Cronaca


Stamattina, alcuni siti web hanno riportato la notizia della condanna di uno storico italiano, Carlo Ruta, per il reato di “stampa clandestina” a causa di uno dei suoi siti web (www.leinchieste.com). Potete leggere gli articoli originali a questi indirizzi:

Punto Informatico: “Blogger condannato per stampa clandestina”.

ZeusNews: “Il magistrato criticato condanna il blogger”.

Articolo 21: “Curatore di blog condannato per stampa clandestina”.

Francamente, leggendo gli articoli in questione, sono rimasto piuttosto perplesso sia causa di alcune critiche che vengono mosse al magistrato autore della condanna (Agostino Fera), sia a causa del tipo di reato contestato al blogger (Carlo Ruta).

Magistrato impazzito?

Secondo Punto Informatico:

“Roma - Un blogger italiano è il primo ad essere condannato perché considerato alla stregua di stampa clandestina, perché pubblicato in barba alle normative sull’informazione, sanzionato in particolare perché la sua periodicità non è regolare.

Un fatto inedito. Per la prima volta un blog subisce una sentenza di questo genere perché la sua pubblicazione, il blog appunto, non segue i canoni e i ritmi della stampa tradizionale. Una sentenza che fa discutere perché con un colpo solo associa legge sulla stampa e blog. La decisione dei magistrati, che non sembra proprio avere precedenti neppure in Europa, allarma gli osservatori.”

Francamente, mi sembra molto improbabile che un Magistrato della repubblica possa incorrere in un errore (od in un sopruso) tanto marchiano. La Legge italiana è alquanto fumosa sul tema della libertà di espressione ma non arriva comunque a permettere questo genere di interpretazione.

Secondo ZeusNews:

“Per la prima volta un blogger è stato condannato per non aver registrato il proprio sito in Tribunale. A condannarlo è un magistrato che il blogger aveva precedentemente criticato.”

Questo invece è palesemente falso. Lo riconosce implicitamente lo stesso Pier Luigi Tolardo (autore dell’articolo di ZeusNews) poco più avanti nel testo:

“Il pm che ha chiesto la condanna di Ruta è lo stesso Agostino Fera che aveva fatto chiudere il sito nel 2004, ritenendo diffamatorie nei suoi confronti le tesi sostenute da Ruta a proposito dell’omicidio di Giovanni Spampinato, giornalista dell’Unità.”

Questo fatto viene spiegato meglio da “Libertà di Stampa e Diritto all’Informazione (http://www.lsdi.it/):

“La sentenza è stata emessa da Patricia Di Marco, giudice presso il tribunale di Modica, dietro denuncia presentata dal magistrato Agostino Fera, noto alle cronache per le censure di cui è stato fatto oggetto da diversi parlamentari della Repubblica, da Giuseppe Di Lello al presidente dell’Antimafia Francesco Forgione, in relazione alla gestione dell’inchiesta giudiziaria sul caso del giornalista Spampinato.”

Non è quindi lo stesso magistrato ad aver inoltrato la denuncia, ad aver giudicato il proprio caso e ad aver emesso la relativa sentenza. D’accordo che al momento in Italia c’è un governo di destra ma non siamo ancora messi male come il Cile ai tempi di Pinochet.

Come minimo, quindi, quanto è stato riportato oggi dalle principali testate italiane va adeguatamente ridimensionato: un Magistrato (Agostino Fera) ha denunciato un Blogger (Carlo Ruta) ed un altro Magistrato ha emesso una sentenza di condanna, di cui ancora non si conoscono le motivazioni.

Giornalisti e Blogger

Resta comunque il fatto che gli episodi di condanna a carico dei blogger si fanno sempre più frequenti, vuoi per colpa dei blogger (non sempre consapevoli dei loro reali diritti e dei loro reali doveri), vuoi per colpa di una legislazione semplicemente allucinante.

In qualunque altro paese civile, viene attuata una distinzione semplicissima tra “giornalista” e “blogger” (Cioè “privato cittadino”): un giornalista è una persona che scrive per mestiere ed è pagato per farlo. Come tale, ha alcuni privilegi ed alcuni obblighi. Tra i privilegi, si conta abitualmente quello di poter mantenere riservate le fonti (un diritto che è riconosciuto ai giornalisti in tutto il mondo tranne che in Cina ed in Italia). Tra i doveri, ci sono quelli di non mentire (reato di calunnia) e di non offendere (ingiuria e/o diffamazione). Ovviamente, questi diritti e questi doveri riguardano solo l’attività di giornalista: sul proprio blog personale, anche i giornalisti risultano “privati cittadini”.

I blogger, in quanto “privati cittadini”, hanno qualche diritto e qualche dovere in meno dei giornalisti. Tanto per cominciare, di solito non viene riconosciuto loro il diritto di mantenere riservate le fonti. In compenso, viene riconosciuto al privato cittadino il diritto di esprimere opinioni al di fuori di qualunque regolamentazione e senza censure.

In Italia non funziona così. La confusione tra giornalisti e cittadini, e tra diritti e doveri dell’uno e dell’altro, è totale. Nessuno è in grado di dirvi con certezza cosa può e cosa deve fare un giornalista e cosa può e cosa deve fare un blogger. Questa è una delle ragioni per cui i nostri giornalisti sono così inclini a perdonare ai potenti ogni sorta di malefatte. Il rischio di denuncia per diffamazione (con conseguente rovina familiare dovuta alle spese legali) è altissimo ed i rischi per chi denuncia senza fondato motivo sono nulli. Lo spiega molto bene Massimo Mantellini su Punto Informatico di oggi, in un articolo intitolato”Le querele online (non) si sprecano”:

“Quanto al meccanismo ricattatorio, che è una delle leve usuali che spinge i cittadini a querelare o denunciare i propri simili, va detto che questo è spesso presente e di assai difficile controllo. In Italia è purtroppo sufficiente avere un amico avvocato ed una fotocopiatrice per poter inoltrare querele a decine con la quasi certezza che, nella peggiore delle ipotesi, una rapida archiviazione chiuderà il cerchio della pratica senza che al denunciante venga contestato alcunché (e nel caso delle denunce penali senza grossi esborsi finanziari). Nel frattempo il nostro ipotetico denunciato avrà dovuto scegliersi e pagare un legale, rispondere a convocazioni negli uffici della Questura e subire l’inevitabile incertezza emotiva di un procedimento penale a suo carico. Anche nel caso in cui - e accade di continuo - le accuse nei suoi confronti siano manifestamente infondate.”

Potete farvi una cultura su questo tema a questi indirizzi:

http://www.articolo21.info/

http://www.lsdi.it/

L’Articolo 21 della Costituzione

L’articolo 21 della Costituzione Italiana, che garantisce il diritto di libera espressione a tutti i cittadini, resta quindi inapplicato almeno quanto gli articoli che riguardano il diritto al lavoro.

Non c’è nemmeno da sperare che la situazione cambi. Le leggi che riguardano la libertà di stampa risalgono (quando va bene) al 1949 e nessun governo, né di destra né di sinistra, è mai riuscito a migliorarle. In compenso, molti governi, sia di destra che di sinistra, sono riusciti a peggiorare la situazione, anche in modo sensibile. L’aria che tira al momento è decisamente “censoria”. Basti pensare alla proposta dell’Onorevole Butti sulla pornografia in rete (vedi Punto Informatico: “Vogliono vietare la pornografia in rete”).

Che fare?

Tanto per cominciare, sappiate che non basta usare un server situato all’estero o pubblicare i vostri articoli in cinese. Una volta che il sito è visibile dai PC italiani, si può commettere un reato sul territorio italiano, soggetto alla legislazione italiana, qualunque sia la locazione fisica del server, qualunque sia la locazione fisica dei redattori/autori e qualunque sia la lingua del sito. Per sottrarsi alla legislazione italiana, è necessario rendere invisibile il sito dall’Italia (usando il tag HTTP_ACCEPT_LANGUAGE inviato dal browser od un sistema di geolocalizzazione).

Non serve nemmeno scrivere per una associazione o per una rivista registrata presso un tribunale. La legislazione italiana, nostalgica degli splendori del ventennio, prevede dei reati in più per chi pubblica le proprie opinioni in modo non irreggimentato ma dispone anche dei normali strumenti previsti dalle legislazioni degli altri paesi. In particolare, i reati di calunnia e diffamazione sono indipendenti dalla natura della testata.

Conclusioni

In buona sostanza, se si vuole dire pubblicamente ciò che si pensa, spesso (ma non sempre) non è possibile farlo in modo legale nel nostro paese. Si può solo scegliere se farlo in modo (semi)illegale usando un sistema di blogging anonimo come http://noblog.org/ o se rivolgersi solamente al pubblico internazionale (bloccando gli accessi al sito provenienti da PC italiani).

Nel caso dei blog anonimi è necessaria una certa competenza tecnica per non rendere “non anonimo” un sistema che, di suo, sarebbe “anonimo”. Basta un errore tecnico, una distrazione od una leggerezza per mandare a carte e quarantotto tutte le precauzioni che sono state prese dal gestore del sistema. A quel punto una bella denuncia per stampa clandestina (più tutto il resto) diventa inevitabile.

Personalmente, credo che bloccare l’accesso ai blog italiani e pubblicare le proprie opinioni solo per il pubblico internazionale (in inglese, se possibile), sarebbe un bel modo per mettere sotto pressione il governo italiano. Cosa succederebbe se sui nostri blog si cominciasse a leggere il seguente disclaimer?

Questo sito non può essere reso visibile al pubblico che proviene dal territorio italiano a causa della legislazione italiana che espone il suo autore al rischio della rovina economica e del carcere per reati previsti solo dalla legislazione italiana, come la “stampa clandestina”.

Cosa succederebbe se cominciassero a piovere sul nostro governo delle richieste di spiegazione da parte dell’Unione Europea? Che cosa succederebbe la prossima volta che i nostri politici tentano di tirare le orecchie ai cinesi sul tema dei diritti umani? Qualcuno comincerebbe forse a far notare loro che il pulpito da cui pretendono di parlare non è proprio quello più adatto alla situazione? Forse che la CNN (e quindi tutte le televisioni mondiali) darebbero risalto a questo curioso “caso”?

Il 29 Settembre del 1973, l’allora presidente della Repubblica Italiana Giovanni Leone firmò il Decreto N° 600 che prevedeva, tra le altre cose, la pubblicazione dei dati dei redditi dei cittadini italiani presso le sedi dell’anagrafe dei Comuni. Il governo in carica in quel momento era Presieduto da Mariano Rumor. Che persone degne di rispetto fossero questi politici, e quindi da quale pulpito venisse la predica, lo potete verificare da soli leggendo le pagine di Wikipedia che li riguardano.

Questa oscura, e ormai dimenticata, leggina NON ha permesso di sapere, ad esempio, chi abbia fornito a Silvio Berlusconi i 55 miliardi di lire (circa 300 milioni di euro di oggi) che gli sono serviti nella seconda metà degli anni ‘70 per dare vita alle sue televisioni e per impadronirsi, per via mediatica, della fragile democrazia italiana. Questa oscura e dimenticata leggina ha invece fatto sentire il vice ministro Vincenzo Visco nella posizione legale di poter di mettere su Internet, a disposizione di tutti (cinesi inclusi) i dati della denuncia dei redditi del 2005 di TUTTI gli italiani.


Si, anche i vostri.


Trasparenza e Democrazia

Questo triste episodio ha dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la semplice disponibilità pubblica di informazioni non è segno di trasparenza o di democrazia. La trasparenza e la democrazia sono salvaguardate quando vengono portate a conoscenza delle persone i dati che le riguardano in modo diretto. Quando si pubblicano su Internet i fatti personali di un intero popolo si fa della demagogia e del gossip. Nient’altro.


Avrebbe avuto una certa rilevanza riuscire finalmente a scoprire chi finanzia Berlusconi da oltre 40 anni (e quindi chi può esigere il pagamento di “dividendi” di vario tipo dal nostro Presidente del Consiglio) ma questo non è mai stato possibile e non lo sarà mai. Allora ci è stato dato il “contentino” di sapere quanto dichiara il fruttivendolo, in modo che sia possibile contestargli il prezzo troppo alto delle zucchine.


Dalle mie parti, questo si chiama “prendere per il culo la gente”.


Democrazia e Buongoverno

Negli ultimi 20 anni, molte democrazie occidentali sono state il palcoscenico di un frenetico laboratorio di nuove tecniche demagogiche. Si è iniziato con il presidentattore Ronald Reagan in USA (1981-1989), si è passati per la sorella cattiva di Mary Poppins, Margareth Thatcher (1979-1990), per il fascista di sinistra Tony Blair (1997-2007) e si è finito con l’ipnotizzatore di casa nostra (1994-13415 ed oltre). Queste sperimentazioni hanno dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che la democrazia è schiava della demagogia. Detto in altri termini, non si può accedere al potere politico senza prima accedere agli studi televisivi ed alle viscere degli elettori (il cervello non è coinvolto nel processo elettorale e nel gioco democratico). Questa triste constatazione ha portato molti a disprezzare la democrazia, come ha fatto Massimo Fini, o ad astenersi dal voto.


Personalmente, credo che questo sia il frutto di un equivoco. Come cittadini di democrazie fragili e imperfette, ci sentiamo traditi dalla democrazia. Questo è del tutto comprensibile. Tuttavia, la democrazia non ne ha colpa: siamo noi che ci aspettiamo dalla democrazia qualcosa che essa non ci può dare.


La democrazia è nata per uno scopo preciso e lo assolve in modo brillante: la democrazia serve per evitare le lotte di potere condotte con le armi e per evitare le guerre civili. In questo suo ruolo di “calmante” sociale, la democrazia ha ottenuto un successo clamoroso, eclatante ed innegabile. La democrazia fa benissimo il suo mestiere.


La democrazia non è invece nata per dare ad una nazione un buon governo, qualunque cosa si intenda con il termine “buon governo”. Anzi: la democrazia non si pone nemmeno l’obiettivo di dare ad una nazione un governo qualsiasi. Infatti, non sono rari i casi di elezioni che non producono una maggioranza stabile. La democrazia non è in grado di svolgere un mestiere per il quale non è stata progettata.


La democrazia non può dare un buon governo a nessuno perché è un processo statistico (demografico) e come tale esprime la volontà di una maggioranza. La maggioranza di una popolazione distribuita in modo statisticamente normale è una media. In altri termini, è qualcosa di assolutamente, irrimediabilmente mediocre.


Si può avere un buon governo attraverso strumenti diversi dalla democrazia?

No.


Si, avete letto bene: non si può avere un buon governo con nessun mezzo (a parte la pura, sfacciata ed immeritata fortuna). O, per dirlo in altro modo, non esiste nessun metodo conosciuto che permetta di dare qualche “garanzia” sul fatto di ottenere, alla fine del processo, un governo migliore da quello che si ottiene abitualmente dalle nostre squallide tornate elettorali.


Qualunque metodo che si possa immaginare, può solo selezionare le persone più egocentriche ed aggressive (come avviene nei sistemi non democratici) o le persone più mediocri (come avviene nelle democrazie). Non esiste nessun modo per selezionare (“eleggere”) le persone “migliori” per il banale motivo che non esiste un modo di misurare la qualità delle persone. In che senso A è migliore di B? E come misuriamo questo suo “essere migliore”?


Il ruolo della Sinistra

le democrazie sono per loro natura di destra. Dato che il meccanismo elettorale seleziona la persona più visibile e più vicina alle viscere dell’elettore, le democrazie finiscono per selezionare chi agisce in modo da rendersi visibile e da allettare l’elettore stesso, cioè le persone come Berlusconi. La destra si distingue dalla sinistra proprio per questo atteggiamento strumentale nei confronti della ideologia e della politica. Detto in altro modo, la destra è interessata al potere, non ai programmi, ed agisce in modo da conquistare il potere, senza perdersi in chiacchiere sull’uso che ne verrà fatto in seguito.


In una democrazia “sana” la sinistra sta all’opposizione.


Molti di noi “sinistrati” tuttavia, non si accontentano di avere un posto in loggione da cui tirar pomodori sul governo in carica. Vorremmo avere la possibilità di dire la nostra e di far evolvere il paese. Si, perché una conseguenza di quello che abbiamo detto è che un governo di destra non può far progredire il paese. Il progresso richiede che vengano messe in discussione le posizioni di privilegio esistenti e che vengano messe in discussioni le convinzioni sbagliate delle “masse”. Non è certo qualcosa che possa fare chi è solo interessato ad ottenere il consenso dell’elettorato per perseguire i propri scopi.


Ed allora?


Allora bisogna imparare ad agire come la destra, pur mantenendo la rettitudine di chi vuole il potere per fare il bene del paese. In altri termini, è necessario che la sinistra cominci ad attrezzarsi di televisioni e di altri strumenti di comunicazione necessari alla lotta politica (gestiti in proprio, non la RAI…). E’ necessario che la sinistra comincia a parlare alle budella degli elettori come fa da sempre la destra.


E soprattutto, è necessario che, una volta arrivata al governo, la sinistra la smetta di fare la guerra ai tassisti, ai fruttivendoli ed ai rappresentanti. I lavoratori dipendenti non sono gli unici “poveri” del paese e la partita IVA non è un segno d’infamia.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it

Stamattina ho rilasciato una brevissima (180 secondi) intervista video ad un gentilissimo giornalista di RaiNews24 sul tema del Wi-MAX. Si è parlato di come è andata l’asta e di come si presenta il futuro. In attesa di vedere l’intervista sul satellite (e sul sito web di RaiNews24) vi riporto qui di seguito le stesse considerazioni che ho fatto durante l’intervista.

 

Non aste ma opere di bene

Lo spettro radio (almeno per come è utilizzato ora) è una risorsa limitata ed è una risorsa vitale per le nostre società. In questo è esattamente uguale all’acqua: è assolutamente necessaria e ce n’é poca. Per questa ragione, la semplice idea di permettere che sia il libero mercato a decidere dell’assegnazione di queste risorse limitate è già agghiacciante. Questo meccanismo, infatti, permette che succeda quello che è successo ad Aprilia con l’acqua potabile: si è messo all’asta l’acquedotto, una società svizzera se l’è comprato e adesso impone un odiosissimo e salatissimo balzello sull’acqua potabile a tutti gli abitanti della zona. Gli “utenti” si sono ritrovati in ostaggio di un imprenditore senza scrupoli.

 

Le risorse vitali e limitate, come l’acqua e lo spettro radio non possono essere messe all’asta. Devono essere assegnate sulla base di criteri di utilità sociale ed il loro reale utilizzo deve essere attentamente sorvegliato da una autorità democraticamente eletta. Se questo vi sembra incomprensibile, sappiate solo che la nostra cultura viaggia su quelle onde radio: la TV, la Radio, Internet, i telefoni cellulari ed ogni altra diavoleria moderna si basano sulle onde radio per trasmettere il loro segnale. Chi possiede quelle frequenze, può decidere che cosa noi possiamo trasmettere e che cosa possiamo ricevere, cioè che cosa possiamo conoscere. La nostra idea del mondo e della vita politica dipende da questo. Non ci può essere una vera libertà di giudizio, e quindi una vera democrazia, se non c’è la dovuta libertà di comunicazione.

 

Una boccata d’AriaDSL fresca…

Per fortuna, all’asta del Wi-MAX è intervenuto un imprenditore israeliano, David Gilo, che, attraverso il provider umbro AriaDSL, ha fatto incetta di licenze. Gilo ha speso circa 45 milioni di euro per accapparrarsi le licenze necessarie. La sua presenza ha fatto scappare a gambe levate sia Wind che MediaSet, con sollievo di noi tutti.

 

Però… però David Gilo è un investitore straniero. Ha speso un sacco di soldi e dovrà spenderne ancora molti prima di avere un ritorno economico. Non lo fa certo per beneficenza. Questo vuol dire che comunque i prezzi del servizio saranno nettamente più elevati di quello che avrebbero potuto essere. Probabilmente, questo vuole anche dire che non è del tutto scongiurato il rischio di un “cartello”. Gli operatori del Wi-MAX sono pochi (meno di mezza dozzina), tutti piuttosto grossi (Telecom…), hanno speso tutti un sacco di soldi ed alcuni di loro (sempre Telecom…) hanno anche le licenze dell’UMTS. Chi glielo fa fare di mettersi l’uno contro l’altro in una guerra di prezzi?

 

Anche la copertura del territorio potrebbe risentirne. Chi glielo fa fare a questi imprenditori di spingersi nel bel mezzo della Sila o dell’Aspromonte quando c’è ancora tanto mercato da sfruttare a Roma, Napoli, Torino e via dicendo?

 

Francamente, ci sarebbero voluti i comuni, i piccoli provider (meno di un milione di euro l’anno di fatturato) ed i privati più “sognatori” per poter guardare al futuro con ottimismo.

 

Ancora Telecom?!

E poi c’è la nota dolente di Telecom… Riusciremo mai a toglierci dai piedi questo flagello? Telecom è la sola azienda conosciuta che sia riuscita a collezionare i seguenti record:

 

  • Ai tempi dei modem, Telecom era nota per fare concorrenza sleale ai suoi stessi rivenditori (tra cui l’azienda per cui lavoravo a quei tempi). In tempi più recenti, Telecom ha fatto lo stesso nei confronti di molti suoi concorrenti, fino al punto di costringere l’AGCOM ad intervenire. Telecom si è beccata decine di denunce per questo motivo. In qualunque altro paese, Congo incluso, il presidente dell’azienda incriminata sarebbe finito in galera per questo. Da noi è finito… Vabbè, questo è gossip…

  • Telecom è riuscita a meritarsi la prima “Class Action” organizzata in Italia. Si può dire, con un margine di errore abbastanza ridotto, che la Class Action è stata inserita nell’ordinamento italiano proprio per mettere un freno ai comportamenti scorretti di questa azienda nei confronti dei suoi clienti (e dei clienti dei suoi concorrenti).

  • Telecom è l’unica azienda nota che sia quasi riuscita a fallire pur agendo in regime di quasi monopolio sul suo mercato. Nemmeno le industrie di stato di Stalin erano mai riuscite a fare altrettanto.

 

Il fatto che Telecom sia presente nel mercato Wi-MAX (continuando a mantenere le sue licenze UMTS) è, già da solo, un serio motivo di sconforto.

 

Lo spettro radio è infinito

Comunque, questo discorso rischia di diventare storia prima di diventare un discorso serio. La tecnologia evolve più rapidamente delle leggi e persino del libero mercato. L’evoluzione delle tecnologie Spread Spectrum e Cognitive Radio, ed i movimenti come Open Spectrum, fanno sperare che in un futuro abbastanza vicino lo spettro radio possa essere considerato infinito o, almeno, molto più ampio di come appare adesso.

 

Non resta che guardare avanti (e tenersi alla larga da Telecom…).

 

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it

 

 

PS: Se pensate che stia diffamando Telecom, vi invito a leggere questi articoli:

 

http://www.oneadsl.it/20/02/2008/telecom-si-impegna-ad-evitare-la-concorrenza-sleale/

http://forum.antidigitaldivide.org/showthread.php?t=255

 

Come potete vedere dal link che segue, la ricerca di “telecom concorrenza sleale” su Google restituisce la bellezza di 10400 risultati.

 

http://www.google.com/custom?q=telecom%20%22concorrenza%20sleale

 

Telecom stessa è stata costretta, dall’AGCOM, in diverse occasioni, a riconoscere la slealtà dei suoi comportamenti commerciali.

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