Alessandro Bottoni

Novembre 16, 2009

I web framework server-side sono morti?

Archiviato in: Internet, Tecnologia, programmazione — alessandrobottoni @ 10:06 am
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Per ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare in questa sede, stiamo abbandonando (almeno temporaneamente) il nostro abituale ambiente di lavoro basato su Python (Django, Pylons, etc.) per adottare Java (Eclipse e Netbeans, Tapestry, Spring, Hibernate, etc.). In questa fase di passaggio ci siamo trovati ad esaminare diversi framework, alcuni dei quali per lo sviluppo di applicazioni Desktop, come Netbeans platform e Swing Application Framework (JSR 296) ed altri destinati allo sviluppo web, come Spring e Tapestry.

Uno dei punti su cui siamo stati costretti a riflettere è stato questo: con l’avvento di Ajax, ha ancora senso usare dei web framework server-side?

La vista sul client e la vista sul server

Se ci pensate un attimo, non ha molto senso sviluppare un’applicazione Java che gira sul server e genera un’interfaccia utente HTML+CSS+Javascript che poi deve essere spedita al browser per la visualizzazione ogni volta che viene aggiornata. Ajax, infatti, viene usato proprio per mantenere l’elaborazione ed i dati il più possibile sul lato client del sistema, riducendo al minimo gli scambi tra client e server e tutte le relative inefficienze. I sistemi basati su Ajax hanno un’unica interfaccia utente per ogni task individualmente riconoscibile: una UI per inserire dati in un database, una UI per elencare quei dati in forma tabulare e via dicendo. Queste interfacce non vengono mai sostituite (“aggiornate”) fino a che non si passa ad un task diverso. L’unica cosa che viene scaricata dal server è l’insieme di dati su cui si deve operare. Questo rende l’interfaccia più reattiva e riduce il carico sulla rete e sul server, con sollievo di tutte le parti in causa.

In buona sostanza, con l’avvento di Ajax la V (la “Vista”) del modello MVC (Modello/Vista/Controllo o ModelView/Controller) è stata spostata dal server (classi Java e template HTML/CSS/JS) al browser (classi Javascript e Widgets HTML/CSS/JS).

A questo punto, la tentazione di mandare al diavolo i tradizionali framework server-side, come Zend, Swing o Django, è piuttosto forte. In linea di principio, infatti, si potrebbe creare una applicazione formata da un ricco client Ajax che ottiene i dati ed i servizi che le sono necessari da uno o più server usando degli appositi servizi (SOAP, XML-RPC e simili). Insomma, si potrebbe usare quella che viene definita una architettura RIA-SOA (Rich Internet Application – Service Oriented Architecture).

Ma, allora, perchè portarsi ancora appresso una palla al piede come Swing, Zend o Pylons quando si potrebbero sviluppare alcuni service SOAP ed una bella RIA Ajax?

Un vecchio problema

Questa è, in realtà, una domanda che si stanno ponendo molti sviluppatori web da almeno 4 o 5 anni. Se ne trovano molte tracce su internet in questi vecchi articoli:

Web frameworks peaking toward obsolescence

Does the rise of Service Oriented UI (SOUI) means the death of server-assisted MVC?

Life above the Service Tier

E, come potete vedere da questo link che segue, si tratta di un argomento che è ancora oggi in grado di suscitare violente discussioni:

The Future of Web Frameworks at TSSJS

In quest’ultimo articolo, Matt Raible sostiene addirittura che i web framework tradizionali corrano il rischio di essere abbandonati a sè stessi nel prossimo futuro:

“Interest in server-side frameworks will continue, but frameworks will become unmaintained”

Dal sogno alla realtà: i framework Ajax

In realtà, sono già stati sviluppati diversi framework che mettono in pratica proprio questi concetti e che permettono, in una misura più o meno marcata ed in modo più o meno riuscito, di scrivere un’intera applicazione sul solo lato client (sul browser), appoggiandosi al server solo per alcuni specifici servizi (implementati come web service SOAP o roba simile). Ne trovate alcuni esempi qui:

http://cappuccino.org/

http://directwebremoting.org/

http://www.sproutcore.com/

http://code.google.com/intl/it-IT/webtoolkit/

Perchè allora insistere su tecnologie ormai palesemente obsolete come i framework server-side?

Troppa roba sul client

La risposta alla domanda precedente dipende strettamente dalle preferenze personali e dal tipo di compito che si deve svolgere. Non è la stessa cosa sviluppare un desktop online come Glide (http://www.glidedigital.com/) od una applicazione finanziaria come il sistema di home banking di FINECO. Non è nemmeno la stessa cosa svolgere uno di questi compiti provenendo da anni di programmazione ASP (più o meno .NET) o da anni di programmazione Java. Ci sono abitudini diverse e modi di osservare/interpretare il mondo diversi che portano a risposte diverse.

Personalmente, mi sono dato questa risposta: secondo me, usando dei framework Ajax come Cappuccino e DWR si finisce per mettere troppa roba nel client, e questo non è detto che sia un bene.

Detto in altri termini, usando questo approcio c’è il rischio di spostare tutto o parte del “business layer” sul client, dentro il browser dell’utente. Il business layer è quella parte di codice che svolge effettivamente i calcoli significativi per l’applicazione e per il suo proprietario. Si trova tra il “presentation layer “(la “vista”, o “view”, rappresentata dalla pagina web) ed il “model layer” (la parte di codice che interagisce con il database ed il database stesso). Per sua natura, il business layer contiene dati ed algoritmi sensibili. Se questa parte di codice deve essere eseguita dal client (il browser dell’utente), deve essere inviata al client stesso via HTTP sotto forma di codice Javascript. Di conseguenza, questo codice può essere ottenuto da un malintenzionato, può essere studiato e modificato e può essere poi usato per attaccare il server.

Quasi tutti i framework Ajax, infatti, prevedono qualche forma di difesa da questo tipo di attacco (arrivando anche a forme piuttosto energiche di crittografia) e non mancano certo le “best practices” da seguire.

Per quando mi riguarda, tuttavia, credo che terrò dati e business logic sul server, al riparo da sguardi indiscreti.

Oltre a questo problema di sicurezza, c’è anche un problema di “peso”. Se il client deve eseguire una parte significativa del programma, è necessario inviare e caricare sul client una parte non piccola di codice, con tutti i ritardi che è facile prevedere. Questa latenza iniziale nell’esecuzione del codice rischia di vanificare i vantaggi di Ajax, riportando la situazione al punto in cui si doveva caricare la pagina web per aggiornare i risultati.

Windows in Javascript

Il problema più serio, tuttavia, mi sembra essere quello legato alla complessità di queste applicazioni. Con i moderni framework Ajax è effettivamente possibile scrivere dei veri desktop environment e dei veri sistemi operativi che girano all’interno del browser. Il già citato Glide ne è un esempio lampante e basta effettuare una ricerca Google con “online desktop” o “online operating system” per trovarne diversi altri, uno più bello dell’altro.

Non è però detto che scrivere un’applicazione di questa complessità con questi strumenti sia anche facile. Soprattutto, non è detto che il codice risultante sia manutenibile.

Scrivere un’applicazione complessa è già un casino quando si può fare uso di strumenti di ingegnerizzazione del codice come quelli messi a disposizione da C++, Python e Java. È già un casino quando si può fare uso di strumenti di gestione del processo produttivo come Maven, Junit, Coverity e Hudson. Riesco appena ad immaginare il casino che dev’essere sviluppare applicazioni complesse sul lato client in questo modo, dovendo anche fare i conti con la presenza della “sandbox” rappresentata dal browser (niente accesso al file system locale, concetto di sessione a dir poco convoluto, etc.).

Francamente, non credo che basti avere un linguaggio OOP-capable come le ultime versioni di Javascript per sentirsi al sicuro. La OOP si è già dimostrata insufficiente sul lato server, portando all’adozione della AOP (Aspect-Oriented Programming) e di diversi Design Pattern, come la Inversion of Control, per cui… Non credo nemmeno che basti una nutrita libreria di widget grafici e di moduli di codice per sentirsi al sicuro. Anche molti toolkit tradizionali hanno queste caratteristiche (vedi Qt o Netbeans platform, per esempio) ma non per questo sono facili da gestire senza altri strumenti.

Intendiamoci: Cappuccino e DWR mi piacciono da morire e sicuramente ci farò qualcosa in futuro, almeno per uso personale. Quello che mi trattiene dall’usare queste tecnologie “sul campo” è qualcosa di diverso, qualcosa legato alla possibilità di fornire al committente qualcosa di affidabile e di manutenibile, nei tempi e con i costi che devono essere rispettatti.

Real RIA

Nelle applicazioni che richiedono una interfaccia utente veramente ricca e reattiva, mi sembra più logico continuare ad usare delle vere RIA (Rich Internet Application), come quelle che è possibile sviluppare con Qt (C++ e Python), Netbeans Platform (java), Eclipse RCP (Java), wxWidgets (C++ e Python) e GTK (C++ e Python). In questo modo si ottiene un “thick client” robusto ed affidabile, senza dover fare i conti con le stranezze di una mezza dozzina di browser diversi e senza rischiare di esporre informazioni sensibili all’utente finale.

Questa è anche la ragione per cui non credo che i sistemi di “offline computing”, come Google Gears, Adobe AIR e simili, abbiano molto senso. Basta dare un’occhiata alla documentazione di molti di questi aggeggi per capire che per rendere fruibile offline un’applicazione nata per essere usata online si sarebbe costretti a riscriverne una parte significativa a mano. A quel punto, probabilmente è più razionale usare qualcosa di diverso (una RIA Java, ad esempio).

Il Re della Foresta

L’unica vera ragione di usare tecnologie Ajax in modo così estremo è la necessità di avere un’applicazione “no-install”, che faccia uso del solo browser web dell’utente per le proprie necessità. Al giorno d’oggi, infatti, il browser viene spesso visto come il vero Re della Foresta: l’unica applicazione che l’utente dovrebbe mai usare. Uno strumento unico con cui fare di tutto, dalla gestione della posta elettronica (webmail) alla gestione di progetti complessi e gruppi di lavoro (groupware).

Francamente, però, questa fissazione per le applicazioni browser-based è del tutto priva di fondamenta razionali.

Evitare all’utente i problemi ed i “thrill” legati all’installazione di un programma ha senso solo quando l’utente è veramente un “utonto” e/o quando l’applicazione è talmente superflua da non meritare nemmeno questo piccolo sacrificio (giochi online e cose simili). Non ha nessun senso pretendere di gestire applicazioni finanziarie in questo modo (non sto parlando dell’home banking).

Quando l’applicazione ha una sua dignità e l’utente non è un completo idiota, è di gran lunga meglio usare lo strumento giusto per il compito da svolgere, sia esso una RIA Java o un’applicazione net-enabled in C++. Al giorno d’oggi ci sono reti talmente veloci ed installer talmente raffinati che scaricare ed installare un’applicazione dedicata è veramente un gioco da ragazzi.

Conclusioni

In conclusione, credo che continuerò ad usare Ajax solo per gestire dati tabulari, come ho sempre fatto. Queste tecnologie client-side non mi piacevano molto ai tempi di IE5, e delle prime avvisagle di XmlHttpRequest, e continuano a piacermi poco anche adesso.

Voi che ne pensate? Potete dire la vostra usando i commenti qui sotto.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

Ottobre 28, 2009

L’anno degli ebook

Archiviato in: Cronaca, Internet, Tecnologia, drm, politica, scuola — alessandrobottoni @ 9:37 am

Insomma, sembra che questa sia la volta buona. A giudicare dall’esplosione dell’offerta di ebook ed ebook reader, il 2010 potrebbe essere l’anno dei libri digitali. C’è da esserne felici?

Vediamo…

Roba vecchia

Gli ebook sono roba vecchia, molto vecchia. Hanno avuto una ragione di esistere solo per un breve periodo di tempo compreso tra la nascita del formato PS, nel 1982, e la nascita di Wikipedia, nel 2001. Ora non hanno più senso. Almeno, non ce l’hanno per le applicazioni che si vorrebbero affidare a questi lettori.

Il formato PDF, che è alla base della attuale generazione di ebook, sfrutta un’opportunità tecnica che era evidente almeno da quando esiste il formato PostScript (1982) o quello Tex (1978), cioè quella di usare i computer non solo per eseguire calcoli e per fornire servizi ma anche per pubblicare e distribuire documenti (di testo, contenenti immagini e altro materiale grafico). Francamente, è difficile pensare che qualcosa di così antico e di così ovvio possa essere considerato “innovazione”.

L’invenzione del linguaggio HTML e la conseguente nascita del World Wide Web, nel 1991, hanno assestato il primo duro colpo agli ebook. Da quel momento è diventato chiaro che non c’era nessuna ragione di impaginare un documento digitale come se fosse un documento cartaceo e di distribuirlo nel mondo digitale imitando il mondo fisico dei giornali. Non c’era nessuna ragione di fare propri tutti i limiti e tutte le complessità di un mondo ormai superato. Un sito web è immensamente più semplice e più veloce da aggiornare e questo fa la differenza in un mondo, quello dell’informazione, in cui la tempestività è la chiave del successo.

Tuttavia, al World Wide Web per molti anni è mancato un meccanismo per “riempire” di contenuti questo immenso e potentissimo contenitore. Per molti anni si è stati costretti ad acquistare libri e giornali semplicemente perchè chi deteneva le informazioni (gli editori e gli autori) non le rendeva disponbili attraverso questo mezzo. Questa situazione ha avuto termine, con sollievo di tutti gli utenti, subito dopo la nascita di Wikipedia, nel periodo 2001 – 2005. Al giorno d’oggi è impensabile nascondere le informazioni di cui si è in possesso. Non essere sul web, e su Wikipedia, significa non esistere. Significa essere morti, o mai nati.

L’informazione nel XXI secolo

Nel XXI secolo, i contenuti si pubblicano sul World Wide Web, dove chiunque può raggiungerli, nel loro stato di massimo aggiornamento, da qualunque punto del globo ed in qualunque momento, senza che si corra il rischio di “perderli” (i siti sono tutti duplicati su vari server, ormai). Si pubblica sul web anche per poter sfruttare l’immensa popolazione di co-autori, revisori, editor e grafici che è disponibile a lavorare attorno ai progetti più significativi.

Cambia il software e la logica di pubblicazione ma il mezzo resta il web. C’è chi preferisce il (quasi) completo anonimato di Wikipedia, chi preferisce (o deve usare) uno strumento fortemente controllato come Citizendium, c’è chi cerca la soddisfazione del riconoscimento autoriale di Google Knol ma la sostanza resta la stessa: al giorno d’oggi si pubblica (quasi) solo sul web.

Gli ebook, sia gratuiti che commerciali, sono sempre più una soluzione di nicchia dettata o da una mancata comprensione dei meccanismi editoriali e commerciali del web o dalla risibile volontà di proteggere l’ormai l’inproteggibile diritto d’autore. Questa è proprio la forza motrice che spinge soluzioni come quelle proposte da Amazon e da altri operatori. Ebook concepiti NON certo per andare incontro all’utente ma piuttosto per impedirgli (via DRM) di diventare esso stesso uno sgradito concorrente del distributore ufficiale.

Se si volesse andare incontro all’utente, si pubblicherebbero quei testi su un sito web, in forma gratuita o commerciale, non li si distribuirebbe certo sotto forma di file crittografato leggibile solo con appositi programmi o persino solo con appositi dispositivi hardware.

Non solo hardware

Uno dei maggiori “peccati” di questa politica di distribuzione, infatti, è quello di voler legare il consumo di questi testi all’acquisto di un apposito (blindatissimo) lettore come il Kindle di Amazon e prodotti simili.

Francamente, non ha nessun senso acquistare uno di questi dispositivi. Ormai quasi tutti i cittadini dispongono di un PC, desktop o portatile, che possono usare per leggere file di questo tipo. Anche per quelli che non ce l’hanno ha comunque molto più senso acquistare un PC “general purpose” che un dispositivo come il Kindle che, per sua stessa natura, può essere usato (quasi) solo per leggere file simil-PDF.

Non è certo un caso che Amazon si sia finalmente decisa, proprio in questi giorni, a rilasciare un programma per PC (solo per Windows…) che può essere usato per leggere i suoi ebook.

Questa mossa (tardiva) non potrà però salvare gli ebook di Amazon dal sostanziale disinteresse dei lettori.

Formati aperti

Una delle ragioni per cui è facile prevedere che i lettori continueranno a comprare e leggere libri su carta (o siti web, o file PDF non cifrati) al posto degli ebook di Amazon e di Barnes&Noble sono i DRM.

Acquisto un ebook da Amazon e…:

  1. Non posso prestarlo a nessuno perchè il sistema DRM del lettore mi impedisce di trasferirlo su un altro dispositivo.
  2. Non posso nemmeno farmi una copia di backup, leggibile dagli strumenti che, inevitabilmente, prima o poi rimpiazzeranno il Kindle.
  3. Se Amazon decide che ha fatto male a vendermelo, me lo può persino cancellare dal dispositivo via radio, senza che io possa intervenire e senza restituirmi i soldi!!! Può sembrare una follia ma è già successo: http://punto-informatico.it/2687349/PI/Brevi/prof-ebook-mi-ha-mangiato-compiti.aspx .

No, francamente non ci siamo. A questo punto preferisco procurarmi una copia “pirata” su eMule (e NON mi sento minimamente in colpa per il danno economico che produco a simili imbecilli e simili delinquenti con questa mia azione).

Ma anche senza i DRM il problema non sarebbe comunque risolto. Acquisto un ebook (non cifrato) da Amazon o da Barnes&Noble e…:

  1. Lo posso leggere solo sul loro lettore.
  2. Lo posso leggere (solo da pochi giorni) solo su un PC Windows (!).
  3. NON lo posso leggere su Mac.
  4. NON lo posso leggere su Linux.
  5. NON lo posso leggere da nessun’altra parte.

No, non ci siamo neanche così. La mia copia pirata in un formato standard (TXT, PDF, PS, etc.) resta comunque molto più versatile, fruibile ed appetibile.

L’insostenibile difesa del copyright

Se riflettete un attimo su ciò che avete appena letto vi diventerà evidente un fatto inquietante: il maggior nemico del copyright, al giorno d’oggi, è… la strenua difesa del copyright portata avanti da una generazione di operatori che vive ormai fuori dalla realtà.

È proprio la loro pretesa di “proteggere” i contenuti dalla copia abusiva a creare quei problemi di approvvigionamento e di utilizzo che spingono gli utenti a creare e distribuire copie pirata.

Si sa da tempo che quando l’utente ha il modo di procurarsi legalmente (e ad un prezzo ragionevole) un prodotto preferisce acquistarlo piuttosto che rubarlo. Eppure, questa gente continua a creare delle tali barriere alla fruizione legale dei contenuti da costringere l’utente a cercare altre vie di approvvigionamento.

Questa sta diventando anche la principale ragione per cui gli autori emergenti (soprattutto musicali e letterari) si tengono alla larga dagli editori “vecchia maniera”. Per questi giovani autori è molto meglio essere vittima della cosidetta pirateria che restare sconosciuti a causa di una politica di distribuzione troppo miope e restrittiva.

Miopia Ministeriale

Come era facilmente prevedibile, in cima alla lista delle persone miopi ed incapaci di separarsi dal proprio “tessoro” ci sono gli editori di libri scolastici ed i ministri che danno loro corda.

L’attuale progetto di “digitalizzazione” dei libri scolastici (avviato una decina di anni fa dall’allora ministro DS Luigi Berlinguer e portato avanti senza sostanziali modifiche da tutti i ministri che lo hanno seguito) prevede SOLO ebook. Ovviamente, solo ebook CIFRATI.

Si tratta, ovviamente, di salvare in extremix un settore editoriale che è per sua stessa natura destinato a scomparire, travolto dall’evoluzione tecnica. Se fino a qualche anno fa gli editori di libri scolastici svolgevano effettivamente un ruolo fondamentale per la nostra società (pur approffitando in modo vergognoso della loro posizione), con l’avvento del web, di Wikipedia e degli smartphone come lo Apple iPhone, la loro utilità sta diventando rapidamente nulla (con grande sollievo delle familie).

Tentare di riciclare questi editori cartacei come editori digitali è una operazione francamente risibile. Ciò che hanno da offrire (a caro prezzo) è già disponbile in forma gratuita, molto più aggiornata e molto più attendibile su Wikipedia. Non a caso i nostri figli copiano Wikipedia, non i libri di testo e non i siti dei loro editori.

In futuro la quantità di informazione disponibile sul web sarà sempre maggiore ed andrà a coprire le esigenze degli studenti di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università. Per questi editori la fine è vicina e non basterà un Ministro della Pubblica Istruzione compiacente a salvarli.

Gente che vive nel XXI secolo

Per fortuna, però, c’è anche gente che vive nel XXI secolo e che si comporta di conseguenza.

Un bell’esempio è DIDASCA (http://www.didasca.it/). Questa scuola privata fornisce i suoi libri testo come articoli che vivono sul web, ospitati dall’ottima struttura di Google Knol:

http://www.didasknol.it/

http://knol.google.com/k

Un’altro ottimo esempio è (c’era da aspettarselo…) la casa editrice “il Mulino” (http://www.mulino.it/). Il suo progetto Darwin mette a disposizione delle università i primi 300 volumi pubblicati dalla casa editrice:

http://www.darwinbooks.it/main

Questo senza citare l’ormai stra-famoso Safari di O’reilly e C.:

http://my.safaribooksonline.com/ .

Insomma, è questione di tempo. La pressione esercitata sul mercato da queste persone (più intelligenti della media, a quanto pare) costringerà presto anche gli altri operatori del settore a pubblicare i loro contenuti in un modo ed in un formato che non costringano gli utenti a ricorrerere allo scanner e ad eMule.

La Britannica e la sopravvivenza

Per concludere, fatemi dire che per le case editrici tradizionali esiste un solo modo di sottrarsi alla estinzione: fare un “uso web” del materiale di cui sono in possesso. L’esempio dell’Encyclopedia Britannica (http://it.wikipedia.org/wiki/Encyclopedia_Britannica ) dovrebbe fare scuola.

Le case editrici tradizionali sono in possesso di enormi quantità di materiali che non possono più commercializzare (ai prezzi a cui sono abituati) su carta. Questi stessi materiali sono però una vera manna dal cielo per gli editori del web, sempre in cerca di contenuti con cui attirare i loro clienti.

Ciò che cambia sono i fatturati ed i margini di profitto. Al giorno d’oggi nessuna casa editrice può più essere un mastodonte che fattura e fornisce occupazione quanto un’industria automobilistica. Il mercato non lo permette.

Tuttavia, c’è ancora (molto) spazio per chi sa produrre e commercializzare contenuti in modo “agile”, veloce ed economico.

C’è anche molto spazio per chi sa produrre (anche a costi elevati) contenuti di qualità. L’esempio de “Il fatto quotidiano” di Antonio Padellaro ne è un esempio:

http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Padellaro

http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Fatto_Quotidiano

Se il giornalismo e la letteratura (tecnico/scientifica o umanistica) sono “professioni intellettuali”, allora è l’intelligenza a dover essere commercializzata, non la carta su cui viene depositata.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinto.it

Giugno 1, 2009

La Saggezza delle Folle (o la loro Stupidità?)

Archiviato in: Neuroscienze, Ricerca, Scienza, Tecnologia, politica, scuola — alessandrobottoni @ 2:44 pm
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Durante questa campagna elettorale ho letto due libri che toccano molto da vicino il tema centrale della mia attività politica, cioè il rapporto che esiste tra democrazia, tecnologia e politica. Più esattamente, ho letto un libro molto valido ed uno decisamente pessimo.

Il libro molto valido è questo:

“The wisdom of crowds”

di James Surowiecki

pubblicato nel 2005 da Anchor Books

ISBN 9780385721707

14,20 € da Feltrinelli International di Roma

Purtroppo, non ne esiste una edizione italiana

Questo libro, che in italiano si chiamerebbe “La saggezza delle folle” è chiaramente il frutto di una lunga riflessione e di un lungo lavoro di documentazione effettuato da una persona molto intelligente e che sa scrivere molto bene. Ve lo consiglio molto, molto caldamente.

Il libro decisamente pessimo è questo:

“Dilettanti.com”

di Andrew Keen

pubblicato in Italia nel 2008 da De’ Agostini

ISBN 9788841857632

15,00 €

Pubblicato originariamente in USA nel 2007 con il titolo “The cult of the amateur”. Esiste anche un sito web di supporto: http://www.cultoftheamateur.com/ .

Questo libro è sostanzialmente un monologo espresso, senza nessun controllo e senza contraddittorio, da una persona carica di pregiudizi e decisamente limitata sul piano culturale e mentale. Ve lo sconsiglio. Spendete i vostri 15 € in una pizza, piuttosto.

Al di là di questa differenza qualitativa, si tratta però di due libri strettamente collegati e che dovrebbero essere letti uno dopo l’altro.

La Saggezza delle Folle

La saggezza delle folle analizza in modo molto intelligente e dettagliato, nonché ricco di riferimenti e di esempi, il cosiddetto fenomeno della “intelligenza collettiva”. Si tratta, come certamente sapete, del fenomeno che sta dietro ad alcuni dei fenomeni tipici di Internet, come i Wiki (Wikipedia) e lo sviluppo Open Source (Linux, OpenOffice, Firefox, etc.).

Si tratta di un fenomeno che ci troviamo ad analizzare e discutere di continuo perchè interessa molti aspetti della nostra esistenza, dalla crescita di Internet fino alla democrazia. Io stesso me ne sono occupato spesso nei miei articoli.

Decentralizzazione

Alla base del fenomeno dell’intelligenza collettiva c’è il fenomeno del decentramento decisionale: si dà vita ad una intelligenza collettiva quando si distribuisce il potere di analizzare un problema e di prendere decisioni ad una comunità di esseri intelligenti.

Questo è il meccanismo che sta alla base appunto di Wikipedia e dello sviluppo del software Open Source. Non c’è nessuno che comandi. Non c’è nessuna gerarchia. La comunità è quindi costretta a trovare da sola la propria organizzazione (attraverso meccanismi che sono poi quelli tipici di qualunque democrazia).

Coordinamento

Il primo “modello” di auto-organizzazione che nasce in queste condizioni è quello di “ccordinamento”: si cerca di muoversi in modo “sincronizzato” con altri per non entrare continuamente in collisione.

Cooperazione

Il secondo modello, un po’ più raffinato, consiste nel prendere decisioni che tengono conto anche del possibile comportamento degli altri o, addirittura, che cercano di ottenere la cooperazione da parte degli altri. Questo meccanismo, come potete capire, è quello alla base della democrazia.

Democrazia

La democrazia, appunto, è semplicemente l’ultimo, ed il più raffinato, di questi modelli di auto-organizzazione. Non è perfetto (e lo si vede bene…) ma rappresenta comunque un piccolo miracolo se si tiene presente il modo in cui nasce.

Il Mito del Dilettante

“Dilettanti.com” esamina invece il contro-altare di questo meccanismo e cioè il modo in cui una folla di non-professionisti, come quella di Wikipedia e dei blog, può mettere in difficoltà un sistema ben strutturato, organizzato gerarchicamente e composto da professionisti preparati, come il mondo dell’informazione (giornali, riviste, libri, enciclopedie ma anche musica, film, etc.).

Si tratta, in altri termini, del famoso e temuto fenomeno della concorrenza tra blogger e giornalisti. Come sapete, io agisco sia da blogger che da giornalista (che da diverse altre cose) e quindi mi sono trovato spesso a discutere di questo tema. Manco a dirlo, dalle mie analisi ho tratto conseguenze sostanzialmente opposte a quelle che ne trae Andrew Keen.

L’Attendibilità

Andrew Keen fa notare in modo molto insistente come certo oggetti, prodotti da una “intelligenza collettiva”, come Wikipedia, possano anche essere terribilmente inaffidabili.

Sembra però non rendersi affatto conto che il modello di Wikipedia NON è l’unico modello di questo tipo esistente e che molti altri modelli possono fornire tutta l’affidabilità del caso, quando questa è necessaria.

Keen cita Citizendium (ma non Google Knol) senza però rendersi conto che Citizendium è sostanzialmente identico a Wikipedia (usa persino la stessa base di codice) tranne che per le regole di accesso.

La Competizione “Sleale” coi Professionisti

Keen si avvicina alla “verità” quando esamina gli effetti della inondazione di prodotti gratuiti e liberi, prodotti da “dilettanti” di vario tipo, sul mercato degli equivalenti prodotti professionali. Keen è convinto che la musica prodotta da dilettanti farà scomparire dalla faccia della terra l’industria musicale così come Wikipedia ha ucciso l’Encyclopedia Britannica.

Non sembra però rendersi conto del fatto che si tratta di mercati diversi che normalmente NON entrano in collisione tra loro.

Cose che non c’entrano nulla

Ad aggravare la situazione, Keen tira in ballo un fenomeno che non c’entra niente con tutto questo: quello della cosidetta “pirateria digitale”. In questo caso non riesce a rendersi conto del fatto che si tratta sostanzialmente di un problema legislativo e di marketing che non può, da solo, affossare un’industria sana.

Come se non bastasse, pone sotto lo stesso “ombrello logico” la pirateria digitale (cioè voi ed io), la pedofilia ed il cyberterrorismo. Potete quindi capire perchè Andrew Keen sia stato sepolto dalle pernacchie dopo l’uscita del suo libro negli USA.

La Perdita della Privacy

Keen si preoccupa molto anche della perdita di “privacy” (o, più esattamente, di “anonimato tra la folla”) che deriva dalla pubblicazione massiccia di informazioni sui siti di social networking (come il famigerato Facebook).

Su questo mi trova d’accordo: c’è un pericolo serio dovuto al fatto che molte persone che ci conoscono parlano di noi e permettono quindi a chiunque di farsi un’idea molto precisa della nostra persona. In buona sostanza, nel XXI secolo non esisterà più il concetto di “personaggio NON pubblico”. Saremo tutti nella stessa scomoda posizione di Berlusconi e della sua ex-moglie.

Su questo, probabilmente, vedremo delle pesanti battaglie legislative (destinate comunque al fallimento).

Soluzioni

Keen propone alcune soluzioni, peraltro piuttosto scontate. Si va da Citizendium al posto di Wikipedia a vari interventi legislativi degni della migliore tradizione neo-con. Non propone di mandare i B52 a bombardare Wikipedia ma poco ci manca.

L’Influsso sulla Politica

In un “afterwords” aggiunto con la seconda edizione, Keen si premura anche di mettere in guardia i cittadini dal crollo della Democrazia dovuta all’intrusione indebita degli… elettori e della discussione priva di controllo. Qui, francamente, raggiunge una vetta di inconsapevole umorismo difficile da uguagliare.

Conclusioni

Leggete questi due libri. Vi farete un’idea molto precisa di come funzionano tutte le comunità, dal team che sviluppa il kernel Linux, a Wikipedia fino ad arrivare alle democrazie occidentali.

Se vi resta tempo, integrate la vostra dieta con questi libri:

“La macchina dei memi”

di Susan Blackmore

Pubblicato nel 2002 da Instar Libri

ISBN 8846100433

18,90 €

“Le armi della persuasione”

di Robert B. Cialdini

pubblicato nel 2005 da Giunti editore

ISBN 8809041100

“i gruppi sociali”

di Giuseppina Speltini e Augusto Palmonari

pubblicato nel 1998 da “Il mulino”

35.000 Lire

ISBN 8815067906

“Psicologia delle Comunicazioni di Massa”

di Anthony Pratkanis e Elliot Aronson

pubblicato nel 1998 da “il mulino”

16,23 €

ISBN 8815055797

Certo, sono molte pagine da leggere ma… alla fine avrete una visione completa e molto chiara di come funzionano le società umane. E forse smetterete anche di votare per Berlusconi…

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

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