Internet


Stamattina ho rilasciato una brevissima (180 secondi) intervista video ad un gentilissimo giornalista di RaiNews24 sul tema del Wi-MAX. Si è parlato di come è andata l’asta e di come si presenta il futuro. In attesa di vedere l’intervista sul satellite (e sul sito web di RaiNews24) vi riporto qui di seguito le stesse considerazioni che ho fatto durante l’intervista.

 

Non aste ma opere di bene

Lo spettro radio (almeno per come è utilizzato ora) è una risorsa limitata ed è una risorsa vitale per le nostre società. In questo è esattamente uguale all’acqua: è assolutamente necessaria e ce n’é poca. Per questa ragione, la semplice idea di permettere che sia il libero mercato a decidere dell’assegnazione di queste risorse limitate è già agghiacciante. Questo meccanismo, infatti, permette che succeda quello che è successo ad Aprilia con l’acqua potabile: si è messo all’asta l’acquedotto, una società svizzera se l’è comprato e adesso impone un odiosissimo e salatissimo balzello sull’acqua potabile a tutti gli abitanti della zona. Gli “utenti” si sono ritrovati in ostaggio di un imprenditore senza scrupoli.

 

Le risorse vitali e limitate, come l’acqua e lo spettro radio non possono essere messe all’asta. Devono essere assegnate sulla base di criteri di utilità sociale ed il loro reale utilizzo deve essere attentamente sorvegliato da una autorità democraticamente eletta. Se questo vi sembra incomprensibile, sappiate solo che la nostra cultura viaggia su quelle onde radio: la TV, la Radio, Internet, i telefoni cellulari ed ogni altra diavoleria moderna si basano sulle onde radio per trasmettere il loro segnale. Chi possiede quelle frequenze, può decidere che cosa noi possiamo trasmettere e che cosa possiamo ricevere, cioè che cosa possiamo conoscere. La nostra idea del mondo e della vita politica dipende da questo. Non ci può essere una vera libertà di giudizio, e quindi una vera democrazia, se non c’è la dovuta libertà di comunicazione.

 

Una boccata d’AriaDSL fresca…

Per fortuna, all’asta del Wi-MAX è intervenuto un imprenditore israeliano, David Gilo, che, attraverso il provider umbro AriaDSL, ha fatto incetta di licenze. Gilo ha speso circa 45 milioni di euro per accapparrarsi le licenze necessarie. La sua presenza ha fatto scappare a gambe levate sia Wind che MediaSet, con sollievo di noi tutti.

 

Però… però David Gilo è un investitore straniero. Ha speso un sacco di soldi e dovrà spenderne ancora molti prima di avere un ritorno economico. Non lo fa certo per beneficenza. Questo vuol dire che comunque i prezzi del servizio saranno nettamente più elevati di quello che avrebbero potuto essere. Probabilmente, questo vuole anche dire che non è del tutto scongiurato il rischio di un “cartello”. Gli operatori del Wi-MAX sono pochi (meno di mezza dozzina), tutti piuttosto grossi (Telecom…), hanno speso tutti un sacco di soldi ed alcuni di loro (sempre Telecom…) hanno anche le licenze dell’UMTS. Chi glielo fa fare di mettersi l’uno contro l’altro in una guerra di prezzi?

 

Anche la copertura del territorio potrebbe risentirne. Chi glielo fa fare a questi imprenditori di spingersi nel bel mezzo della Sila o dell’Aspromonte quando c’è ancora tanto mercato da sfruttare a Roma, Napoli, Torino e via dicendo?

 

Francamente, ci sarebbero voluti i comuni, i piccoli provider (meno di un milione di euro l’anno di fatturato) ed i privati più “sognatori” per poter guardare al futuro con ottimismo.

 

Ancora Telecom?!

E poi c’è la nota dolente di Telecom… Riusciremo mai a toglierci dai piedi questo flagello? Telecom è la sola azienda conosciuta che sia riuscita a collezionare i seguenti record:

 

  • Ai tempi dei modem, Telecom era nota per fare concorrenza sleale ai suoi stessi rivenditori (tra cui l’azienda per cui lavoravo a quei tempi). In tempi più recenti, Telecom ha fatto lo stesso nei confronti di molti suoi concorrenti, fino al punto di costringere l’AGCOM ad intervenire. Telecom si è beccata decine di denunce per questo motivo. In qualunque altro paese, Congo incluso, il presidente dell’azienda incriminata sarebbe finito in galera per questo. Da noi è finito… Vabbè, questo è gossip…

  • Telecom è riuscita a meritarsi la prima “Class Action” organizzata in Italia. Si può dire, con un margine di errore abbastanza ridotto, che la Class Action è stata inserita nell’ordinamento italiano proprio per mettere un freno ai comportamenti scorretti di questa azienda nei confronti dei suoi clienti (e dei clienti dei suoi concorrenti).

  • Telecom è l’unica azienda nota che sia quasi riuscita a fallire pur agendo in regime di quasi monopolio sul suo mercato. Nemmeno le industrie di stato di Stalin erano mai riuscite a fare altrettanto.

 

Il fatto che Telecom sia presente nel mercato Wi-MAX (continuando a mantenere le sue licenze UMTS) è, già da solo, un serio motivo di sconforto.

 

Lo spettro radio è infinito

Comunque, questo discorso rischia di diventare storia prima di diventare un discorso serio. La tecnologia evolve più rapidamente delle leggi e persino del libero mercato. L’evoluzione delle tecnologie Spread Spectrum e Cognitive Radio, ed i movimenti come Open Spectrum, fanno sperare che in un futuro abbastanza vicino lo spettro radio possa essere considerato infinito o, almeno, molto più ampio di come appare adesso.

 

Non resta che guardare avanti (e tenersi alla larga da Telecom…).

 

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it

 

 

PS: Se pensate che stia diffamando Telecom, vi invito a leggere questi articoli:

 

http://www.oneadsl.it/20/02/2008/telecom-si-impegna-ad-evitare-la-concorrenza-sleale/

http://forum.antidigitaldivide.org/showthread.php?t=255

 

Come potete vedere dal link che segue, la ricerca di “telecom concorrenza sleale” su Google restituisce la bellezza di 10400 risultati.

 

http://www.google.com/custom?q=telecom%20%22concorrenza%20sleale

 

Telecom stessa è stata costretta, dall’AGCOM, in diverse occasioni, a riconoscere la slealtà dei suoi comportamenti commerciali.

 

Se seguite le discussioni che avvengono su Punto Informatico (http://punto-informatico.it/) saprete che è in corso un’accesa discussione attorno al concetto di anonimato. A questa discussione abbiamo partecipato anche Athos Gualazzi (Presidente della Associazione Partito Pirata), Frieda Brioschi (Presidente di Wikimedia Italia) ed io. Per le persone interessate, riporto qui di seguito un sommario delle mie personalissime posizioni su questo tema.

 

L’anonimato del fruitore

Sarebbe ora che le nostre Società e le nostre Leggi riconoscessero formalmente un principio ovvio: l’ònere del controllo su ciò che viene distribuito deve ricadere sulle spalle del “distributore”, non del “fruitore”. Deve essere chi mette a disposizione di altri un prodotto (una cassa di mele, una informazione) od un servizio (la linea telefonica, una piattaforma web) a verificare, sotto la sua responsabilità, che la transazione che propone ai suoi utenti non vìoli i diritti di qualcun’altro (ricettazione, violazione del copyright, diffamazione) o qualche legge (spaccio di stupefacenti, incitazione al reato). Internet ed il World Wide Web non sono diversi da qualunque altro “mercato” da questo punto di vista. Nessuno di noi accetta di essere ritenuto responsabile per ciò che acquista in un negozio (fosse anche rubato) e, in modo analogo, nessuno di noi accetta di essere ritenuto responsabile di ciò che legge sul web o di ciò che scarica da Internet. Se qualcuno lo ha reso disponibile, gratuitamente o meno, è questa persona che deve risponderne, non noi “fruitori”.

 

Il “fruitore” (lettore, consumatore, spettatore, etc.), in quanto figura “passiva” dovrebbe essere lasciato in pace. Ogni tentativo di sorvegliare o controllare le sue azioni di “consumo” dovrebbe essere aspramente contrastato. Questo è il caso, ad esempio, dei molti tentativi in atto di limitare l’accesso ad Internet, ad alcuni siti web o ad alcuni servizi. Questi tentativi vanno contrastati. Internet ed i suoi servizi (inclusi i sistemi P2P), proprio in quanto “servizi”, non sono utilizzabili solo a fini criminali e non possono quindi essere messi al bando in questo modo. Ne risultano lesi in modo evidente dei diritti del cittadino che non possono essere ignorati.

 

L’anonimato del fruitore è una evidente ed irrinunciabile necessità in una società democratica. Deve essere possibile leggere i giornali, ascoltare gli oratori e “consumare” film, musica ed altri media senza essere identificabili e rintracciabili. Questi “media” sono, per l’appunto, ciò che “media” la nostra cultura. La nostra cultura è ciò su cui si basa il nostro giudizio, anche a livello politico. Chi riesce a controllare ciò che possiamo consumare, può decidere che opinione possiamo farci del mondo in cui viviamo, della nostra vita e di chi ci comanda. Non ci può quindi essere democrazia là dove il “fruitore” non può agire liberamente e nell’anonimato.

 

L’anonimato dell’attore

Anche chi “produce” informazioni e servizi deve poter restare anonimo, almeno in determinate situazioni. Questo è fondamentale per permettere a chi ha qualcosa di “scomodo” da raccontare di poterlo fare senza timore delle conseguenze. Gran parte della malefatte che vengono commesse, soprattutto quelle commesse dai potenti in una società democratica, hanno bisogno del segreto per poter essere compiute. Basti pensare agli scandali Parmalat, fondi argentini e via dicendo. Per questa ragione è necessario che, almeno in certe condizioni, questo segreto possa essere violato. Per poterlo violare senza timori, è necessario che il “delatore” possa agire in modo anonimo.

 

Questo però non può voler dire che l’anonimato debba (o possa) essere difeso in modo generalizzato ed indistinto, neanche all’interno di un singolo, determinato contesto. Per essere chiari: non ha senso pretendere che Internet, solo perchè è Internet, debba essere un mondo di anonimato e di impunità. Internet è un “contesto sociale” come qualunque altro. Non è diversa da New York o dal club dei cuori solitari. Come qualunque altra Comunità, non può fare altro che appoggiarsi al concetto di responsabilità individuale per garantire il rispetto degli individui che ne fanno parte. E non ci può essere responsabilità individuale là dove non esiste una identità individuale riconoscibile e rintracciabile. Per questo, su Internet come ovunque, è necessario che (almeno) chi agisce (chi vende, pubblica, mette a disposizione di altri) sia identificabile e rintracciabile.

 

Questo è un concetto che viene spesso travisato. Non appena si sostiene la necessità di rendere identificabili e rintracciabili gli attori di Internet, si viene accusati di voler tracciare gli utenti della Grande Rete. Non è così. Attori e utenti sono cose diverse, come abbiamo appena spiegato. Pretendere di sapere chi agisce (pubblica, rende disponibile al pubblico, produce, fornisce servizi, etc.) non vuol dire pretendere di sapere anche chi consuma (compra, legge, scarica, etc.).

 

Comunicazione, Condivisione e Pubblicazione

A questo punto, diventa indispensabile distinguere tra comunicazione, condivisione e pubblicazione. Prima però, bisogna chiarire il concetto di informazione.

 

In questo contesto, una informazione è qualche cosa che può essere tradotta e scambiata facendo uso del linguaggio naturale (la parola scritta o parlata) senza una sostanziale perdita di valore. L’informazione non è un file. Un file è un materiale digitale che può essere nuovamente scambiato nella sua forma originale, od in una equivalente dal punto di vista del fruitore, ma che non può essere “raccontato a parole” senza una sostanziale perdita di valore. La frase “OpenOffice gira anche su Windows” è una informazione che può essere resa a aprole, anche in altre lingue. OpenOffice.exe, FreeTime.MP3 e Armageddon.DivX sono materiali digitali che non possono essere “resi” a parole.

 

La comunicazione avviene tra due o più persone che si scambiano informazioni all’interno di un contesto chiuso. Un contesto è chiuso quando pone delle barriere “burocratiche” all’accesso (oltre alle inevitabili berriere tecniche). Una mailing list è un contesto chiuso perchè è necessario registrarsi e rendersi reperibili (via e-mail) per partecipare alle discussioni. Un blog è un contesto aperto perchè chiunque può leggerlo, senza dover superare alcuna barriera.

 

La condivisione avviene tra due o più persone che si scambiano materiali (digitali o meno) all’interno di un contesto chiuso. Una mailing list è un contesto chiuso perchè è necessario registrarsi e rendersi reperibili (via e-mail) per partecipare alle discussioni. Una rete P2P come eDonkey è un contesto aperto perchè chiunque può accedervi, senza dover superare alcuna barriera (a parte l’inevitabile barriera tecnica rappresentata dalla installazione e dall’uso del programma client).

 

La pubblicazione (o diffusione) ha luogo quando una o più persone rendono disponibili delle informazioni o dei materiali a chiunque attraverso un media di qualunque tipo (un banchetto in piazza, Internet, etc.). Nel caso si tratti di informazioni, si parla di pubblicazione. Nel caso si tratti di materiali (digitali o meno) si parla di diffusione.

 

Ora è abbastanza ovvio che la comunicazione deve essere assolutamente libera e, quando tutti i partecipanti sono d’accordo, deve poter avvenire in modo anonimo. Spero vivamente che non sia necessario spiegare perchè questo deve essere possibile.

 

All’altro estremo, è altrettanto ovvio che la pubblicazione e la diffusione non possono essere del tutto libere ed incontrollate. Innanzitutto, è necessario che chi diffonde informazioni e chi diffonde materiali sia nella posizione legale di poterlo fare. In particolare, per diffondere materiali coperti da copyright è necessario disporre delle necessarie autorizzazioni (“diritti”). Diversamente, ci si approprierebbe abusivamente di un diritto che appartiene chiaramente all’autore. Oltre a questo, è ovvio che chi diffonde informazioni e materiali si fa carico di molte responsabilità nei confronti dei suoi simili. Se queste informazioni danneggiano una persona od una organizzazione, senza che esista una adeguata “giustificazione” sociale o legale per questo danno, si ricade senz’altro nel reato di diffamazione. Se le informazioni non rispondono al vero, si cade nel reato di calunnia (o di diffusione di notizie false e tendenziose). Di conseguenza, la pubblicazione e la diffusione non possono essere anonime. Queste attività sono portatrici di responsabilità individuali ben precise e, come abbiamo detto, non ci può essere responsabilità individuale là dove non esiste una identità individuale riconoscibile e rintracciabile. In questo caso, l’anonimato diventerebbe semplicemente una via all’impunità nei confronti di banalissimi reati contro la persona e contro il patrimonio. Non ci può essere giustificazione per questo.

 

La condivisione di materiali ricade nel mezzo tra queste due situazioni. Da un lato è chiaro che deve essere possibile condividere materiali in un gruppo chiuso. Dall’altro è altrettanto chiaro che si deve essere in posseso dei necessari “diritti” per condividere qualcosa con altri.

 

Noi tutti possiamo essere in disaccordo con la attuale legge sul Diritto d’Autore, e con le varie leggi che regolano il diritto alla libertà di stampa in Italia e nel resto del mondo, ma non possiamo nemmeno sostenere la necessità di una totale anarchia in questi settori. Ciò di cui abbiamo bisogno è libertà, non impunità. Abbiamo bisogno di vedere riconosciuto il nostro diritto a fruire liberamente di informazioni e materiali, a condividere questi materiali in modo molto più ampio e permissivo di quello attuale ed a pubblicare le nostre opinioni in modo più libero e più garantito di quello attuale. non abbiamo però bisogno dell’impunità. Per questo non possiamo difendere l’uso dell’anonimato in maniera incondizionata.

 

Quando l’anonimato ha un valore

L’anonimato è un valore da difendere quando permette ad una persona di far conoscere ai suoi simili delle informazioni che possono rendere impossibile un reato nei loro confronti o possono sanarne le conseguenze. Se un dipendente, che fosse stato a conoscenza dei fatti, avesse fatto sapere all’opinione pubblica cosa stava succedendo all’interno di Parmalat o di Enron prima che questi colossi crollassero, questo anonimo dipendente avrebbe salvato molti risparmiatori dal danno prodotto su di loro da una truffa. Questo uso dell’anonimato è sacrosanto e va difeso.

 

L’anonimato è un valore quando viene usato per discutere apertamente della vita politica e dei suoi personaggi, al di là delle leggi che questi potenti emanano a difesa delle proprie malefatte. Una comunità democratica deve poter discutere apertamente dei potenti che la controllano per poter esercitare il suo controllo democratico su di essi. Questa discussione deve poter arrivare al punto di conoscere i dettagli della vita privata di queste persone perchè questi dettagli sono rilevanti ai fini delle loro scelte politiche.

 

L’anonimato NON è un valore quando serve solo a garantire l’impunità di un codardo che attacca e danneggia una o più persone senza che esista una reale giustificazione legale, sociale e politica per tutto questo.

 

Ciò di cui ha bisogno la nostra società non è l’impunità che deriva dall’anonimato, cioè quella impunità che deriva dalla possibilità di violare le leggi esistenti senza subirne le conseguenze. Ciò di cui ha bisogno la nostra società è la libertà di poter agire in un modo riconosciuto e difeso dalle leggi. Nei dettagli, io voglio poter condividere dei file con altre persone in modo legittimo e riconosciuto dalla legge. Voglio poter pubblicare fatti ed opinioni in modo garantito dalla legge (ed assumendone le responsabilità che ne conseguono). Non voglio essere costretto a ricorrere all’anonimato per violare una legge che non condivido.

 

Wikipedia, WordPress e simili

Sostenere la necessità di mantenere anonimi (o pesudonimi) gli autori di Wikipedia è completamente privo di senso. Chi scrive per Wikipedia si impegna sin dall’inizio a non esprimere opinioni personali ed a riportare solo fatti già noti e verificabili. Non c’è quindi nessun “diritto alla libertà d’espressione” da difendere. Non c’è nemmeno la necessità di difendere chi si dedica alla delazione per altruismo perchè, in ogni caso, non potrebbe farlo attraverso quelle pagine. L’anonimato degli autori su Wikipedia è solo un inspiegabile regalo che viene fatto a chi vuole diffamare e calunniare gli altri da un pulpito molto visibile con la certezza di restare impunito. Non c’è libertà in questo uso dell’anonimato. C’è solo impunità.

 

Un blog WordPress o Blogger esprime l’opinione personale della persona o del gruppo di persone che lo gestisce. Come tale, è sicuramente da difendere il diritto alla libertà di espressione. Non si capisce però per quale motivo si dovrebbe difendere il diritto di queste persone ad agire in modo anonimo. Pubblicando le proprie opinioni e le informazioni di cui sono in possesso si fanno carico della responsabilità che ne consegue e, di conseguenza, è del tutto legittimo pretendere che si rendano identificabili e rintracciabili. La responsabilità di rendere identificabili e rintracciabili gli autori non può cadere su nessun’altro che sul gestore della piattaforma tecnica.

 

I commenti meritano un discorso a parte. In linea di principio, dovrebbe essere il gestore del singolo sito o del singolo blog a pretendere che chi pubblica un commento si renda identificabile e reperibile. La responsabilità di ciò che scrive dovrebbe ricadere direttamente sull’autore. Ovviamente, il gestore del sito può anche decidere di farsi carico di un lavoro di “moderazione” dei commenti e, di conseguenza, di farsi carico in prima persona di ciò che pubblicano i suoi commentatori. Ciò che non è assolutamente ammissibile è che non ci siano responsabili.

 

Anche nel caso dei blog e, più in generale, del World Wide Web, non è quindi possibile pretendere di usare in modo indiscriminato lo strumento dell’anonimato. Questo porterebbe ad uno stato di caotica anarchia e di impunità generalizzata. Non so come la pensiate voi ma, per quanto mi riguarda, non è certo questa la Internet che sogno.

 

WikiLeaks, Freenet, Piano R* e Anonet

Nonostante tutto questo, sono sempre stato e resto un difensore di strumenti come WikiLeaks, FreeNet, Anonet e del “Piano R*” del Collettivo Autistici/Inventati (se non sapete di cosa sto parlando, fate buon uso di Google e di Wikipedia).

 

Perchè?

 

Perchè ogni comunità ha bisogno di uno spazio e di uno strumento che permetta di far emergere le informazioni sgradite ai potenti. Chi controlla la vita economica e politica del paese può erigere delle barriere insormontabili attorno ai suoi “affari” e la pubblicazione anonima di informazioni è il solo modo di scavalcare quelle barriere. Questo vale anche per la condivisione di materiali scomodi (film, immagini, documenti, etc.). Questo uso dell’anonimato è sacrosanto e va difeso.

 

Più precisamente, dovrebbe esistere una legge (un articolo della Costituzione) a difesa di questo uso dell’anonimato. Strumenti come quelli citati dovrebbero essere difesi dalla legge, non chiusi dal mandato di un giudice.

 

Ovviamente, è facile abusare di strumenti come questi. Si può usare FreeNet per pubblicare (o condividere) materiale coperto da copyright e materiale pedopornografico. Ma, a mio modestissimo avviso, questo è un prezzo da pagare per potersi permettere una democrazia funzionante.

 

In questo contesto, va anche tenuto presente che la tecnologia mette già da tempo a disposizione dei detentori dei diritti una serie di strumenti adatti a prevenire e perseguire le violazioni del copyright, come i watermark. Questo specifico problema può quindi essere risolto con la stessa facilità con cui possono avvenire le violazioni (fermo restando che l’uso dei watermark andrebbe bilanciato da una maggiore libertà di utilizzo dei materiali digitali).

 

In ogni caso, la nostra società deve tornare a riflettere sul tema dell’anonimato. Non è un mondo in bianco e nero e, purtroppo per noi, non è nemmeno vero che la giusta via stia nel mezzo. Si tratta di analizzare nel dettaglio migliaia di situzioni e combinazioni diverse, estrapolarne dei principi generali e dare vita a delle leggi che riescano ad equlibrare le necessità di una democrazia con quelle del mercato e dell’individuo. Non è un lavoro facile e non lo diventerà di più se si continuano a prendere delle posizioni “ideologiche” e pregiudiziali su questo tema.

 

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it

 

 

 

Visto che siamo condannati, nostro malgrado, alla seconda campagna elettorale in meno di due anni, vale la pena chiedersi cosa si può fare con Internet in campo politico. Si tratta, ovviamente, di una discussione del tutto oziosa. La politica (italiana, americana e di molti altri paesi) ha ben altri problemi, a partire da una assoluta incapacità di progettare e di mettere in atto soluzioni politiche di qualunque tipo (vecchie o nuove, non importa). Comunque, visto che siamo internauti e, nel mio specifico caso, anche operatori della Rete, si tratta di una analisi comunque necessaria. Si tratta peraltro di considerazioni valide anche per il mondo aziendale (manager) e sindacale.

 

Non vi romperò le balle con le solite fumosità “strategiche”. Qui si parla di strumenti e di opportunità, non di inesistenti “linee politiche”. Se avete qualcosa da dire, scrivetemi agli indirizzi che trovate in calce.

 

 

La Lingua Italiana

Il primo strumento sconosciuto della comunicazione politica in rete è, ovviamente, la lingua italiana. Non solo Antonio Di Pietro ma quasi qualunque politico italiano mostra un livello di disagio nell’usare la parola (orale e scritta) pari soltanto al disagio che questa gente prova di fronte ai magistrati.

 

 

A questo non c’è quasi rimedio. Per comunicare in modo comprensibile bisogna avere qualcosa (di accettabile) da dire, la volontà di dirla e la capacità tecnica di farlo. Gran parte dei nostri politici, dei nostri sindacalisti e dei nostri manager dimostra chiaramente di non avere idee da trasmettere, di non volerlo fare (per non esporsi o per non rivelare trame inconfessabili) e di non avere le competenze “comunicazionali” necessarie per farlo, a partire dalla lingua.

 

 

Internet non può fare nulla per questa gente. Sarebbe necessario fare loro un corso di pensiero razionale seguito da uno di grammatica, senza contare le varie discipline che sarebbe necessario infondere loro, dalla storia, alla sociologia, alla fisica, alla medicina… Non c’è speranza di cavarne qualcosa di utile.

 

 

I Blog

Un blog (come quello che state leggendo) serve ad uno scopo preciso: far conoscere al resto del mondo (inclusi gli avversari) qual’è la propria linea politica. Ovviamente, per far conoscere agli altri una linea politica, bisogna prima averla. Questo spiega perchè molti uomini politici e molte organizzazioni non hanno un loro blog o, se lo hanno, questo è riempito con il solito “lorem ipsum”.

 

 

Altrettanto naturalmente, in assenza di una linea politica visibile (e condivisibile), gli elettori voteranno semplicemente per qualcun altro.

 

 

Al giorno d’oggi, creare e gestire un blog non richiede né soldi, né server, né competenze tecniche né particolari competenze comunicative. Basta visitare http://wordpress.com/ , rispondere a due o tre domande e cominciare a scrivere. Provare per credere.

 

 

L’influenza dei blog è notoriamente elevata. La ragione è ovvia: si tratta delle opinioni degli “operatori del settore” e dei loro seguaci, cioè di “opinion leader” e di “comunità di elettori” molto coese. Per questo, già da anni, le elezioni (e molte altre cose) si decidono anche in rete.

 

 

Naturalmente, per capire l’importanza dei blog bisogna che esistano due condizioni: bisogna sapere cosa è un blog e bisogna che ve ne freghi qualcosa degli elettori. Non deve quindi stupire che i politici, solitamente, non riescano a capire di cosa stiamo parlando.

 

 

All’interno delle organizzazioni (partiti, sindacati, etc.) la situazione è particolarmente grave perchè, quasi sempre, non si riesce a delegare un portavoce (vivo, non una mummia) a tenere aggiornato il blog. Per cui il blog, quando esiste, si ricopre rapidamente di polvere e perde ogni utilità.

 

 

Per fortuna, il resto del mondo ha capito benissimo cosa sono i blog e come possono essere usati. Basta guardare Beppe Grillo per capirlo. Questa asimmetria nel capire i blog sta producendo una sana rivoluzione nella politica mondiale: per una volta, i politici tacciono ed i loro elettori parlano e si confrontano. Personalmente, non posso fare altro che invitarvi a dire la vostra. Collegatevi a http://wordpress.com/ , create il vostro blog e cominciate a scrivere.

 

 

I Social Networks

I social networks, come MySpace, Ning e WordPress servono per creare delle comunità di utenti legati da un interesse comune. Ci si potrebbe quindi aspettare che quasi ogni partito e movimento abbia una sua comunità.

 

 

Invece no.

 

 

Ci sono comunità di utenti di moto Harley-Davidson e Ducati, comunità di milanisti ed interisti ma… quasi nessuna comunità di comunisti o di democristiani.

 

 

Perchè?

 

 

Perchè una comunità digitale è un gruppo di persone che riesce a comunicare per iscritto e che ha qualcosa da dire. In altri termini, bisogna che gli utenti abbiano qualcosa da dire, la volontà di dirla e la capacità tecnica di farlo. Dispiace dirlo ma anche l’elettorato (non solo italiano) condivide con i suoi leader i soliti problemi di chiarezza di pensiero e di comunicazione.

 

 

A questo si aggiunge un curioso fenomeno di “censura sociale” per cui chi ha qualcosa da dire viene spesso “invitato” a tacere, per vari motivi.

 

 

I Siti Redazionali

Gli unici siti con cui politici, sindacalisti e manager sono sempre a loro agio sono quelli di tipo redazionale, cioè le versioni online delle vecchie “company magazine”. Rassicuranti spazi di comunicazione unidirezionale in cui il “mittente” dice ciò che gli pare, sicuro di non ricevere rispostacce dal “destintario”.

 

 

Ovviamente, nessun essere senziente legge questa roba, nemmeno le capre. Questi siti sono tradizionalmente i meno letti del pianeta.

 

 

Molto peggio, a volte questi documenti vengono letti. Il lettore, non potendo dire ciò che si pensa al “mittente” lo dice, per posta elettronica o con un blog, ai suoi elettori. Quello che politici, manager e sindacalisti non riescono quasi mai a capire, infatti, è che il silenzio dei (o “imposto ai”) loro lettori NON vuole dire che questi stiano zitti. La gente parla, in molti modi ed in molte occasioni. Non sapere cosa dice, non è una vittoria.

 

 

La Posta Elettronica

Tutto il resto del mondo (non i politici, non i sindacalisti e non i manager delle aziende) usa sistematicamente la posta elettronica. Non costa nulla, è velocissima, permette di passare documenti di qualunque tipo anche quando il destinatario non è presente, resta disponibile dopo essere stata letta e può essere cifrata. Insomma è perfetta come strumento di comunicazione (soprattutto da quando esistono i sub-notebook con l’UMTS e gli smart phone e quindi la posta può essere ricevuta ed inviata da qualunque punto ed in qualunque momento).

 

 

Non c’è quindi da stupirsi che gli uomini e politici ed i sindacalisti abbiano un rapporto molto difficile con la posta elettronica. Per usarla con profitto bisogna avere qualcosa da dire e la volontà di dirla. Quando l’unica frase che vi gira per la testa è “datemi soldi e potere, non importa per quale motivo” non c’è speranza che ne esca un messaggio che un qualunque interlocutore possa prendere sul serio. Non solo: bisogna avere anche la volontà di ascoltare gli altri e quindi di leggere i loro messaggi. Si tratta di qualcosa di cui la maggioranza dei politici è palesemente incapace.

 

 

Manager, politici e sindacalisti, notoriamente, si fanno stampare su carta i messaggi dalla segretaria, NON li leggono e poi dettano la risposta (alla cieca!) alla segretaria (che spesso ci mette del suo). Non c’è quindi da stupirsi se ogni tanto nascono delle situazioni tragicomiche dagli scambi di e-mail.

 

 

Tra l’altro, manager, politici e sindacalisti normalmente NON controllano la propria mailbox. Se qualcuno lo fa, è la loro segretaria. Per cui si è spesso costretti a far seguire ad ogni messaggio di posta elettronica un SMS come “Leggiti la tua cazzo di posta elettronica! C’è un messaggio a cui devi rispondere!”. Le aziende dei telefoni ringraziano sentitamente per la gentile donazione di qualche centesimo a SMS.

 

 

Per tutto il resto del mondo (che, come noto, vive nel XXI secolo) la posta elettronica è uno strumento di comunicazione abituale, diretto e personale. La segretaria, gli SMS e la stampante non entrano in gioco.

 

 

La Posta Elettronica Crittografata

A quanto pare, una delle occupazioni principali di politici, manager e sindacalisti è tramare nell’ombra. Tramare richiede segretezza e quindi queste persone lo fanno… al telefono!

 

 

Potete anche non crederci ma la stragrande maggioranza di questa gente NON usa nemmeno un telefono cifrante. Parla di corruzioni e altre cose inconfessabili usando un normale telefono GSM (facilmente intercettabile dalla polizia) e non usa più il vecchio TACS (intercettabile da chiunque con un altro TACS modificato) solo perchè non è più supportato dalle aziende dei telefoni.

 

 

Anni fa, prima dell’avvento dei cellulari, mentre ero al largo di Ravenna con alcuni amici, mi è persino capitato di intercettare involontariamente una “interessante” discussione di questo tipo che avveniva sui canali radio usati dai naviganti, notoriamente ricevibili (in chiaro) da tutte le altre imbarcazioni.

 

 

Risulta quindi incomprensibile come mai vengano pubblicati dai giornali soltanto un paio di intercettazioni imbarazzanti alla settimana, tra i milioni che sicuramente sono disponibili.

 

 

Il resto del mondo, ovviamente, usa dei telefoni cifranti o, molto più semplicemente, usa la posta elettronica cifrata. Visitate http://www.mozilla.com/ , installatevi Thunderbird ed Enigmail (che richiede GNU Privacy Guard) e potrete capire di cosa stiamo parlando.

 

 

I Sistemi di Instant Messagging

I sistemi di messaggistica istantanea sono l’equivalente degli SMS su Internet. I ragazzini (10 - 14 anni) li usano intensivamente per comunicare. Sono gratuiti, permettono di scambiare qualunque cosa e persino di chattare in tempo reale. Dato che spesso si lavora da un computer (negli uffici, a scuola ma anche nelle sedi di partito), non ha senso usare altro. Li si scrive da una comoda tastiera QWERTY (o Dvorak) e li si legge su un comodo TFT da 17 pollici.

 

 

Politici, sindacalisti e manager, quando va grassa, usano invece gli SMS . Costano dei soldi (10 centesimi al pezzo), devono essere scritti su una minuscola tastiera col T9 e letti su un display da un pollice di diagonale. Insomma, aggiungono il necessario “pathos” alla comunicazione. Le compagnie telefoniche sentitamente ringraziano.

 

 

Visitate http://www.jabber.org/ e createvi una utenza. Provatela con gli amici e capirete di cosa stiamo parlando.

 

 

Twitter ed il Microblogging

Politici, sindacalisti e manager viaggiano spesso in treno ed in aereo con lo scopo di incontrare altre persone. Naturalmente, deve essere la segretaria a contattare queste persone ed a organizzare gli incontri.

 

 

Quelli che, come voi ed io, non hanno la sgretaria, si limitano ad inviare un SMS a Twitter, sapendo che i loro amici e colleghi (che vivono anch’essi nel XXI secolo) avranno sottoscritto il loro microblog e riceveranno quindi l’SMS con le notizie del caso. OK, è un servizio che viene addebitato sulla SIM card del mittente ma… volete mettere?

 

 

Non avete capito di cosa sto parlando? Visitate http://www.twitter.com/ o date un’occhiata a TwitterVision (http://twittervision.com/).

 

 

Gli SMS e gli MMS

Spedire SMS dal telefonino è antieconomico (10 centesimi a SMS, se non ricordo male) e soprattutto scomodo. Esistono però vari servizi che permettono di inviare (e ricevere) SMS via web, come http://www.denali.it/ e http://www.sms.it/ . Sono fantastici per gestire delle “SMS List” simili alle “Mailing List” di Internet. Io stesso li uso abitualmente per liste di non più di 10 persone come per altre di alcune centinaia.

 

 

Inspiegabilmente, qualche partito, qualche sindacato e qualche organizzazione, almeno a livello nazionale, si è accorto che esistono questi servizi e li usa abitualmente per informare la propria “audience” degli avvenimenti più importanti. Probabilmente si è trattato solo di un errore e smetteranno presto.

 

 

Il Google Bombing

Diciamolo: qualunque cosa diciate su un sito web, la probabilità che venga letta è molto bassa. Gli specialisti di SEO hanno inventato molte tecniche per rimediare a questa situazione. Una di queste, il Google Bombing è semplice e innocua, al punto che viene largamente utilizzata da moltissimi movimenti d’opinione.

 

 

Naturalmente, quando i politici (non solo i nostri) hanno scoperto questa tecnica si sono affrettati a presentare una proposta di legge che prevede la galera per chi fa uso di esplosivi su Internet (!).

 

 

No, non sono arrivati a capire la cazzata che hanno detto nemmeno dopo aver letto la spiegazione del termine “Google Bombing” sulla copia cartacea (preparata dalla segretaria) di questa pagina di Wikipedia:

 

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Googlebombing

 

 

Si sta tentando di organizzare dei corsi di informatizzazione di base per i parlamentari in vari paesi del mondo ma non sembra che ci siano speranze a breve termine…

 

 

YouTube e Flickr

Se tenete una lezione, un comizio od una presentazione di fronte a, diciamo, 300 persone, la vedono 280 persone (20 dormono o parlano al cellulare). Se la registrate con una telecamera e la mettete su YouTube, la vedono migliaia, o persino milioni di persone, ed a voi non costa nulla. Sarà per questo che ormai tutti usano YouTube (o Flickr per le foto) per documentare e far conoscere quasi qualunque evento, dalla Prima Comunione al seminario aziendale.

 

 

Tutti, tranne politici, sindacalisti e manager… Queste persone devono per forza scassare gli Zebedei al povero Vespa su RAI 1.

 

 

Visitate http://ww.youtube.com/ o http://flickr.com/ per capire di cosa stiamo parlando (o cercate su Wikipedia, se non capite l’ingese). In particolare, provate a quardare questi video:

 

 

Castaspell

 

 

Sono estratti da lezioni/spettacolo tenute dal personale di Castaspell, un’azienda di Bologna che fa formazione d’impresa.

 

 

Il Marketing Virale

Il Marketing virale consiste nel far circolare su Internet e sui telefoni cellulari foto, testi e brevi filmati che hanno lo scopo di divertire/incuriosire lo spettatore/lettore e spingerlo a far circolare la notizia. Si tratta di un mezzo di pubblicità già molto sfruttato per le sue doti di economicità e di efficacia comunicativa. Ad esempio, è stato usato di recente per la pubblicità del film Cloverfield:

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=UfKqIMX8nMM

 

 

Viene usato da molte piccole associazioni, come ha fatto No1984 per opporsi al Trusted Computing:

 

 

Filmato sul Trusted Computing

 

 

Naturalmente, di partiti politici e sindacati non si sente proprio parlare in questo settore. Questa gente continua tranquillamente a tappezzare le città di manifesti cartacei (20 o 30 euro al pezzo).

 

 

Workgroup

Il lavoro dei partiti e dei sindacati, come quello di molte aziende, si svolge grazie a piccoli gruppi di persone, separati spesso da grandi distanze geografiche. L’ambiente ideale per sistemi di sviluppo collaborativo come eGrupWare (http://www.egroupware.org).

 

 

Ma, naturalmente, nessuna di queste persone sembra avere quel minimo di preparazione sul Project Management e sul lavoro di gruppo che sono necessarie per capire a cosa servono questi strumenti e come si usano. Per non parlare delle (banali) competenze informatiche necessarie.

 

 

D’altra parte, non c’è da stupirsi: se fosse gente i grado di agire come direttore dei lavori in un cantiere o di sopravvedere alla realizzazione di un libro tecnico o di un sito web, non cercherebbe di rubare uno stipendio in un altro modo.

 

 

Per capire quanto sia inavvicinabile il mostro di complessità di cui questa gente ha paura, provate a visitare http://www.egroupware.org/ e provate il loro demo.

 

 

Flash Games

L’uso di videogiochi in tecnologia Flash, giocabili online, nel browser web, è molto diffuso sia tra le aziende come Disney, che tra i siti di “hactivism” come MolleIndustria (ora oscurato). Le elezioni USA sono caratterizzate da un uso intenso e spietato di queste “parodie giocabili” della politica americana.

 

 

In Italia, naturalmente no. Noi siamo gente seria. Così seria che, appunto, oscuriamo i siti di chi ci prova:

 

 

http://en.wikipedia.org/wiki/Molleindustria

 

 

Un’altro dei molti segni del reale senso del progresso della classe politica…

 

 

Open Source

Per creare un sito web basta noleggiare un server da http://dreamhost.com/ (da 5 a 10US$ al mese) dotato di Linux, Apache e PHP ed installare il CMS che vi pare (Drupal, WordPress, etc.) con una pressione di un pulsante. Si tratta di software gratuito. Lo si può installare gratis anche su un server che avete in azienda. Si tratta anche del software più diffuso e più semplice da usare per queste applicazioni.

 

 

Naturalmente, larga parte dei siti di aziende, organizzazioni, sindacati e partiti gira su… Microsoft Windows (uno qualunque) e Internet Information Server con l’interprete ASP. Costa dei soldi, non si sa cosa veramente faccia (è a codice chiuso), è notoriamente pieno di bachi e fa tribolare i programmatori (Visual Basic…). Cosa si può chiedere di più alla vita?

 

 

Semplice: si può tenere software commerciale (= costoso) e chiuso (= inaffidabile) anche sul desktop e, ultimo grido della moda, anche sullo smartphone.

 

 

Conclusioni

Si estingueranno dunque i politici, i manager ed i sindacalisti, così come hanno fatto i dinosauri? No: i dinosauri non avevano ancora inventato la Democrazia e quindi non avevano modo di scaricare la responsabilità dei propri fallimenti sui loro elettori.

 

 

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it

 

 

 

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