto equivalente a qualunque Windows ed a MacOS X. Potete leggere un articolo della Coop su Linux qui: “L’etica dei computer”.

Per quelli come me, è ormai tempo di cambiar mestiere (anche se, ovviamente, supportare Linux NON è il nostro mestiere ma solo una attività “politica”).

Dell, Acer, Asus, Lenovo, etc.

In realtà, questa novità era già stata annunciata da tempo. Da circa un anno a questa parte si susseguono gli annunci delle principali case produttrici di hardware. Ha iniziato Dell, circa un anno fa, dopo aver subito una serie di pressioni molto forti da parte degli utenti sul proprio sito IdeaStorm. Dell ci ha messo un bel po’ prima di arrivare veramente a distribuire macchine desktop basate su Linux ed alla fine si è decisa a farlo solo sul mercato USA, grazie ad un accordo con Canonical (Ubuntu). Potete vedere i modelli offerti sul sito di Dell USA. Nonostante questo, Dell è stata la prima grande azienda a iniziare la distribuzione di macchine con Linux preinstallato. Sono seguite a ruota Acer (potete vedere un suo modello con Linux in vendita in Italia grazie a ComputerWorld), ASUS (con il famosissimo EEE PC che potete vedere sugli scaffali dell’Ipercoop) e Lenovo (ex-IBM). Purtroppo, anche Lenovo ha il pessimo vizio di distribuire i suoi modelli con Linux solo sul mercato USA.

In realtà, in Italia c’è un italianissimo produttore che offre PC con Linux preinstallato seguendo la vera logica del mondo OpenSource: MambaSoft (che monta la italianissima ed ottima distro OpenMamba).

Come che sia, al momento è effettivamente possibile comprare dei PC con Linux preinstallato prelevandoli dallo scaffale di un ipermercato od ordinandoli online. L’importanza di questa svolta non può sfuggire nemmeno agli osservatori più distratti.

A denti stretti

Come potete vedere, tutte le grandi case costruttrici di hardware vendono Linux molto, ma proprio molto malvolentieri. Non solo lo vendono quasi sempre solo sul mercato USA ma addirittura, anche quando lo rendono disponibile sul mercato europeo, pretendono di farlo allo stesso prezzo di una macchina Windows (come se Linux avesse un costo di licenza) e di applicare un assurdo cambio paritetico tra dollari USA e Euro. Non ancora contenti di questa assurda guerra intestina ad un loro prodotto, presente sul loro catalogo, accompagnano questa loro offerta commerciale con frasi come:

“ACER consiglia Windows per le attività quotidiane con il computer”

Ce ne sarebbe abbastanza per affossare qualunque prodotto. La ragione di questa apparente antipatia per Linux è ovvia: Microsoft fa sentire il suo enorme potere contrattuale dietro le quinte.

Nonostante questo, la strada ormai è segnata. Se uno dei grandi produttori immette sul mercato una macchina con Linux preinstallato, gli altri devono fare altrettanto per non perdere quote di mercato. Dato che ormai i grandi produttori che si sono imbarcati in questa avventura sono almeno tre o quattro, il meccanismo è chiaramente arrivato oltre la soglia di non ritorno.

Microsoft stessa riconosce che il tempo dei Sistemi Operativi commerciali sta per finire. Lo fa quando dice, per bocca di Steve Ballmer, che il futuro di M$ sta nella pubblicità (e quindi non più nel software).

Se si è arrivati a questo punto, nonostante la strenua autodifesa di M$, vuol dire che la richiesta di un sistema operativo libero non può più essere ignorata. Il mercato (o il “popolo”) lo vuole e le aziende produttrici sono costrette a concederlo. Questo la dice lunga anche su quanto sia realmente amato Windows dal mercato (specialmente dopo l’avvento di Windows Vista).

Android, LiMo, OpenMoko

Il brillante futuro di Linux però non è ancora iniziato. Lo vedrete con i vostri occhi nel 2009 e 2010, quando arriveranno sul mercato i primi smart phone ed i primi PDA basati su OpenMoko, LiMo e Android. Queste piattaforme software per telefoni cellulari di tipo “open” hanno già raccolto il consenso ed il supporto di gran parte delle case produttrici, a partire da Motorola per finire a Samsung ed a Nokia. Questo vuol dire che nei prossimi anni certi chiusissimi gioielli, come l’Apple iPhone e gli HTC, dovranno fare i conti con prodotti molto appetitosi ed aperti.

Come avrete notato, gli smart phone ed i PDA stanno affiancando da tempo i laptop e rischiano di sostituirli in molto compiti. Il vero futuro dell’informatica sta nei gingilli come iPhone, non nelle macchine da tavolo. E Linux è già lì, pronto a combattere con Windows e Symbian ad armi (almeno) pari.

Automotive Linux

Come se non bastasse, esistono dei progetti anche per sostituire alcune piattaforme proprietarie (come QNX) con Linux nel mercato automotive ed aerospace. Potete vedere qualche recensione qui:

Driving Mr Tux

Intel vuole Linux sulle automobili

Automotive Telematics

Linux in aerospace and defense

Linux in automotive

Linux va nello spazio

Linuxworks

In buona sostanza, nei prossimi anni troveremo Linux dovunque, anche sotto il cofano dell’auto.

L’annosa questione dei driver

Anche l’annosa questione dei driver è in via di risoluzione. ATI ed Nvidia sembrano già essersi rassegnate a rilasciare le informazioni necessarie allo sviluppo di driver open source e/o a fornire driver proprietari di buon livello per Linux. A questa (lungamente attesa) disponibilità, si aggiunge un progetto comunitario per lo sviluppo di driver come il Linux Driver Project. Con grandi nomi come Dell, Acer, Lenovo e ASUS nella lista delle aziende da supportare è solo questione di tempo per avere i driver Linux anche per l’hardware che finora aveva resistito ad ogni tentativo di integrazione.

L’annosa questione degli utenti

Resta invece irrisolto l’annoso problema degli utenti. Questo però è un problema che condividiamo con Windows e con MacOS X. Gli utenti che si trovano in difficoltà con Linux, in realtà si trovano spesso in difficoltà con i computer in senso lato, non importa quale sia il sistema operativo.

Qualunque distribuzione decente dal punto di vista della usability (e quindi NON Ubuntu con Gnome) è ormai quasi indistinguibile da Windows, esattamente come lo sono i suoi principali programmi, come OpenOffice (“clone” di MS Office), Thunderbird (“clone” di MS Outlook) o Firefox (“clone” di Internet Exploder).

Quando tengo dei corsi su Linux, a volte mi diverto ad iniziare con una prima lezione di circa 20 minuti in cui elogio Windows e MS Office. Alla fine della presentazione faccio notare ai presenti che il software che ho mostrato loro fino a quel momento era in realtà una versione adeguatamente”carrozzata” di Linux (Linux Vixta o simili). Ovviamente, non sempre e non tutti ci cascano ma è sorprendente quanta gente che pensava di conoscere bene Windows cada in questo semplice inganno. Cose simili le fanno anche alcuni miei amici con certe versioni di Linux “camuffate” da MacOS X, come DreamLinux, Linux Tiger o come quella che si può ottenere in questo modo: Taimila.

La realtà è che quasi sempre chi dichiara di ritenere “troppo difficile” o “non abbastanza potente” Linux, solitamente non lo ha mai usato in vita propria. Spesso, queste persone non sono in grado di reinstallare da soli il loro amatissimo Windows. Le loro rimostranze riguardo alla difficoltà di installare Linux sono quindi prive di fondamento. Il loro problema è l’installazione (di qualunque sistema operativo), non Linux. Nello stesso modo, spesso queste persone sono in grado di usare il PC per scaricare musica, per fare CD o per scambiare posta elettronica ma devono ricorrere all’amico per qualunque compito di amministrazione, anche semplicissimo come la configurazione del client di posta. Il loro problema non è quindi la presunta complessità di Linux ma la loro limitatissima conoscenza dell’informatica in generale.

Non ha quindi nessun senso tentare di convincere questi utenti a passare a Linux. Questi utenti passeranno a Linux quando qualcuno dirà loro di farlo dall’alto. Lo faranno senza capire e senza discutere, come hanno fatto nel momento in cui sono “passati” a Windows da MS/DOS o da carta e penna. Non sono questi gli utenti di cui preoccuparsi, ormai.

Firefox3, KDE4 ed altre bucce di banana

Piuttosto, sarebbero da evitare certe bucce di banana come il rilascio frettoloso di KDE4 (decisamente orrendo) e di Firefox 3 (che sembra contenere ancora dei bug piuttosto pericolosi). Linux deve gran parte della sua fama alla sua sicurezza ed alla sua stabilità. Vedere il browser che si pianta, vedere il desktop finito a metà o venire a conoscenza di bachi pericolosi in programmi di larga diffusione rischia di mettere Linux ed il suo software (Firefox, OpenOffice, Thunderbird, etc.) sullo stesso piano di Windows. Questo diventa un pericolo piuttosto serio nel momento in cui si cominciano a mettere vari interpreti di linguaggio dentro ai programmi, ripetendo la manovra azzardata di M$ con VBA dentro Office.

Al momento, Linux è ancora un enorme passo avanti rispetto a Windows sul piano della sicurezza. E tale deve restare.

Oltre Linux

Come che vada, Linux è ormai qui per restare. La stragrande maggioranza delle persone non lo adotterà finché non ci sarà costretta (esattamente come non ha adottato Windows finché non c’è stata costretta) ma Linux è ormai una solida realtà di mercato. Le grandi aziende lo sanno e questo è quello che conta.

Per quanto riguarda i linuxari come me, è tempo di godersi una vacanza. Non c’è più nessuno (di “convincibile” o di “importante”) da convincere. I decision maker e gli opnion leader sono già ampiamente convinti della necessità di dare largo spazio al pinguino. Gli altri seguiranno.

Alessandro Bottoni

Stamattina, alcuni siti web hanno riportato la notizia della condanna di uno storico italiano, Carlo Ruta, per il reato di “stampa clandestina” a causa di uno dei suoi siti web (www.leinchieste.com). Potete leggere gli articoli originali a questi indirizzi:

Punto Informatico: “Blogger condannato per stampa clandestina”.

ZeusNews: “Il magistrato criticato condanna il blogger”.

Articolo 21: “Curatore di blog condannato per stampa clandestina”.

Francamente, leggendo gli articoli in questione, sono rimasto piuttosto perplesso sia causa di alcune critiche che vengono mosse al magistrato autore della condanna (Agostino Fera), sia a causa del tipo di reato contestato al blogger (Carlo Ruta).

Magistrato impazzito?

Secondo Punto Informatico:

“Roma - Un blogger italiano è il primo ad essere condannato perché considerato alla stregua di stampa clandestina, perché pubblicato in barba alle normative sull’informazione, sanzionato in particolare perché la sua periodicità non è regolare.

Un fatto inedito. Per la prima volta un blog subisce una sentenza di questo genere perché la sua pubblicazione, il blog appunto, non segue i canoni e i ritmi della stampa tradizionale. Una sentenza che fa discutere perché con un colpo solo associa legge sulla stampa e blog. La decisione dei magistrati, che non sembra proprio avere precedenti neppure in Europa, allarma gli osservatori.”

Francamente, mi sembra molto improbabile che un Magistrato della repubblica possa incorrere in un errore (od in un sopruso) tanto marchiano. La Legge italiana è alquanto fumosa sul tema della libertà di espressione ma non arriva comunque a permettere questo genere di interpretazione.

Secondo ZeusNews:

“Per la prima volta un blogger è stato condannato per non aver registrato il proprio sito in Tribunale. A condannarlo è un magistrato che il blogger aveva precedentemente criticato.”

Questo invece è palesemente falso. Lo riconosce implicitamente lo stesso Pier Luigi Tolardo (autore dell’articolo di ZeusNews) poco più avanti nel testo:

“Il pm che ha chiesto la condanna di Ruta è lo stesso Agostino Fera che aveva fatto chiudere il sito nel 2004, ritenendo diffamatorie nei suoi confronti le tesi sostenute da Ruta a proposito dell’omicidio di Giovanni Spampinato, giornalista dell’Unità.”

Questo fatto viene spiegato meglio da “Libertà di Stampa e Diritto all’Informazione (http://www.lsdi.it/):

“La sentenza è stata emessa da Patricia Di Marco, giudice presso il tribunale di Modica, dietro denuncia presentata dal magistrato Agostino Fera, noto alle cronache per le censure di cui è stato fatto oggetto da diversi parlamentari della Repubblica, da Giuseppe Di Lello al presidente dell’Antimafia Francesco Forgione, in relazione alla gestione dell’inchiesta giudiziaria sul caso del giornalista Spampinato.”

Non è quindi lo stesso magistrato ad aver inoltrato la denuncia, ad aver giudicato il proprio caso e ad aver emesso la relativa sentenza. D’accordo che al momento in Italia c’è un governo di destra ma non siamo ancora messi male come il Cile ai tempi di Pinochet.

Come minimo, quindi, quanto è stato riportato oggi dalle principali testate italiane va adeguatamente ridimensionato: un Magistrato (Agostino Fera) ha denunciato un Blogger (Carlo Ruta) ed un altro Magistrato ha emesso una sentenza di condanna, di cui ancora non si conoscono le motivazioni.

Giornalisti e Blogger

Resta comunque il fatto che gli episodi di condanna a carico dei blogger si fanno sempre più frequenti, vuoi per colpa dei blogger (non sempre consapevoli dei loro reali diritti e dei loro reali doveri), vuoi per colpa di una legislazione semplicemente allucinante.

In qualunque altro paese civile, viene attuata una distinzione semplicissima tra “giornalista” e “blogger” (Cioè “privato cittadino”): un giornalista è una persona che scrive per mestiere ed è pagato per farlo. Come tale, ha alcuni privilegi ed alcuni obblighi. Tra i privilegi, si conta abitualmente quello di poter mantenere riservate le fonti (un diritto che è riconosciuto ai giornalisti in tutto il mondo tranne che in Cina ed in Italia). Tra i doveri, ci sono quelli di non mentire (reato di calunnia) e di non offendere (ingiuria e/o diffamazione). Ovviamente, questi diritti e questi doveri riguardano solo l’attività di giornalista: sul proprio blog personale, anche i giornalisti risultano “privati cittadini”.

I blogger, in quanto “privati cittadini”, hanno qualche diritto e qualche dovere in meno dei giornalisti. Tanto per cominciare, di solito non viene riconosciuto loro il diritto di mantenere riservate le fonti. In compenso, viene riconosciuto al privato cittadino il diritto di esprimere opinioni al di fuori di qualunque regolamentazione e senza censure.

In Italia non funziona così. La confusione tra giornalisti e cittadini, e tra diritti e doveri dell’uno e dell’altro, è totale. Nessuno è in grado di dirvi con certezza cosa può e cosa deve fare un giornalista e cosa può e cosa deve fare un blogger. Questa è una delle ragioni per cui i nostri giornalisti sono così inclini a perdonare ai potenti ogni sorta di malefatte. Il rischio di denuncia per diffamazione (con conseguente rovina familiare dovuta alle spese legali) è altissimo ed i rischi per chi denuncia senza fondato motivo sono nulli. Lo spiega molto bene Massimo Mantellini su Punto Informatico di oggi, in un articolo intitolato”Le querele online (non) si sprecano”:

“Quanto al meccanismo ricattatorio, che è una delle leve usuali che spinge i cittadini a querelare o denunciare i propri simili, va detto che questo è spesso presente e di assai difficile controllo. In Italia è purtroppo sufficiente avere un amico avvocato ed una fotocopiatrice per poter inoltrare querele a decine con la quasi certezza che, nella peggiore delle ipotesi, una rapida archiviazione chiuderà il cerchio della pratica senza che al denunciante venga contestato alcunché (e nel caso delle denunce penali senza grossi esborsi finanziari). Nel frattempo il nostro ipotetico denunciato avrà dovuto scegliersi e pagare un legale, rispondere a convocazioni negli uffici della Questura e subire l’inevitabile incertezza emotiva di un procedimento penale a suo carico. Anche nel caso in cui - e accade di continuo - le accuse nei suoi confronti siano manifestamente infondate.”

Potete farvi una cultura su questo tema a questi indirizzi:

http://www.articolo21.info/

http://www.lsdi.it/

L’Articolo 21 della Costituzione

L’articolo 21 della Costituzione Italiana, che garantisce il diritto di libera espressione a tutti i cittadini, resta quindi inapplicato almeno quanto gli articoli che riguardano il diritto al lavoro.

Non c’è nemmeno da sperare che la situazione cambi. Le leggi che riguardano la libertà di stampa risalgono (quando va bene) al 1949 e nessun governo, né di destra né di sinistra, è mai riuscito a migliorarle. In compenso, molti governi, sia di destra che di sinistra, sono riusciti a peggiorare la situazione, anche in modo sensibile. L’aria che tira al momento è decisamente “censoria”. Basti pensare alla proposta dell’Onorevole Butti sulla pornografia in rete (vedi Punto Informatico: “Vogliono vietare la pornografia in rete”).

Che fare?

Tanto per cominciare, sappiate che non basta usare un server situato all’estero o pubblicare i vostri articoli in cinese. Una volta che il sito è visibile dai PC italiani, si può commettere un reato sul territorio italiano, soggetto alla legislazione italiana, qualunque sia la locazione fisica del server, qualunque sia la locazione fisica dei redattori/autori e qualunque sia la lingua del sito. Per sottrarsi alla legislazione italiana, è necessario rendere invisibile il sito dall’Italia (usando il tag HTTP_ACCEPT_LANGUAGE inviato dal browser od un sistema di geolocalizzazione).

Non serve nemmeno scrivere per una associazione o per una rivista registrata presso un tribunale. La legislazione italiana, nostalgica degli splendori del ventennio, prevede dei reati in più per chi pubblica le proprie opinioni in modo non irreggimentato ma dispone anche dei normali strumenti previsti dalle legislazioni degli altri paesi. In particolare, i reati di calunnia e diffamazione sono indipendenti dalla natura della testata.

Conclusioni

In buona sostanza, se si vuole dire pubblicamente ciò che si pensa, spesso (ma non sempre) non è possibile farlo in modo legale nel nostro paese. Si può solo scegliere se farlo in modo (semi)illegale usando un sistema di blogging anonimo come http://noblog.org/ o se rivolgersi solamente al pubblico internazionale (bloccando gli accessi al sito provenienti da PC italiani).

Nel caso dei blog anonimi è necessaria una certa competenza tecnica per non rendere “non anonimo” un sistema che, di suo, sarebbe “anonimo”. Basta un errore tecnico, una distrazione od una leggerezza per mandare a carte e quarantotto tutte le precauzioni che sono state prese dal gestore del sistema. A quel punto una bella denuncia per stampa clandestina (più tutto il resto) diventa inevitabile.

Personalmente, credo che bloccare l’accesso ai blog italiani e pubblicare le proprie opinioni solo per il pubblico internazionale (in inglese, se possibile), sarebbe un bel modo per mettere sotto pressione il governo italiano. Cosa succederebbe se sui nostri blog si cominciasse a leggere il seguente disclaimer?

Questo sito non può essere reso visibile al pubblico che proviene dal territorio italiano a causa della legislazione italiana che espone il suo autore al rischio della rovina economica e del carcere per reati previsti solo dalla legislazione italiana, come la “stampa clandestina”.

Cosa succederebbe se cominciassero a piovere sul nostro governo delle richieste di spiegazione da parte dell’Unione Europea? Che cosa succederebbe la prossima volta che i nostri politici tentano di tirare le orecchie ai cinesi sul tema dei diritti umani? Qualcuno comincerebbe forse a far notare loro che il pulpito da cui pretendono di parlare non è proprio quello più adatto alla situazione? Forse che la CNN (e quindi tutte le televisioni mondiali) darebbero risalto a questo curioso “caso”?

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