politica


Il 29 Settembre del 1973, l’allora presidente della Repubblica Italiana Giovanni Leone firmò il Decreto N° 600 che prevedeva, tra le altre cose, la pubblicazione dei dati dei redditi dei cittadini italiani presso le sedi dell’anagrafe dei Comuni. Il governo in carica in quel momento era Presieduto da Mariano Rumor. Che persone degne di rispetto fossero questi politici, e quindi da quale pulpito venisse la predica, lo potete verificare da soli leggendo le pagine di Wikipedia che li riguardano.

Questa oscura, e ormai dimenticata, leggina NON ha permesso di sapere, ad esempio, chi abbia fornito a Silvio Berlusconi i 55 miliardi di lire (circa 300 milioni di euro di oggi) che gli sono serviti nella seconda metà degli anni ‘70 per dare vita alle sue televisioni e per impadronirsi, per via mediatica, della fragile democrazia italiana. Questa oscura e dimenticata leggina ha invece fatto sentire il vice ministro Vincenzo Visco nella posizione legale di poter di mettere su Internet, a disposizione di tutti (cinesi inclusi) i dati della denuncia dei redditi del 2005 di TUTTI gli italiani.


Si, anche i vostri.


Trasparenza e Democrazia

Questo triste episodio ha dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la semplice disponibilità pubblica di informazioni non è segno di trasparenza o di democrazia. La trasparenza e la democrazia sono salvaguardate quando vengono portate a conoscenza delle persone i dati che le riguardano in modo diretto. Quando si pubblicano su Internet i fatti personali di un intero popolo si fa della demagogia e del gossip. Nient’altro.


Avrebbe avuto una certa rilevanza riuscire finalmente a scoprire chi finanzia Berlusconi da oltre 40 anni (e quindi chi può esigere il pagamento di “dividendi” di vario tipo dal nostro Presidente del Consiglio) ma questo non è mai stato possibile e non lo sarà mai. Allora ci è stato dato il “contentino” di sapere quanto dichiara il fruttivendolo, in modo che sia possibile contestargli il prezzo troppo alto delle zucchine.


Dalle mie parti, questo si chiama “prendere per il culo la gente”.


Democrazia e Buongoverno

Negli ultimi 20 anni, molte democrazie occidentali sono state il palcoscenico di un frenetico laboratorio di nuove tecniche demagogiche. Si è iniziato con il presidentattore Ronald Reagan in USA (1981-1989), si è passati per la sorella cattiva di Mary Poppins, Margareth Thatcher (1979-1990), per il fascista di sinistra Tony Blair (1997-2007) e si è finito con l’ipnotizzatore di casa nostra (1994-13415 ed oltre). Queste sperimentazioni hanno dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che la democrazia è schiava della demagogia. Detto in altri termini, non si può accedere al potere politico senza prima accedere agli studi televisivi ed alle viscere degli elettori (il cervello non è coinvolto nel processo elettorale e nel gioco democratico). Questa triste constatazione ha portato molti a disprezzare la democrazia, come ha fatto Massimo Fini, o ad astenersi dal voto.


Personalmente, credo che questo sia il frutto di un equivoco. Come cittadini di democrazie fragili e imperfette, ci sentiamo traditi dalla democrazia. Questo è del tutto comprensibile. Tuttavia, la democrazia non ne ha colpa: siamo noi che ci aspettiamo dalla democrazia qualcosa che essa non ci può dare.


La democrazia è nata per uno scopo preciso e lo assolve in modo brillante: la democrazia serve per evitare le lotte di potere condotte con le armi e per evitare le guerre civili. In questo suo ruolo di “calmante” sociale, la democrazia ha ottenuto un successo clamoroso, eclatante ed innegabile. La democrazia fa benissimo il suo mestiere.


La democrazia non è invece nata per dare ad una nazione un buon governo, qualunque cosa si intenda con il termine “buon governo”. Anzi: la democrazia non si pone nemmeno l’obiettivo di dare ad una nazione un governo qualsiasi. Infatti, non sono rari i casi di elezioni che non producono una maggioranza stabile. La democrazia non è in grado di svolgere un mestiere per il quale non è stata progettata.


La democrazia non può dare un buon governo a nessuno perché è un processo statistico (demografico) e come tale esprime la volontà di una maggioranza. La maggioranza di una popolazione distribuita in modo statisticamente normale è una media. In altri termini, è qualcosa di assolutamente, irrimediabilmente mediocre.


Si può avere un buon governo attraverso strumenti diversi dalla democrazia?

No.


Si, avete letto bene: non si può avere un buon governo con nessun mezzo (a parte la pura, sfacciata ed immeritata fortuna). O, per dirlo in altro modo, non esiste nessun metodo conosciuto che permetta di dare qualche “garanzia” sul fatto di ottenere, alla fine del processo, un governo migliore da quello che si ottiene abitualmente dalle nostre squallide tornate elettorali.


Qualunque metodo che si possa immaginare, può solo selezionare le persone più egocentriche ed aggressive (come avviene nei sistemi non democratici) o le persone più mediocri (come avviene nelle democrazie). Non esiste nessun modo per selezionare (“eleggere”) le persone “migliori” per il banale motivo che non esiste un modo di misurare la qualità delle persone. In che senso A è migliore di B? E come misuriamo questo suo “essere migliore”?


Il ruolo della Sinistra

le democrazie sono per loro natura di destra. Dato che il meccanismo elettorale seleziona la persona più visibile e più vicina alle viscere dell’elettore, le democrazie finiscono per selezionare chi agisce in modo da rendersi visibile e da allettare l’elettore stesso, cioè le persone come Berlusconi. La destra si distingue dalla sinistra proprio per questo atteggiamento strumentale nei confronti della ideologia e della politica. Detto in altro modo, la destra è interessata al potere, non ai programmi, ed agisce in modo da conquistare il potere, senza perdersi in chiacchiere sull’uso che ne verrà fatto in seguito.


In una democrazia “sana” la sinistra sta all’opposizione.


Molti di noi “sinistrati” tuttavia, non si accontentano di avere un posto in loggione da cui tirar pomodori sul governo in carica. Vorremmo avere la possibilità di dire la nostra e di far evolvere il paese. Si, perché una conseguenza di quello che abbiamo detto è che un governo di destra non può far progredire il paese. Il progresso richiede che vengano messe in discussione le posizioni di privilegio esistenti e che vengano messe in discussioni le convinzioni sbagliate delle “masse”. Non è certo qualcosa che possa fare chi è solo interessato ad ottenere il consenso dell’elettorato per perseguire i propri scopi.


Ed allora?


Allora bisogna imparare ad agire come la destra, pur mantenendo la rettitudine di chi vuole il potere per fare il bene del paese. In altri termini, è necessario che la sinistra cominci ad attrezzarsi di televisioni e di altri strumenti di comunicazione necessari alla lotta politica (gestiti in proprio, non la RAI…). E’ necessario che la sinistra comincia a parlare alle budella degli elettori come fa da sempre la destra.


E soprattutto, è necessario che, una volta arrivata al governo, la sinistra la smetta di fare la guerra ai tassisti, ai fruttivendoli ed ai rappresentanti. I lavoratori dipendenti non sono gli unici “poveri” del paese e la partita IVA non è un segno d’infamia.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it

Stamattina ho rilasciato una brevissima (180 secondi) intervista video ad un gentilissimo giornalista di RaiNews24 sul tema del Wi-MAX. Si è parlato di come è andata l’asta e di come si presenta il futuro. In attesa di vedere l’intervista sul satellite (e sul sito web di RaiNews24) vi riporto qui di seguito le stesse considerazioni che ho fatto durante l’intervista.

 

Non aste ma opere di bene

Lo spettro radio (almeno per come è utilizzato ora) è una risorsa limitata ed è una risorsa vitale per le nostre società. In questo è esattamente uguale all’acqua: è assolutamente necessaria e ce n’é poca. Per questa ragione, la semplice idea di permettere che sia il libero mercato a decidere dell’assegnazione di queste risorse limitate è già agghiacciante. Questo meccanismo, infatti, permette che succeda quello che è successo ad Aprilia con l’acqua potabile: si è messo all’asta l’acquedotto, una società svizzera se l’è comprato e adesso impone un odiosissimo e salatissimo balzello sull’acqua potabile a tutti gli abitanti della zona. Gli “utenti” si sono ritrovati in ostaggio di un imprenditore senza scrupoli.

 

Le risorse vitali e limitate, come l’acqua e lo spettro radio non possono essere messe all’asta. Devono essere assegnate sulla base di criteri di utilità sociale ed il loro reale utilizzo deve essere attentamente sorvegliato da una autorità democraticamente eletta. Se questo vi sembra incomprensibile, sappiate solo che la nostra cultura viaggia su quelle onde radio: la TV, la Radio, Internet, i telefoni cellulari ed ogni altra diavoleria moderna si basano sulle onde radio per trasmettere il loro segnale. Chi possiede quelle frequenze, può decidere che cosa noi possiamo trasmettere e che cosa possiamo ricevere, cioè che cosa possiamo conoscere. La nostra idea del mondo e della vita politica dipende da questo. Non ci può essere una vera libertà di giudizio, e quindi una vera democrazia, se non c’è la dovuta libertà di comunicazione.

 

Una boccata d’AriaDSL fresca…

Per fortuna, all’asta del Wi-MAX è intervenuto un imprenditore israeliano, David Gilo, che, attraverso il provider umbro AriaDSL, ha fatto incetta di licenze. Gilo ha speso circa 45 milioni di euro per accapparrarsi le licenze necessarie. La sua presenza ha fatto scappare a gambe levate sia Wind che MediaSet, con sollievo di noi tutti.

 

Però… però David Gilo è un investitore straniero. Ha speso un sacco di soldi e dovrà spenderne ancora molti prima di avere un ritorno economico. Non lo fa certo per beneficenza. Questo vuol dire che comunque i prezzi del servizio saranno nettamente più elevati di quello che avrebbero potuto essere. Probabilmente, questo vuole anche dire che non è del tutto scongiurato il rischio di un “cartello”. Gli operatori del Wi-MAX sono pochi (meno di mezza dozzina), tutti piuttosto grossi (Telecom…), hanno speso tutti un sacco di soldi ed alcuni di loro (sempre Telecom…) hanno anche le licenze dell’UMTS. Chi glielo fa fare di mettersi l’uno contro l’altro in una guerra di prezzi?

 

Anche la copertura del territorio potrebbe risentirne. Chi glielo fa fare a questi imprenditori di spingersi nel bel mezzo della Sila o dell’Aspromonte quando c’è ancora tanto mercato da sfruttare a Roma, Napoli, Torino e via dicendo?

 

Francamente, ci sarebbero voluti i comuni, i piccoli provider (meno di un milione di euro l’anno di fatturato) ed i privati più “sognatori” per poter guardare al futuro con ottimismo.

 

Ancora Telecom?!

E poi c’è la nota dolente di Telecom… Riusciremo mai a toglierci dai piedi questo flagello? Telecom è la sola azienda conosciuta che sia riuscita a collezionare i seguenti record:

 

  • Ai tempi dei modem, Telecom era nota per fare concorrenza sleale ai suoi stessi rivenditori (tra cui l’azienda per cui lavoravo a quei tempi). In tempi più recenti, Telecom ha fatto lo stesso nei confronti di molti suoi concorrenti, fino al punto di costringere l’AGCOM ad intervenire. Telecom si è beccata decine di denunce per questo motivo. In qualunque altro paese, Congo incluso, il presidente dell’azienda incriminata sarebbe finito in galera per questo. Da noi è finito… Vabbè, questo è gossip…

  • Telecom è riuscita a meritarsi la prima “Class Action” organizzata in Italia. Si può dire, con un margine di errore abbastanza ridotto, che la Class Action è stata inserita nell’ordinamento italiano proprio per mettere un freno ai comportamenti scorretti di questa azienda nei confronti dei suoi clienti (e dei clienti dei suoi concorrenti).

  • Telecom è l’unica azienda nota che sia quasi riuscita a fallire pur agendo in regime di quasi monopolio sul suo mercato. Nemmeno le industrie di stato di Stalin erano mai riuscite a fare altrettanto.

 

Il fatto che Telecom sia presente nel mercato Wi-MAX (continuando a mantenere le sue licenze UMTS) è, già da solo, un serio motivo di sconforto.

 

Lo spettro radio è infinito

Comunque, questo discorso rischia di diventare storia prima di diventare un discorso serio. La tecnologia evolve più rapidamente delle leggi e persino del libero mercato. L’evoluzione delle tecnologie Spread Spectrum e Cognitive Radio, ed i movimenti come Open Spectrum, fanno sperare che in un futuro abbastanza vicino lo spettro radio possa essere considerato infinito o, almeno, molto più ampio di come appare adesso.

 

Non resta che guardare avanti (e tenersi alla larga da Telecom…).

 

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it

 

 

PS: Se pensate che stia diffamando Telecom, vi invito a leggere questi articoli:

 

http://www.oneadsl.it/20/02/2008/telecom-si-impegna-ad-evitare-la-concorrenza-sleale/

http://forum.antidigitaldivide.org/showthread.php?t=255

 

Come potete vedere dal link che segue, la ricerca di “telecom concorrenza sleale” su Google restituisce la bellezza di 10400 risultati.

 

http://www.google.com/custom?q=telecom%20%22concorrenza%20sleale

 

Telecom stessa è stata costretta, dall’AGCOM, in diverse occasioni, a riconoscere la slealtà dei suoi comportamenti commerciali.

 

Se seguite le discussioni che avvengono su Punto Informatico (http://punto-informatico.it/) saprete che è in corso un’accesa discussione attorno al concetto di anonimato. A questa discussione abbiamo partecipato anche Athos Gualazzi (Presidente della Associazione Partito Pirata), Frieda Brioschi (Presidente di Wikimedia Italia) ed io. Per le persone interessate, riporto qui di seguito un sommario delle mie personalissime posizioni su questo tema.

 

L’anonimato del fruitore

Sarebbe ora che le nostre Società e le nostre Leggi riconoscessero formalmente un principio ovvio: l’ònere del controllo su ciò che viene distribuito deve ricadere sulle spalle del “distributore”, non del “fruitore”. Deve essere chi mette a disposizione di altri un prodotto (una cassa di mele, una informazione) od un servizio (la linea telefonica, una piattaforma web) a verificare, sotto la sua responsabilità, che la transazione che propone ai suoi utenti non vìoli i diritti di qualcun’altro (ricettazione, violazione del copyright, diffamazione) o qualche legge (spaccio di stupefacenti, incitazione al reato). Internet ed il World Wide Web non sono diversi da qualunque altro “mercato” da questo punto di vista. Nessuno di noi accetta di essere ritenuto responsabile per ciò che acquista in un negozio (fosse anche rubato) e, in modo analogo, nessuno di noi accetta di essere ritenuto responsabile di ciò che legge sul web o di ciò che scarica da Internet. Se qualcuno lo ha reso disponibile, gratuitamente o meno, è questa persona che deve risponderne, non noi “fruitori”.

 

Il “fruitore” (lettore, consumatore, spettatore, etc.), in quanto figura “passiva” dovrebbe essere lasciato in pace. Ogni tentativo di sorvegliare o controllare le sue azioni di “consumo” dovrebbe essere aspramente contrastato. Questo è il caso, ad esempio, dei molti tentativi in atto di limitare l’accesso ad Internet, ad alcuni siti web o ad alcuni servizi. Questi tentativi vanno contrastati. Internet ed i suoi servizi (inclusi i sistemi P2P), proprio in quanto “servizi”, non sono utilizzabili solo a fini criminali e non possono quindi essere messi al bando in questo modo. Ne risultano lesi in modo evidente dei diritti del cittadino che non possono essere ignorati.

 

L’anonimato del fruitore è una evidente ed irrinunciabile necessità in una società democratica. Deve essere possibile leggere i giornali, ascoltare gli oratori e “consumare” film, musica ed altri media senza essere identificabili e rintracciabili. Questi “media” sono, per l’appunto, ciò che “media” la nostra cultura. La nostra cultura è ciò su cui si basa il nostro giudizio, anche a livello politico. Chi riesce a controllare ciò che possiamo consumare, può decidere che opinione possiamo farci del mondo in cui viviamo, della nostra vita e di chi ci comanda. Non ci può quindi essere democrazia là dove il “fruitore” non può agire liberamente e nell’anonimato.

 

L’anonimato dell’attore

Anche chi “produce” informazioni e servizi deve poter restare anonimo, almeno in determinate situazioni. Questo è fondamentale per permettere a chi ha qualcosa di “scomodo” da raccontare di poterlo fare senza timore delle conseguenze. Gran parte della malefatte che vengono commesse, soprattutto quelle commesse dai potenti in una società democratica, hanno bisogno del segreto per poter essere compiute. Basti pensare agli scandali Parmalat, fondi argentini e via dicendo. Per questa ragione è necessario che, almeno in certe condizioni, questo segreto possa essere violato. Per poterlo violare senza timori, è necessario che il “delatore” possa agire in modo anonimo.

 

Questo però non può voler dire che l’anonimato debba (o possa) essere difeso in modo generalizzato ed indistinto, neanche all’interno di un singolo, determinato contesto. Per essere chiari: non ha senso pretendere che Internet, solo perchè è Internet, debba essere un mondo di anonimato e di impunità. Internet è un “contesto sociale” come qualunque altro. Non è diversa da New York o dal club dei cuori solitari. Come qualunque altra Comunità, non può fare altro che appoggiarsi al concetto di responsabilità individuale per garantire il rispetto degli individui che ne fanno parte. E non ci può essere responsabilità individuale là dove non esiste una identità individuale riconoscibile e rintracciabile. Per questo, su Internet come ovunque, è necessario che (almeno) chi agisce (chi vende, pubblica, mette a disposizione di altri) sia identificabile e rintracciabile.

 

Questo è un concetto che viene spesso travisato. Non appena si sostiene la necessità di rendere identificabili e rintracciabili gli attori di Internet, si viene accusati di voler tracciare gli utenti della Grande Rete. Non è così. Attori e utenti sono cose diverse, come abbiamo appena spiegato. Pretendere di sapere chi agisce (pubblica, rende disponibile al pubblico, produce, fornisce servizi, etc.) non vuol dire pretendere di sapere anche chi consuma (compra, legge, scarica, etc.).

 

Comunicazione, Condivisione e Pubblicazione

A questo punto, diventa indispensabile distinguere tra comunicazione, condivisione e pubblicazione. Prima però, bisogna chiarire il concetto di informazione.

 

In questo contesto, una informazione è qualche cosa che può essere tradotta e scambiata facendo uso del linguaggio naturale (la parola scritta o parlata) senza una sostanziale perdita di valore. L’informazione non è un file. Un file è un materiale digitale che può essere nuovamente scambiato nella sua forma originale, od in una equivalente dal punto di vista del fruitore, ma che non può essere “raccontato a parole” senza una sostanziale perdita di valore. La frase “OpenOffice gira anche su Windows” è una informazione che può essere resa a aprole, anche in altre lingue. OpenOffice.exe, FreeTime.MP3 e Armageddon.DivX sono materiali digitali che non possono essere “resi” a parole.

 

La comunicazione avviene tra due o più persone che si scambiano informazioni all’interno di un contesto chiuso. Un contesto è chiuso quando pone delle barriere “burocratiche” all’accesso (oltre alle inevitabili berriere tecniche). Una mailing list è un contesto chiuso perchè è necessario registrarsi e rendersi reperibili (via e-mail) per partecipare alle discussioni. Un blog è un contesto aperto perchè chiunque può leggerlo, senza dover superare alcuna barriera.

 

La condivisione avviene tra due o più persone che si scambiano materiali (digitali o meno) all’interno di un contesto chiuso. Una mailing list è un contesto chiuso perchè è necessario registrarsi e rendersi reperibili (via e-mail) per partecipare alle discussioni. Una rete P2P come eDonkey è un contesto aperto perchè chiunque può accedervi, senza dover superare alcuna barriera (a parte l’inevitabile barriera tecnica rappresentata dalla installazione e dall’uso del programma client).

 

La pubblicazione (o diffusione) ha luogo quando una o più persone rendono disponibili delle informazioni o dei materiali a chiunque attraverso un media di qualunque tipo (un banchetto in piazza, Internet, etc.). Nel caso si tratti di informazioni, si parla di pubblicazione. Nel caso si tratti di materiali (digitali o meno) si parla di diffusione.

 

Ora è abbastanza ovvio che la comunicazione deve essere assolutamente libera e, quando tutti i partecipanti sono d’accordo, deve poter avvenire in modo anonimo. Spero vivamente che non sia necessario spiegare perchè questo deve essere possibile.

 

All’altro estremo, è altrettanto ovvio che la pubblicazione e la diffusione non possono essere del tutto libere ed incontrollate. Innanzitutto, è necessario che chi diffonde informazioni e chi diffonde materiali sia nella posizione legale di poterlo fare. In particolare, per diffondere materiali coperti da copyright è necessario disporre delle necessarie autorizzazioni (“diritti”). Diversamente, ci si approprierebbe abusivamente di un diritto che appartiene chiaramente all’autore. Oltre a questo, è ovvio che chi diffonde informazioni e materiali si fa carico di molte responsabilità nei confronti dei suoi simili. Se queste informazioni danneggiano una persona od una organizzazione, senza che esista una adeguata “giustificazione” sociale o legale per questo danno, si ricade senz’altro nel reato di diffamazione. Se le informazioni non rispondono al vero, si cade nel reato di calunnia (o di diffusione di notizie false e tendenziose). Di conseguenza, la pubblicazione e la diffusione non possono essere anonime. Queste attività sono portatrici di responsabilità individuali ben precise e, come abbiamo detto, non ci può essere responsabilità individuale là dove non esiste una identità individuale riconoscibile e rintracciabile. In questo caso, l’anonimato diventerebbe semplicemente una via all’impunità nei confronti di banalissimi reati contro la persona e contro il patrimonio. Non ci può essere giustificazione per questo.

 

La condivisione di materiali ricade nel mezzo tra queste due situazioni. Da un lato è chiaro che deve essere possibile condividere materiali in un gruppo chiuso. Dall’altro è altrettanto chiaro che si deve essere in posseso dei necessari “diritti” per condividere qualcosa con altri.

 

Noi tutti possiamo essere in disaccordo con la attuale legge sul Diritto d’Autore, e con le varie leggi che regolano il diritto alla libertà di stampa in Italia e nel resto del mondo, ma non possiamo nemmeno sostenere la necessità di una totale anarchia in questi settori. Ciò di cui abbiamo bisogno è libertà, non impunità. Abbiamo bisogno di vedere riconosciuto il nostro diritto a fruire liberamente di informazioni e materiali, a condividere questi materiali in modo molto più ampio e permissivo di quello attuale ed a pubblicare le nostre opinioni in modo più libero e più garantito di quello attuale. non abbiamo però bisogno dell’impunità. Per questo non possiamo difendere l’uso dell’anonimato in maniera incondizionata.

 

Quando l’anonimato ha un valore

L’anonimato è un valore da difendere quando permette ad una persona di far conoscere ai suoi simili delle informazioni che possono rendere impossibile un reato nei loro confronti o possono sanarne le conseguenze. Se un dipendente, che fosse stato a conoscenza dei fatti, avesse fatto sapere all’opinione pubblica cosa stava succedendo all’interno di Parmalat o di Enron prima che questi colossi crollassero, questo anonimo dipendente avrebbe salvato molti risparmiatori dal danno prodotto su di loro da una truffa. Questo uso dell’anonimato è sacrosanto e va difeso.

 

L’anonimato è un valore quando viene usato per discutere apertamente della vita politica e dei suoi personaggi, al di là delle leggi che questi potenti emanano a difesa delle proprie malefatte. Una comunità democratica deve poter discutere apertamente dei potenti che la controllano per poter esercitare il suo controllo democratico su di essi. Questa discussione deve poter arrivare al punto di conoscere i dettagli della vita privata di queste persone perchè questi dettagli sono rilevanti ai fini delle loro scelte politiche.

 

L’anonimato NON è un valore quando serve solo a garantire l’impunità di un codardo che attacca e danneggia una o più persone senza che esista una reale giustificazione legale, sociale e politica per tutto questo.

 

Ciò di cui ha bisogno la nostra società non è l’impunità che deriva dall’anonimato, cioè quella impunità che deriva dalla possibilità di violare le leggi esistenti senza subirne le conseguenze. Ciò di cui ha bisogno la nostra società è la libertà di poter agire in un modo riconosciuto e difeso dalle leggi. Nei dettagli, io voglio poter condividere dei file con altre persone in modo legittimo e riconosciuto dalla legge. Voglio poter pubblicare fatti ed opinioni in modo garantito dalla legge (ed assumendone le responsabilità che ne conseguono). Non voglio essere costretto a ricorrere all’anonimato per violare una legge che non condivido.

 

Wikipedia, WordPress e simili

Sostenere la necessità di mantenere anonimi (o pesudonimi) gli autori di Wikipedia è completamente privo di senso. Chi scrive per Wikipedia si impegna sin dall’inizio a non esprimere opinioni personali ed a riportare solo fatti già noti e verificabili. Non c’è quindi nessun “diritto alla libertà d’espressione” da difendere. Non c’è nemmeno la necessità di difendere chi si dedica alla delazione per altruismo perchè, in ogni caso, non potrebbe farlo attraverso quelle pagine. L’anonimato degli autori su Wikipedia è solo un inspiegabile regalo che viene fatto a chi vuole diffamare e calunniare gli altri da un pulpito molto visibile con la certezza di restare impunito. Non c’è libertà in questo uso dell’anonimato. C’è solo impunità.

 

Un blog WordPress o Blogger esprime l’opinione personale della persona o del gruppo di persone che lo gestisce. Come tale, è sicuramente da difendere il diritto alla libertà di espressione. Non si capisce però per quale motivo si dovrebbe difendere il diritto di queste persone ad agire in modo anonimo. Pubblicando le proprie opinioni e le informazioni di cui sono in possesso si fanno carico della responsabilità che ne consegue e, di conseguenza, è del tutto legittimo pretendere che si rendano identificabili e rintracciabili. La responsabilità di rendere identificabili e rintracciabili gli autori non può cadere su nessun’altro che sul gestore della piattaforma tecnica.

 

I commenti meritano un discorso a parte. In linea di principio, dovrebbe essere il gestore del singolo sito o del singolo blog a pretendere che chi pubblica un commento si renda identificabile e reperibile. La responsabilità di ciò che scrive dovrebbe ricadere direttamente sull’autore. Ovviamente, il gestore del sito può anche decidere di farsi carico di un lavoro di “moderazione” dei commenti e, di conseguenza, di farsi carico in prima persona di ciò che pubblicano i suoi commentatori. Ciò che non è assolutamente ammissibile è che non ci siano responsabili.

 

Anche nel caso dei blog e, più in generale, del World Wide Web, non è quindi possibile pretendere di usare in modo indiscriminato lo strumento dell’anonimato. Questo porterebbe ad uno stato di caotica anarchia e di impunità generalizzata. Non so come la pensiate voi ma, per quanto mi riguarda, non è certo questa la Internet che sogno.

 

WikiLeaks, Freenet, Piano R* e Anonet

Nonostante tutto questo, sono sempre stato e resto un difensore di strumenti come WikiLeaks, FreeNet, Anonet e del “Piano R*” del Collettivo Autistici/Inventati (se non sapete di cosa sto parlando, fate buon uso di Google e di Wikipedia).

 

Perchè?

 

Perchè ogni comunità ha bisogno di uno spazio e di uno strumento che permetta di far emergere le informazioni sgradite ai potenti. Chi controlla la vita economica e politica del paese può erigere delle barriere insormontabili attorno ai suoi “affari” e la pubblicazione anonima di informazioni è il solo modo di scavalcare quelle barriere. Questo vale anche per la condivisione di materiali scomodi (film, immagini, documenti, etc.). Questo uso dell’anonimato è sacrosanto e va difeso.

 

Più precisamente, dovrebbe esistere una legge (un articolo della Costituzione) a difesa di questo uso dell’anonimato. Strumenti come quelli citati dovrebbero essere difesi dalla legge, non chiusi dal mandato di un giudice.

 

Ovviamente, è facile abusare di strumenti come questi. Si può usare FreeNet per pubblicare (o condividere) materiale coperto da copyright e materiale pedopornografico. Ma, a mio modestissimo avviso, questo è un prezzo da pagare per potersi permettere una democrazia funzionante.

 

In questo contesto, va anche tenuto presente che la tecnologia mette già da tempo a disposizione dei detentori dei diritti una serie di strumenti adatti a prevenire e perseguire le violazioni del copyright, come i watermark. Questo specifico problema può quindi essere risolto con la stessa facilità con cui possono avvenire le violazioni (fermo restando che l’uso dei watermark andrebbe bilanciato da una maggiore libertà di utilizzo dei materiali digitali).

 

In ogni caso, la nostra società deve tornare a riflettere sul tema dell’anonimato. Non è un mondo in bianco e nero e, purtroppo per noi, non è nemmeno vero che la giusta via stia nel mezzo. Si tratta di analizzare nel dettaglio migliaia di situzioni e combinazioni diverse, estrapolarne dei principi generali e dare vita a delle leggi che riescano ad equlibrare le necessità di una democrazia con quelle del mercato e dell’individuo. Non è un lavoro facile e non lo diventerà di più se si continuano a prendere delle posizioni “ideologiche” e pregiudiziali su questo tema.

 

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it

 

 

 

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