Alessandro Bottoni

Giugno 1, 2009

La Saggezza delle Folle (o la loro Stupidità?)

Archiviato in: Neuroscienze, Ricerca, Scienza, Tecnologia, politica, scuola — alessandrobottoni @ 2:44 pm
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Durante questa campagna elettorale ho letto due libri che toccano molto da vicino il tema centrale della mia attività politica, cioè il rapporto che esiste tra democrazia, tecnologia e politica. Più esattamente, ho letto un libro molto valido ed uno decisamente pessimo.

Il libro molto valido è questo:

“The wisdom of crowds”

di James Surowiecki

pubblicato nel 2005 da Anchor Books

ISBN 9780385721707

14,20 € da Feltrinelli International di Roma

Purtroppo, non ne esiste una edizione italiana

Questo libro, che in italiano si chiamerebbe “La saggezza delle folle” è chiaramente il frutto di una lunga riflessione e di un lungo lavoro di documentazione effettuato da una persona molto intelligente e che sa scrivere molto bene. Ve lo consiglio molto, molto caldamente.

Il libro decisamente pessimo è questo:

“Dilettanti.com”

di Andrew Keen

pubblicato in Italia nel 2008 da De’ Agostini

ISBN 9788841857632

15,00 €

Pubblicato originariamente in USA nel 2007 con il titolo “The cult of the amateur”. Esiste anche un sito web di supporto: http://www.cultoftheamateur.com/ .

Questo libro è sostanzialmente un monologo espresso, senza nessun controllo e senza contraddittorio, da una persona carica di pregiudizi e decisamente limitata sul piano culturale e mentale. Ve lo sconsiglio. Spendete i vostri 15 € in una pizza, piuttosto.

Al di là di questa differenza qualitativa, si tratta però di due libri strettamente collegati e che dovrebbero essere letti uno dopo l’altro.

La Saggezza delle Folle

La saggezza delle folle analizza in modo molto intelligente e dettagliato, nonché ricco di riferimenti e di esempi, il cosiddetto fenomeno della “intelligenza collettiva”. Si tratta, come certamente sapete, del fenomeno che sta dietro ad alcuni dei fenomeni tipici di Internet, come i Wiki (Wikipedia) e lo sviluppo Open Source (Linux, OpenOffice, Firefox, etc.).

Si tratta di un fenomeno che ci troviamo ad analizzare e discutere di continuo perchè interessa molti aspetti della nostra esistenza, dalla crescita di Internet fino alla democrazia. Io stesso me ne sono occupato spesso nei miei articoli.

Decentralizzazione

Alla base del fenomeno dell’intelligenza collettiva c’è il fenomeno del decentramento decisionale: si dà vita ad una intelligenza collettiva quando si distribuisce il potere di analizzare un problema e di prendere decisioni ad una comunità di esseri intelligenti.

Questo è il meccanismo che sta alla base appunto di Wikipedia e dello sviluppo del software Open Source. Non c’è nessuno che comandi. Non c’è nessuna gerarchia. La comunità è quindi costretta a trovare da sola la propria organizzazione (attraverso meccanismi che sono poi quelli tipici di qualunque democrazia).

Coordinamento

Il primo “modello” di auto-organizzazione che nasce in queste condizioni è quello di “ccordinamento”: si cerca di muoversi in modo “sincronizzato” con altri per non entrare continuamente in collisione.

Cooperazione

Il secondo modello, un po’ più raffinato, consiste nel prendere decisioni che tengono conto anche del possibile comportamento degli altri o, addirittura, che cercano di ottenere la cooperazione da parte degli altri. Questo meccanismo, come potete capire, è quello alla base della democrazia.

Democrazia

La democrazia, appunto, è semplicemente l’ultimo, ed il più raffinato, di questi modelli di auto-organizzazione. Non è perfetto (e lo si vede bene…) ma rappresenta comunque un piccolo miracolo se si tiene presente il modo in cui nasce.

Il Mito del Dilettante

“Dilettanti.com” esamina invece il contro-altare di questo meccanismo e cioè il modo in cui una folla di non-professionisti, come quella di Wikipedia e dei blog, può mettere in difficoltà un sistema ben strutturato, organizzato gerarchicamente e composto da professionisti preparati, come il mondo dell’informazione (giornali, riviste, libri, enciclopedie ma anche musica, film, etc.).

Si tratta, in altri termini, del famoso e temuto fenomeno della concorrenza tra blogger e giornalisti. Come sapete, io agisco sia da blogger che da giornalista (che da diverse altre cose) e quindi mi sono trovato spesso a discutere di questo tema. Manco a dirlo, dalle mie analisi ho tratto conseguenze sostanzialmente opposte a quelle che ne trae Andrew Keen.

L’Attendibilità

Andrew Keen fa notare in modo molto insistente come certo oggetti, prodotti da una “intelligenza collettiva”, come Wikipedia, possano anche essere terribilmente inaffidabili.

Sembra però non rendersi affatto conto che il modello di Wikipedia NON è l’unico modello di questo tipo esistente e che molti altri modelli possono fornire tutta l’affidabilità del caso, quando questa è necessaria.

Keen cita Citizendium (ma non Google Knol) senza però rendersi conto che Citizendium è sostanzialmente identico a Wikipedia (usa persino la stessa base di codice) tranne che per le regole di accesso.

La Competizione “Sleale” coi Professionisti

Keen si avvicina alla “verità” quando esamina gli effetti della inondazione di prodotti gratuiti e liberi, prodotti da “dilettanti” di vario tipo, sul mercato degli equivalenti prodotti professionali. Keen è convinto che la musica prodotta da dilettanti farà scomparire dalla faccia della terra l’industria musicale così come Wikipedia ha ucciso l’Encyclopedia Britannica.

Non sembra però rendersi conto del fatto che si tratta di mercati diversi che normalmente NON entrano in collisione tra loro.

Cose che non c’entrano nulla

Ad aggravare la situazione, Keen tira in ballo un fenomeno che non c’entra niente con tutto questo: quello della cosidetta “pirateria digitale”. In questo caso non riesce a rendersi conto del fatto che si tratta sostanzialmente di un problema legislativo e di marketing che non può, da solo, affossare un’industria sana.

Come se non bastasse, pone sotto lo stesso “ombrello logico” la pirateria digitale (cioè voi ed io), la pedofilia ed il cyberterrorismo. Potete quindi capire perchè Andrew Keen sia stato sepolto dalle pernacchie dopo l’uscita del suo libro negli USA.

La Perdita della Privacy

Keen si preoccupa molto anche della perdita di “privacy” (o, più esattamente, di “anonimato tra la folla”) che deriva dalla pubblicazione massiccia di informazioni sui siti di social networking (come il famigerato Facebook).

Su questo mi trova d’accordo: c’è un pericolo serio dovuto al fatto che molte persone che ci conoscono parlano di noi e permettono quindi a chiunque di farsi un’idea molto precisa della nostra persona. In buona sostanza, nel XXI secolo non esisterà più il concetto di “personaggio NON pubblico”. Saremo tutti nella stessa scomoda posizione di Berlusconi e della sua ex-moglie.

Su questo, probabilmente, vedremo delle pesanti battaglie legislative (destinate comunque al fallimento).

Soluzioni

Keen propone alcune soluzioni, peraltro piuttosto scontate. Si va da Citizendium al posto di Wikipedia a vari interventi legislativi degni della migliore tradizione neo-con. Non propone di mandare i B52 a bombardare Wikipedia ma poco ci manca.

L’Influsso sulla Politica

In un “afterwords” aggiunto con la seconda edizione, Keen si premura anche di mettere in guardia i cittadini dal crollo della Democrazia dovuta all’intrusione indebita degli… elettori e della discussione priva di controllo. Qui, francamente, raggiunge una vetta di inconsapevole umorismo difficile da uguagliare.

Conclusioni

Leggete questi due libri. Vi farete un’idea molto precisa di come funzionano tutte le comunità, dal team che sviluppa il kernel Linux, a Wikipedia fino ad arrivare alle democrazie occidentali.

Se vi resta tempo, integrate la vostra dieta con questi libri:

“La macchina dei memi”

di Susan Blackmore

Pubblicato nel 2002 da Instar Libri

ISBN 8846100433

18,90 €

“Le armi della persuasione”

di Robert B. Cialdini

pubblicato nel 2005 da Giunti editore

ISBN 8809041100

“i gruppi sociali”

di Giuseppina Speltini e Augusto Palmonari

pubblicato nel 1998 da “Il mulino”

35.000 Lire

ISBN 8815067906

“Psicologia delle Comunicazioni di Massa”

di Anthony Pratkanis e Elliot Aronson

pubblicato nel 1998 da “il mulino”

16,23 €

ISBN 8815055797

Certo, sono molte pagine da leggere ma… alla fine avrete una visione completa e molto chiara di come funzionano le società umane. E forse smetterete anche di votare per Berlusconi…

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

www.alessandrobottoni.it

Luglio 6, 2008

Quanti anni ha il lettore di questa pagina?

Archiviato in: Internet, Neuroscienze — alessandrobottoni @ 3:55 pm
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Nella nostra specie, il sesso svolge almeno tre diverse funzioni: serve a “produrre” nuovi individui, viene utilizzato come strumento di comunicazione affettivo ed emozionale all’interno della coppia (ed all’esterno di essa…) ed è uno strumento… ludico. Più esattamente, l’Uomo, come qualunque altra specie animale, viene spinto ed orientato nella ricerca delle cose “utili” dal piacere. Il piacere, infatti, è proprio la “carota” che la Natura utilizza per guidare il comportamento degli individui nel difficile gioco della sopravvivenza (la paura è il corrispondente “bastone”). La ricerca del piacere è quindi l’attività fondamentale di qualunque specie animale. Ovviamente, il sesso è una di quelle attività “utili” che viene marcata come “desiderabile” dal piacere. Anzi: è l’attività utile e desiderabile per eccellenza. l’Uomo (e la Donna) passano quindi gran parte del loro tempo alla ricerca di sesso e nel farlo mettono a frutto tutte le abituali caratteristiche di creatività, aggressività, competitività e curiosità tipiche della nostra specie. Per questo motivo, il mondo della riproduzione umana è uno spettacolare caleidoscopio di comportamenti che vanno dal romantico, al bizzarro, al decisamente patologico.

Questa complessa situazione è solitamente ben chiara agli adulti (anche se non a tutti…) ma è assolutamente sconosciuta ed incomprensibile per i bambini. Nessuno di noi si vuole trovare nella situazione di dover spiegare ai propri figli di nove anni cosa intendeva fare il Signor A alla Signora B con l’attrezzo C, per cui una certa attività di censura è inevitabile.

Questo è particolarmente vero per quanto riguarda il World Wide Web. Come è noto, basta cercare “sex” con Google per trovarsi nell’imbarazzo della scelta. Sono letteralmente milioni i siti pornografici che forniscono “assaggi” più o meno espliciti dei loro contenuti. Questi “campioni” sono accessibili a chiunque e rappresentano un serio problema per chi ha dei figli piccoli e li vuole abituare all’uso della Rete.

Ovviamente, esistono e vengono largamente utilizzati degli appositi strumenti di censura “client-side”, come i firewall ed i proxy anti-porno. Resta però difficile lasciare un minore davanti al PC senza la sorveglianza di un adulto perché basta un errore nella configurazione del proxy, l’omissione di una URL nel suo database od un ragazzino troppo sveglio per trovarsi a dover dare le spiegazioni di cui abbiamo già detto.

Quello che manca, è un efficace controllo “server-side”, messo in atto (magari per legge) dai titolari dei siti e dei servizi destinati agli adulti. Un controllo di questo tipo, tuttavia, richiede strumenti adatti che, al momento non sembrano essere disponibili. In buona sostanza, manca un sistema che permetta di rispondere alla domanda “quanti anni ha l’utente di questa pagina?”

Qui di seguito, esamino la situazione esistente ed alcune possibili soluzioni.

Strumenti di identificazione

Per quanto possa sembrare folle, il primo strumento usato per determinare l’età dell’utente, e finora anche l’unico, è stata la… certa di credito. Dato che bisogna essere maggiorenni per poter ottenere una carta di credito, se l’utente è in grado di fornire un numero di carta di credito valido, si può dedurre che sia maggiorenne. Od almeno così potrebbe sembrare.

In realtà, in USA ed in altri paesi, è abbastanza diffusa la pessima abitudine di fornire ai figli una carta di credito per le spese correnti (spesso associata ad un conto corrente di limitate dimensioni). La carta è intestata ai genitori e risulta quindi appartenere ad un maggiorenne. In altri casi, la carta è accessibile ai minori semplicemente perché non viene adeguatamente custodita dal titolare. Di conseguenza, il fatto che l’utente sia in grado di fornire un numero di carta di credito non significa affatto che egli sia maggiorenne.

Inoltre, una volta che il fornitore di servizi sia entrato in possesso del numero della carta di credito lo può utilizzare per effettuare un addebito. In altri termini, l’utente non può essere sicuro che i dati che è costretto a fornire per dimostrare la sua maggiore età non vengano usati per derubarlo.

Questa tecnica è stata usata dai siti a forte contenuto pornografico agli esordi del WWW ma è ormai caduta in disuso a causa delle ovvie implicazioni di sicurezza. Molti di questi siti, infatti, si limitavano ad usare questa tecnica per invogliare i minori a fornire loro i dati della carta di credito dei loro genitori (o di quella di uno stepfather particolarmente sgradito). Una volta ottenuti i dati necessari, si limitavano a svuotare i conti correnti ed a sparire nel nulla.

In linea di principio, sarebbe possibile utilizzare a questo scopo strumenti meno sensibili a problemi di sicurezza, come il Social Security Number americano o il Codice Fiscale italiano. Purtroppo, però, nemmeno in questo caso si può avere una ragionevole certezza che i dati forniti non appartengano ad un adulto inconsapevole. Di fatto, in questo momento non esiste nessuno strumento di larga diffusione che possa essere usato a questo scopo.

La situazione potrebbe cambiare nel prossimo futuro, con l’introduzione di carte d’identità digitali utilizzabili anche online, come la famosa/famigerata “Carta Nazionale dei Servizi” italiana. Finora, però, gli strumenti “statali” di questo tipo, com’è appunto la CNS, sono stati pensati per funzionare solo con Windows. Sia gli utenti Apple che gli utenti Unix (insieme circa l’8% del mercato) sono esclusi dall’uso di questi strumenti.

Al momento, questa follia può essere superata solo usando strumenti “privati” come gli ID Token di Aladdin, che vantano un ottimo supporto multipiattaforma, od altri tipi di Smart Card.

Tecniche biometriche

Una possibile risposta a questo problema potrebbe venire dalla biometria. Il corpo di un bambino è decisamente diverso da quello di un adulto e queste differenze possono essere usate per effettuare un primo screening, anche usando soltanto le periferiche disponibili su un normale PC.

Ad esempio, la tastiera può essere usata per misurare (a grandi linee) le dimensioni della mano dell’utente. Se provate a premere nello stesso momento i tasti ESC, CTRL e F8, vedrete che è necessaria la mano di un adulto per riuscirci. Lo stesso avviene per le combinazioni ALT + ESC + F9, ALT + CANC + F7 e ALT + END + F8. Ovviamente, perché questa tecnica di misurazione possa funzionare è necessario scegliere combinazioni di tasti adeguate (almeno uno dei tasti deve essere un tasto unico, come ESC, END o CANC) e si deve impegnare l’altra mano chiedendo all’utente di compiere qualche operazione con il mouse. All’interno di una pagina web è abbastanza semplice effettuare queste operazioni usando gli eventi onmousedown e onkeydown di JavaScript.

Tuttavia, è abbastanza facile superare questa verifica se si è in due davanti alla tastiera. I ragazzini hanno spesso l’abitudine di giocare a coppie, od a piccoli gruppi, per cui questa tecnica è, di fatto, inutilizzabile.

In linea di principio, si potrebbe anche usare la webcam integrata in molti PC per effettuare una valutazione biometrica del volto dell’utente. Usando qualche banale accorgimento software (leggere anche il movimento dei tratti del viso e/o chiedere all’utente di pronunciare una determinata frase e misurare il movimento delle labbra) sarebbe possibile evitare di farsi ingannare da una foto o da un filmato presentato su un display LCD. Tuttavia, strumenti di questo tipo, inevitabilmente, non si limitano a misurare la probabile età dell’utente ma ne stabiliscono anche l’identità. Questo porta ad una inutile e pericolosa violazione della privacy.

In realtà, tutte le tecniche biometriche che permettono di determinare l’età sulla base dello sviluppo di una parte del corpo possono essere facilmente usate anche per stabilire l’identità dell’individuo. Di conseguenza, sono tutte ugualmente criticabili. Questo vale anche per tecniche biometriche di tipo “comportamentale” come il modo di scrivere alla tastiera. Con lo sviluppo e l’esperienza, l’uso della tastiera si fa più fluido. Grazie a questo si può stabilire, a grandi linee, quale sia l’età dell’utente ma, per nostra sfortuna, si può anche stabilire la sua identità.

Misurare il vuoto, anziché il pieno

Da molti punti di vista, è più facile riconoscere un adulto da un bambino che fare il contrario. Il normale processo di invecchiamento ci priva inesorabilmente di alcune capacità e lo fa in un modo estremamente caratteristico. Ad esempio, con l’invecchiamento si perde la capacità percepire i suoni a frequenza più elevata (intorno ai 20Khz), i riflessi rallentano e la vista peggiora. Queste caratteristiche possono essere misurate usando le normali periferiche del PC (tastiera, mouse, microfono, casse audio, display, etc.) per cui è teoricamente possibile usare delle tecniche biometriche per riconoscere un adulto da un bambino.

Purtroppo, però, è anche abbastanza facile per un bambino (“sveglio” e determinato) imitare le deficienze caratteristiche dovute all’età.

Questa tecnica, quindi, sarebbe forse più utile per impedire l’accesso agli adulti ai quei contesti riservati ai bambini (insomma, una prima linea di difesa anti-pedofili). In queste situazioni, infatti, sarebbe l’adulto a dover imitare il comportamento più performante del bambino e questo sarebbe molto più difficile. Un bambino può far finta di non sentire un suono a 20Khz, imitando una carenza specifica dell’età adulta, ma un adulto non può “far finta” di sentire lo stesso suono a 20Khz, imitando una capacità specifica del bambino (se non usando una apposita strumentazione tecnica).

Tecniche psicometriche

in realtà, il tipo di controllo che risulta più difficile ingannare è quello di tipo psicometrico. Nel corso degli anni, gli psicologi hanno sviluppato vari tipi di test per verificare l’età (mentale) degli individui, come i test Stanford-Binnet. Questi test sono in grado di determinare l’età dell’utente con notevole precisione e resistono molto bene ai tentativi di inganno. Purtroppo però questi test sono anche molto lunghi ed impegnativi (centinaia di domande a risposta multipla e almeno un’ora di tempo), per cui non sono utilizzabili sul web.

Probabilmente, il massimo che si può fare sul web è un semplice “quiz” di meno di dodici domande a carattere strettamente “storico-culturale” (chi era il presentatore del “Musichiere”, etc.). Con un test di questo tipo è ancora possibile determinare in modo molto approssimativo l’età dell’utente. Tuttavia, si deve mettere nel conto la possibilità che i minori si organizzino e comincino a raccogliere in una tabella tutte le domande che il sistema potrebbe fare e le relative risposte (prese da Wikipedia). In un mondo in cui l’informazione è così facile da reperire, non è il caso di usare informazioni che dovrebbero, in teoria, essere note solo agli adulti come strumenti di verifica.

Se non si può fare affidamento su informazioni note solo agli adulti, si deve fare affidamento su test strettamente psicologici e questo è decisamente fuori della portata di un quiz di dodici domande.

Conclusioni

Al momento, l’unico vero modo di verificare l’età dell’utente seduto davanti al PC sarebbe una Smart Card rilasciata da un ente privato (ID Token di Aladin caricata con dei certificati digitali Thawte e cose simili). Questo è anche l’unico vero modo di verificarne l’identità. Tutte le altre tecniche sono discutibili, per vari motivi, o facilissime da ingannare.

Tuttavia, questo non ci esime dall’utilizzare le soluzioni parzialmente funzionanti, come la misurazione biometrica delle dimensioni della mano usando una combinazione di tasti sulla tastiera o come i quiz di carattere storico-culturale. Soprattutto, questa situazione non ci esime dallo studiare il problema e dal cercare di risolverlo.

Personalmente, sarei felice di vedere qualche lavoro di ricerca di tipo biometrico o psicometrico su questo tema.

Alessandro Bottoni

Luglio 22, 2007

Il Sè e la Coscienza

Archiviato in: Neuroscienze — alessandrobottoni @ 11:55 am

Questo articolo è nato come contributo personale ad una discussione che ha avuto luogo a Luglio 2007 sulla mailing list dell’UAAR di Venezia e che riguardava il rapporto tra Mente e Cervello.

 

Il tono dogmatico delle mie asserzioni, quasi arrogante, è dovuto al fatto che ho avuto solo il tempo di scrivere l’indispensabile, senza poter “addomesticare” il testo. Abbiate pazienza…

 

Potete approfondire l’argomento su questi testi:

 

Il Cervello e il Mondo Interno (The Brain and The Inner World)

di Oliver Turnubull e Mark Solmes

Raffaello Cortina Editore 2004

Collana : Scienza e idee

Pagine: 390

Prezzo : € 29,80

 

 

La macchina dei memi

Susan Blackmore

Instar Libri – 2007

ISBN 8846100433

Euro 18,60 a Luglio 2007

 

 

Di cosa stiamo parlando

Stiamo parlando di questi due “oggetti filosofici” strettamente correlati tra loro:

  1. Il nostro senso di identità personale, cioè quella cosa che ci fa dire che siamo le stesse persone di dieci anni fa, che siamo la persona che ha certe convinzioni, che ha detto certe cose, che ha fatto altre cose, etc. Questa cosa si chiama “sè” o “io”. L’io è anche il referente di ogni nostro attributo (simpatico, burbero, alto, basso, etc.) e di ogni nostra proprietà (la mia auto, il mio cavallo, etc.).

  2. La nostra coscienza di esistere, cioè quella cosa che ci permette di capire che se qualcosa va male durante un sorpasso, domani non ci sarà più un “io” a dolersene.

 

Il modello classico dell’Io e della coscienza

Si dai tempi dei filosofi greci (3500 anni fa) si è sempre ipotizzato che il nostro io fosse una entità cosciente che siedeva dietro i nostro occhi e guardava il mondo attraverso di essi, una specie di “homunculus”.

 

 

La moderna neurologia ha migliorato di molto la comprensione di questo “fenomeno” ma non ha spostato in modo significativo il perno del problema. Grazie alle tecniche di brain imaging (NMR-imaging, TAC e roba simile), siamo riusciti a capire che alcune funzionalità di alto livello, come il linguaggio, possono essere localizate in aree particolari del cervello (Broca e Wernicke). Questo vale anche per il sé, che si tende a localizzare da qualche parte nei lobi frontali, o per le emozioni, che vengono localizzate da qualche parte nell’ipotalamo o in altre strutture interne del cervello.

 

 

Il problema è che, anche cambiando nome all’homunculus, si continua a cercare il posto dove esso siede. Anche quando si ammette che non esiste un singolo homunculus, si continua a cercarne i vari pezzi all’interno del cervello.

 

 

Questo è fuorviante. Una interpretazione più utile dei fenomeni dell’io e della coscienza ci viene da alcuni recenti sviluppi delle neuroscienze che sono ben descritti da Turnbull e Solmes nel loro “Il cervello e il mondo interno”.

 

 

A questi occorre aggiungere una certa dose di memetica. Il libro di Susan Blackmore “La macchina dei memi” rappresenta forse la migliore interpretazione della memetica che sia utile ai nostri fini.

 

 

Hardware e Software, Mente e Cervello

Chiariamo subito che la mente può essere considerata, a tutti i fini pratici il software del nostro cervello. Si tratta quindi di una somma di dati (memoria) e algorimi (comportamenti) che dà origine ad un oggetto astratto e molto complesso, formato essenzialmente da “informazioni”.

 

 

Così come hardware e software non hanno il benchè minimo problema a comunicare tra loro, così non hanno nessun problema a comunicare tra loro mente e cervello. Non siamo quindi di fronte al classico “dualismo cartesiano”.

 

 

Il sé e la coscienza di MS Windows

Qualunque sistema operativo attuale, da MS Windows aLinux, a MacOS X a Sunsoft Solaris, a BSD, è un oggetto estremamente complesso che svolge migliaia di funzioni, molte delle quali in parallelo e molte delle quali invisibili agli utenti.

 

 

Nonostante questo, Windows non ha la benchè minima idea di essere Windows. Meno che mai, ha coscienza di essere una particolare sessione di una particolare installazione di MS Windows e di essere installato su una particolare macchina ospite. Al massimo, ha una routine o due che “rispondono” con la stringa di testo “MS Windows”, o con un nome personale come “Web_Server_4”, quando vengono invocate, in modo da permettere agli altri PC di una rete di sapere “con chi stanno parlando”. Meno che mai, Windows si rende conto che se qualcuno inciampa nel cavo di alimentazione della macchina, quella particolare sessione di quella particolare installazione di Windows è persa per sempre. Dopo il reboot, avremo a che fare con un nuovo Windows che ha una memoria solo parziale di ciò che è successo prima (avrà memoria solo di ciò che è stato scritto sul disco fisso).

 

 

La nostra Matrix personale (o SecondLife)

Ma un sistema operativo può ospitare un programma di simulazione. Questo programma di simulazione può simulare il nostro universo fisico ed il nostro ambiente sociale, come avviene già adesso (in maniera alquanto rozza) con SecondLife ed altri universi virtuali dello stesso genere.

 

 

Questo programma di simulazione può essere messo in relazione con il mondo esterno usando appositi sensori e può agire sul mondo esterno usando appositi attuatori. Ad esempio, Flight Simulator di MS può raccogliere i dati atmosferici dalle stesse fonti usate dalle torri di controllo degli aeroporti ed usare queste informazioni per simulare il tempo esterno all’interno del suo mondo simulato. Se Flight Simulator avesse accesso ai comandi di un aereo vero, potrebbe tranquillamente pilotarlo da Roma a San Francisco esattamente come fa un piota umano.

 

 

Questa è esattamente la tecnologia usata per pilotare i famosi UAV (Unmanned Aircraft Vehicle): si raccolgono informazioni sul mondo esterno con appositi senspori (telecamere, radar, sensori atmosferici, etc.) e si simula il mondo esterno all’interno del computer dell’UAV. L’UAV fa i suoi “ragionamenti” usando questo modello interno. Quando ha verificato che quello che “vuole” (o “deve”) fare può essere fatto, manda gli impulsi necessari alle superfici di controllo del veicolo.

 

 

Questo è anche il modo in cui funziona la mente umana. Noi non possiamo avere nessuna esperienza diretta del mondo esterno. Di esso possiamo sapere solo ciò che ci raccontano i nostri sensi (occhi, orecchie, mani, palato, etc.). Di fatto, non possiamo nemmeno sapere se il mondo là fuori esiste veramente o meno (Vedi “Simulism”). Tutto quello che possiamo fare è raccogliere queste informazioni sul mondo esterno, costruire un modello di quel mondo dentro la nostra testa (usando una specie di simulatore), fare i nostri ragionamenti (cioè le nostre previsioni o le nostre simulazioni) sul nostro modello e, quando decidiamo di agire, trasmettere i comandi necessari ai nostri attuatori (mani, piedi, lingua, etc.).

 

 

Dentro questa nostra Matrix personale non viene simulato solo il mondo fisico (strade da percorre in auto, clima, mobili della stanza etc.) ma anche il nostro mondo sociale (i nostri genitori, il nostro coniuge, i nostri figli, gli amici, i parenti, i conoscenti, i colleghi ed i nemici).

 

 

Ogni nostro “ragionamento” è una simulazione che viene effettuata su questo simulatore, sui suoi oggetti e sui suoi avatar (i “pupazzi” che usiamo per rappresentare le persone). Ogni nostra simulazione è sicura: possiamo simulare cosa avverrebbe se andassimo a sbattere con l’auto contro un muro senza richiare di ammazzarci. Possiamo simulare cosa avverrebe se ci “dichiarassimo” alla profe di francese senza rischiare di perdere la faccia. Possiamo usare queste simulazioni per immaginare cosa accadrebbe, prima di fare le cose nella realtà. Questa è l’immaginazione.

 

 

Il nostro Avatar personale

Dentro la nostra Matrix personale, c’è anche un modello di noi stessi, il nostro avatar personale. Questo avatar è stato costruito nel corso degli anni attribuendo ad uno dei vari puppazzetti del nostro modello tutte quelle caratteristiche che sappiamo appartenere a noi: lui è colui che possiede la nostra macchina, lui è colui che ha detto le cose che noi abbiamo detto, lui è colui che ha fatto le cose che noi abbiamo fatto.

 

 

Questo avatar è il nostro io. Nient’altro lo è.

 

 

Il senso di indentità personale

Quando noi pensiamo a noi stessi, in realtà stiamo pensando a questo avatar ed a tutte le cose che, nel corso degli anni gli abbiamo attribuito. Ci identifichiamo con esso all’interno della nostra Matrix.

 

 

I nostri lobi frontali, l’area di Wernicke, quella di Broca e l’Ipotalamo non sono in grado di maturare la coscienza comune di essere qualcosa di unitario. Sono semplicemente dei dispositivi che svolgono il loro lavoro, non molto diversi dai vari driver e dai vari programmi che compongono MS Windows. Questi oggetti si limitano a far coincidere il concetto di “io” con quell’avatar.

 

 

La coscienza

Nello stesso modo, nessuno dei nostri componenti hardware è più cosciente di esistere di quanto lo sia un disco fisso. Il concetto stesso di “esistenza in vita” e di “coscienza di esistere” è applicabile solo a quell’avatar. Più esattamente, questi sono due dei suoi attributi. Gli vengono attribuiti dal sistema che genera il modello, esattamente come l’attributo di “possedere la nostra auto” o “avere i capelli del nostro colore”.

 

 

L’Anima Immortale ed il Mind Uploading

A differenza di un computer, il nostro cervello non ha il disco fisso. Non può “salvare lo stato del sistema su disco”. Tutte le informazioni e gli algoritmi che compongono il nostro software vivono in un memoria che è tecnicamente equivalente alla RAM dei PC: se si toglie l’alimentazione (l’ossigeno), questa memoria perde le sue informazioni. Se anche si sopravvive a questo “reboot”, ciò che troviamo dall’altra parte di questa esperienza è un sistema che non ha più memoria di ciò che è stato prima. Si deve reimparare a mangiare, a respirare, a camminare, etc.

 

 

Se fosse possibile salvare lo stato della nostra mente su disco fisso (o su DVD), la morte non esisterebbe. Si farebbe un banale backup&restore, esattamente come con il software ed i dati di un PC. Si potrebbe anche trasferire la mente da un corpo all’altro, esattamente come quando si sposta il materiale da un PC all’altro. Si potrebbero anche ottenere più copie della stessa mente (della stessa persona).

 

 

Se il nostro cervello avesse il disco fisso, l’anima sarebbe immortale. Non lo è soltanto per un limite tecnico (una delle molte dimostrazioni lampanti che il nostro corpo NON è il risultato di un “intelligent design”).

 

 

Noi, Vettori di Memi, ed i Memi Immortali

Ma noi siamo anche vettori di memi (idee, in buona sostanza). Cerchiamo memi, li adottiamo, li facciamo crescere, li coltiviamo, li curiamo e li diffondiamo nell’ambiente circostante.

 

 

Questi memi non dipendono da noi per sopravvivere. Questi memi possono essere salvati su un supporto permanente (disco fisso, carta, lapidi di pietra, edifici, tecnologie, poemi, etc.). Questi memi possono essere trasferiti in una nuova mente ospite (scuola) e possono essere clonati. Questo memi sono immortali.

 

 

Gran parte di ciò che noi siamo per gli altri è rappresentato dai memi che decidiamo di ospitare. Questi memi possono essere salvati su disco e trasmessi ai posteri.

 

 

Alessandro Bottoni

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