Alessandro Bottoni

Maggio 30, 2009

Ecologismo, Ambientalismo ed Animalismo

Archiviato in: Business, Scienza, Tecnologia, politica — alessandrobottoni @ 6:06 pm
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Nei giorni scorsi un vecchio amico mi ha chiesto di definire esplicitamente qual’è la mia posizione nei confronti dell’ecologismo. Mi ha chiesto di farlo usando come termine di riferimento questo documento degli ecologisti democratici dell’Emilia Romagna:

http://ecologistidemocratici.ilcannocchiale.it/2009/05/19/il_documento_degli_ecologisti.html

Approffitto di questa opportunità per discutere pubblicamente questo aspetto del mio profilo personale e politico.

Positivismo

Io NON sono un ecologista. Non sono neanche animalista o “verde”. Non lo sono mai stato e difficilmente potrei esserlo. Credo che l’Uomo debba usare Scienza (“conoscenza” e “coscienza”) e tecnologia per risolvere i problemi dell’Uomo. Credo anche che l’Uomo sia in grado di usare Scienza e Tecnologia per risolvere i problemi che Scienza e Tecnologia a volte producono. In altri termini, sono quello che è noto in filosofia come un “positivista” (http://it.wikipedia.org/wiki/Positivismo). Non solo: ho fatto di questa mia posizione filosofica il perno della mia vita personale e professionale. Sono infatti un tecnico (un chimico passato all’informatica) ed un divulgatore.

Ecologismo razionale ed irrazionale

Un certo tipo di ecologismo mi sta decisamente antipatico. Si tratta di quell’ecologismo estremista, livoroso ed aggressivo che si vede spesso in azione nei momenti più spettacolari della lotta ecologista.

Con questa gente non voglio aver niente a che fare.

Questo tipo di ecologismo è fondamentalmente irrazionale, basato più sulle emozioni (e sui pregiudizi) che sulla ragione. Questo è il tipo di ecologismo che tende a bloccare qualunque iniziativa con il pretesto di proteggere qualunque forma di esistenza, purchè NON sia quella umana: le altre specie animali, l’ecosistema, persino il panorama. Questo è il tipo di ecologismo che si basa sulla paura, sulla superstizione e sull’ignoranza. Si basa su un irrisolto ed irrazionale senso di colpa dell’essere umano per ciò che è. Questo è il tipo di ecologismo che è facile aizzare contro i governi di destra: una tigre sempre disposta a farsi cavalcare dal demagogo di passaggio.

Lo ripeto: con questa gente non voglio aver niente a che fare.

Viceversa, ho sempre avuto degli ottimi rapporti con il cosiddetto “ecologismo razionale”. Sono uno dei molti abitanti di questo piccolo e fragile pianeta e non voglio certo rendermi “correo” di un suicidio di massa come quello di Rapa Nui (http://it.wikipedia.org/wiki/Isola_di_Pasqua). Per questa ragione, tengo nella massima considerazione gli allarmi che sono basati su prove scientifiche, come il riscaldamento globale ed i pericoli delle nanopolveri, tanto per fare due esempi. Sono un tecnico (e quindi uno “scienziato”) e sono in grado di capire quando esiste una prova scientifica di un fatto. Non ho bisogno di “intermediari culturali” per questo scopo. Quando vedo che esiste un pericolo, faccio tutto il possibile per evitare danni o, quanto meno, per limitarli.

Di conseguenza, mi trovo spesso ad appoggiare le battaglie degli ecologisti.

In my backyard, please

Lo spartiacque tra i due mondi che ho appena descritto è definito dalla famosa “NIMB syndrome”: “Not In My Backyard”. “Fate quello che volete, ma non fatelo nel mio giardino”. “Smaltite i rifiuti come vi pare ma fatelo da un’altra parte”. “Costruite tutte le centrali termonucleari che volete, ma fatelo lontano da me”.

Questo modo di affrontare i problemi non ha nulla a che fare con il senso di responsabilità che dovrebbe contraddistinguere un ecologista. É puro e semplice “paraculismo”. Come tale fa schifo: è spregevole e va condannato senza appello. Si chiama “ecologismodelcazzo”, una sola indivisibile parola.

Ciò che non è adatto per il mio giardino, ovviamente, non può essere adatto per il giardino di qualcun’altro. Non è certo questo il modo in cui può ragionare un essere umano. In questo modo, semmai, ragionano certi affaristi della peggiore destra.

Il modo in cui può e deve ragionare un essere umano è la “IMBP Logic”: “In My Backyard, Please”. Definiamo una serie di tecnologie che riteniamo adatte al nostro cortile e diciamo chiaro e forte che devono andar bene per il cortile di chiunque. “Voglio una centrale eolica, e la voglio nel mio giardino”. “Voglio una centrale fotovoltaica, e la voglio sul tetto di casa mia”. “Se va bene per me, può e deve andar bene anche per gli altri”. “Se può stare nel giardino di casa mia, allora deve andar bene anche nel giardino di qualcun altro”. “Io per primo mi rendo garante della sua sicurezza e della sua salubrità, accettando di averne un esemplare in salotto ed uno sul comodino”.

Proprio su queste basi sto collaborando da alcune settimane con una delle stelle del firmamento verde, Roberto Musacchio. Stiamo sviluppando una campagna di impegno formale pubblico destinata a tutti candidati a tutti i tipi di elezioni. Stiamo stendendo un documento che elenca una serie di tecnologie che riteniamo sicure e salubri (centrali eoliche, fotoelettriche, etc.) e ci impegneremo pubblicamente a sostenere l’installazione di questi sistemi nel nostro giardino di casa (più esattamente, a meno di 5 km dalla nostra abitazione). A quel punto, non accettermo più di sentire sollevare contestazioni quando si tratta di costruire un impianto di questo tipo in nessun altro punto del pianeta. A quel punto, sarà chiaro che nessuno di noi è contrario a qualunque tipo di intervento, per partito preso. Siamo piuttosto contrari agli interventi irrazionali e pericolosi che ci vorrebbe rifilare una certa destra pseudo-progressista. Non è che non vogliamo NIENTE nel nostro giardino di casa: non vogliamo quella roba là, quella che ci vuole rifilare Berlusconi (centrali atomiche, ponte sullo stretto, etc.).

Chiederemo a tutti i candidati, di tutti i partiti ed a qualunque tipo di elezione, di sottoscrivere questo impegno.

Una piccola digressione…

Concedetemi una piccola digressione: abito da sempre a meno di 5 km in linea d’aria dal terzo o quarto impianto chimico d’Italia per dimensioni. Un impianto che ha dato da lavorare a oltre 7000 persone quando era al massimo del suo splendore, negli anni ‘60, e che tuttora conta circa 3000 dipendenti.

Voglio veder crescere e svilupparsi questo impianto e farò tutto il possibile per sostenerlo. Farò lo stesso con ogni altro impianto (chimico o di altro tipo) che fornisce occupazione a qualunque altra città italiana od europea.

Negli ultimi 30 anni ho visto lavorare i nostri tecnici. Sono stato tra di loro per circa 10 anni (ho lavorato in fabbrica ed ho fatto assistenza tecnica, in tutta Italia). A volte li ho visti sbagliare e molto più spesso li ho visti lavorare con serietà e competenza. So che le loro famiglie abitano a pochi km dall’impianto in cui lavorano e so che questi tecnici ed i loro manager faranno sempre tutto il possibile per garantire la sicurezza e la salute di sé stessi e dei loro cari. So che la tecnologia può essere controllata e resa sicura. So che la tecnologia può affrontare i problemi creati dalla tecnologia.

So anche che per ottenere questo, alle spalle deve esserci un’economia che funzioni, un business che convinca tutti ad investire su questi impianti e sulla loro sicurezza. Le lezioni di Bohpal e della Thyssen parlano chiaro su questo punto. Per questo farò di tutto per avere un’economia che “tiri”.

So anche che c’è bisogno di controlli. Controlli che una certa destra affarista sopporta sempre meno. Per questo considero la destra una minaccia reale per la mia salute e la mia sicurezza, oltre che per quella dei miei cari. Farò di tutto per ottenere i controlli che sono necessari. Necessari anche a valutare i rischi senza incorrere nella superstizione.

So anche di essere in ottima compagnia. Le amministrazioni comunali, provinciali e regionali della mia zona che si sono succedute in questi trent’anni hanno lavorato sodo per conciliare le esigenze dell’industria e quelle dell’ambiente. Avranno sempre il mio appoggio. I “Rossi” ed i Verdi di Ferrara hanno dimostrato in più di un’occasione di saper gestire con razionalità e senso critico il delicato rapporto che esiste tra industria, ambiente e salute. Avranno sempre il mio appoggio.

L’appello degli ecologisti democratici

Per rispondere al mio amico: si, sottoscrivo pienamente l’appello degli ecologisti democratici dell’Emilia Romagna. Non potrei fare diversamente, visto che hanno sostanzialmente raccolto in un singolo appello tutte le richieste che sono tipiche del mondo dello “ecologismo razionale” a cui sono legato da sempre.

Mi riconosco pienamente in quelle richieste ed in quelle posizioni.

Come ho già detto, è anche mia intenzione fare di più e di meglio: mi voglio prendere un impegno personale ad accogliere nel mio giardino di casa una serie di impianti che, io credo, tutti quanti dovrebbero volere ardentemente nel proprio cortile.

Voglio andare ancora oltre: voglio conciliare industria ed ecologismo. So che si può fare. L’ho già visto fare molte volte e so che dobbiamo farlo. Ne va della nostra occupazione, del nostro futuro e di quello dei nostri figli. Non possiamo sottrarci a questa sfida.

Bene, credo di aver soddisfatto le curiosità di diverse persone. Se avete altre domande, usate il mio indirizzo di posta od il sistema dei commenti di questo blog.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

www.alessandrobottoni.it

Aprile 6, 2009

Il Futuro delle Comunicazioni Digitali

Archiviato in: Business, Internet, Networking, Ricerca, Sysadmin, Tecnologia, sicurezza, telefonia — alessandrobottoni @ 11:48 am
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Viste le notizie degli ultimi giorni, credo che valga la pena esaminare alcune delle più promettenti novità tecnologiche per capire quale possa essere il loro impatto sul mercato e sulla nostra vita sociale.

Per capire quale sia il quadro politico, vi prego di leggere anche questo articolo di Scambio Etico:

http://www.scambioetico.eu/index.php?&topic=673.0

NOTA: Mentre leggete questo articolo, tenete presente che gli smartphone che stanno invadendo il mercato sono quasi sempre dotati di sistema operativo (Windows Mobile, Symbian, Linux, etc.) e di scheda di rete 80.2.X (Wi-Fi). In altri termini, qualunque cosa si possa fare su un normale laptop/notebook si può fare anche con gli smartphone. Ad esempio, si può creare una connessione “ad-hoc” tra due terminali per scambiare file.

Skype sugli Smartphone

La notizia è proprio di questi giorni: finalmente Skype diventa disponibile sui telefoni cellulari di terza generazione (smartphone):

http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/tecnologia/cellulari/nokia-apple/nokia-apple.html?ref=hpspr1

Peraltro, Skype non è certo né l’unica né la prima tecnologia di questo tipo ad arrivare sui cellulari:

http://www.fring.com/

http://www.nimbuzz.com/

http://www.noverca.it/

Su molti smartphone dotati di sistema operativo si possono (o si potranno presto) installare anche i normali sistemi già usati sui Noetbook, come Gizmo, Wengophone ed Ekiga. Skype è solo il “culo più grosso”, come direbbero gli americani (“the largest ass” – to kick, ovviamente). Vedi:

http://it.wikipedia.org/wiki/VoIP

http://it.wikipedia.org/wiki/Skype

L’arrivo di Skype sui cellulari crea ovviamente un grosso problema agli operatori telefonici, che rischiano di verdersi sottrarre una parte importante del loro fatturato. D’altra parte, crea un grosso problema anche ai governi, che rischiano di vedersi sottrarre le ultime possibilità di controllare ed intercettare le telefonate delle persone oneste e dei dissidenti politici (le telefonate dei criminali NON erano intercettabili già da anni). Questo porta ad un certo “nervosismo” sui mercati:

http://punto-informatico.it/2593806/Telefonia/News/internet-wireless-net-neutrality.aspx

Ma dove sta il problema?

Il problema sta nel fatto che queste telefonate possono essere effettuate sfruttando una qualunque connessione Wi-Fi, come quella disponibile in molti uffici o quelle “libere” disponibili in molti “hotspot” (stazioni ferroviarie, aeroporti, etc.). Ovviamente, se la telefonata avviene attraverso una connessione Wi-Fi, NON passa attraverso l’operatore (Telecom, Vodafone, etc.) e quindi l’operatore non ne sa nulla: non la può intercettare e non la può fatturare. Telefonate gratis e senza possibilità (neanche teorica) di intercettazione. Cosa si può volere di più dalla vita?

Skype può sostituire in toto le Telecom?

No. Per poter telefonare attraverso Skype (o qualunque altro sistema VoIP) in questo modo, è necessaria una connessione Wi-Fi. In una città, le connessioni Wi-Fi utilizzabili sono moltissime. Si pensi a quelle che si possono chiedere a prestito negli uffici od a quelle che si possono”scroccare” abusivamente camminando in strada. Oltre queste, ci sono molti hotspot pubblici. Tuttavia, non sempre è disponibile una connessione a cui agganciarsi e quindi non sempre si può fare affidamento su questa tecnica.

Come se questo non bastasse, bisogna tenere conto del fatto che le connessioni Wi-Fi possono essere facilmente saturate da un traffico voce come questo. Se tutto il personale di un ufficio comincia a sfruttare l’unico PoA (“Point of Access”) Wi-Fi disponibile in azienda per telefonare, dopo poco l’intero sistema si inchioda.

Bisogna anche tenere presente che NON si può usare una connessione Wi-Fi camminando per strada. I telefoni cellulari NON possono passare automaticamente da una “cella” Wi-Fi alla successiva in modo automatico, come fanno per il GSM e l’UMTS. Ogni punto di acesso Wi-Fi appartiene ad un diverso “operatore” (di solito un privato cittadino) ed è caratterizzato da un diverso nome, per cui la connessione va ricreata (manualmente o automaticamente) ad ogni passaggio. La riconnessione richiede tempo e fa saltare la comunicazione in corso perchè cambiano gli indirizzi di rete degli interlocutori.

Tutto questo, naturalmente, senza tenere conto del fatto che la stragrande maggioranza delle “celle” Wi-Fi disponibili sono in realtà protette da password ed inaccessibili.

In realtà, Skype su Cellulari è utilizzabile solo in luoghi dove comunque sarebbe più semplice e più economico usare la linea fissa normalmente presente: uffici e case private. L’unica vera eccezione sono le stazioni ferroviarie e gli aeroporti (dove peraltro sono disponibile le postazioni telefoniche tradizionali).

Skype non può quindi essere considerato un vero avversario per le TelCo e le TelCo non dovrebbero cadere nel facile tranello di fare la guerra a questo giocattolo, inimicandosi gran parte dei loro clienti solo per due soldi di mancata fatturazione.

Terranet

Terranet (http://www.terranet.se/), è una bestia completamente diversa ed apparentemente molto più pericolosa di Skype per le TelCo (vedi: http://en.wikipedia.org/wiki/TerraNet_AB).

In buona sostanza, si tratta di una tecnologia che permette a due telefoni distanti tra loro di comunicare passando attraverso una catena di altri telefoni che si trovano lungo il percorso (e quindi SENZA passare dalla TelCo).

Ad esempio, il telefono di un utente che si trova a Roma Termini potrebbe comunicare con quello di un altro utente che si trova a Piazza di Spagna passando attraverso i telefoni Terranet di due altri utenti che si trovano a Piazza della Repubblica ed in via Barberini. Tutto questo senza mai passare dalla rete del gestore (Telecom) e senza fare uso di nessuna rete ausiliaria, come Wi-Fi, Wi-MAX o Bluetooth. La connessione avviene direttamente da un telefono all’altro sfruttando la radio abitualmente usata per collegarsi alla cella del gestore. Ovviamente, il traffico è cifrato per cui nessuno dei telefoni che agiscono da intermediari può “origliare”. Ad essere più precisi, nessuno di questo telefoni può nemmeno identificare i due telefoni che stanno parlando.

Terranet può sostituire completamente le TelCo?

No. Terranet fa uso di una tecnologia nota come “Wireless Ad-Hoc Mobile Networking” (solitamente nota come MANET). Questa tecnologia è adatta a piccole reti con relativamente poco traffico. Se si tentasse di usare questa tecnologia per connettere migliaia di telefoni, l’intera rete collasserebbe.

Terranet, in realtà, è utilizzabile solo in aree a bassa densità abitativa (aree rurali) e che non possono essere completamente servite da piloni GSM/UMTS in modo economicamente remunerativo. Ad essere precisi, Terranet è realmente utilizzabile su larga scala e su ampie aree solo usando un mix di telefoni intermediari e piloni (“celle”).

Di conseguenza, Terranet è molto più utile alle TelCo per integrare ed allargare la loro offerta di quanto lo sia per gli utenti che vorrebbero scavalcare le TelCo.

Anche in questo caso, le TelCo non dovrebbero cadere nella facile trappola di fare la guerra a questa nuova tecnologia. Anzi: la dovrebbero sfruttare su larga scala per migliorare ed ampliare il loro servizio. Se sfruttata con intelligenza, Terranet è una GROSSA opportunità di guadagno.

Netsukuku

Se c’è qualcosa di cui le TelCo ed i governi dovrebbero veramente preoccuparsi sono le WMN (“Wireless Mesh Networks”) come Netsukuku (http://en.wikipedia.org/wiki/Netsukuku e http://it.wikipedia.org/wiki/Netsukuku in italiano).

Intendiamoci: anche Netsukuku soffre, almeno in parte, degli stessi limiti delle altre reti. Non può essere usata per collegare migliaia di terminali (telefoni o computer) perchè collasserebbe e non può essere usata al posto delle reti telefoniche 3G perchè non è in grado di riconfigurasi così velocmente ed in modo così indolore da non far cadere la comunicazione.

Tuttavia, Netsukuku può reggere un carico molto più ampio di altri tipi di rete Wireless e riesce a riconfigurarsi senza cambiare l’indirizzo dei terminali. Questo vuol dire che può essere usata per creare una MANET adatta anche alle comunicazioni VoIP. Soprattutto, può essere usata come base per sviluppare qualcosa di veramente adatto allo scopo, soprattutto se la si associa ad una tecnologia a lunga portata come Wi-MAX o HyperLAN.

Netsukuku, però, è anche anonima e cifrata. Usando questo tipo di reti, la possibilità di venire identificati e/o intercettati è sostanzialmente nulla.

Non c’è quindi solo il problema del mancato guadagno per le TelCo. C’è anche il problema della totale impossibilità di effettuare sorveglianza ed indagini da parte della Polizia. Questo può essere un bene o può essere un male, dipende da chi usa questa tecnologia. I privati cittadini potranno finalmente tirare un sospiro di sollievo perchè non dovranno più temere di giocarsi la casa per due brani Mp3 di Laura Pausini scaricati “illegalmente”. Tuttavia, i veri criminali faranno salti di gioia per la possibilità di mettere in piedi, senza nessun timore, una rete di comunicazione perfetta per il traffico di organi, la compravendita di bambini per il mercato pedofilo, il traffico di droga e via dicendo.

Meno “pericolosa” di Netsukuku, ma ugualmente promettente, è CuWIN (http://en.wikipedia.org/wiki/Cuwin). Molto più famosa di entrambe, è FON (http://en.wikipedia.org/wiki/FON).

Conclusioni

Le solite conclusioni di sempre: contrastate le persone ONESTE che si scambiano file musicali e film, che non comprerebbero comunque, e spingerete la rete verso sistemi perfetti per sostenere le attività dei veri criminali.

Sfruttate le nuove tecnologie con intelligenza e ne guadagneremo tutti (anche in termini economici).

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

Aprile 4, 2009

Conservare i dati per i posteri

Archiviato in: Business, Sysadmin, Tecnologia, sicurezza — alessandrobottoni @ 7:29 am
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Se avete una azienda od una attività professionale, quasi certamente avete il problema di conservare una certa quantità di documenti digitali per il periodo di tempo previsto da una delle nostre innumerevoli leggi. Tipicamente, si tratta di conservare qualche centinaio di documenti di testo (quasi sempre Microsoft Word in formato DOCX) ed uno o più database della contabilità per un periodo di tempo di 10 – 50 anni. Se avete questo problema, sapete già che non ha una soluzione semplice. Qui di seguito trovate qualche indicazione che può esservi d’aiuto.

Lo stato della discussione

Prima di procedere oltre, chiariamo un punto. La gente che si occupa di queste cose solitamente ricade in uno di questi due errori logici:

  1. Vi consiglia di usare un tape (un registratore a nastro) per i vostri backup perchè i tape sono più affidabili dei CD.

  2. Vi dice che non c’è soluzione perchè comunque la nostra tecnologia scomparirà dal mercato prima che abbiate bisogno di leggere i vostri dati e quindi qualunque tipo di backup, su qualunque supporto odierno sarebbe comunque privo di significato.

Entrambe queste tipologie di esperti dimostrano con i loro consigli di non aver assolutamente capito qual’è il problema in esame ma le ragioni del loro fallimento sono diametralmente opposte.

I primi sbagliano perchè il problema che dobbiamo affrontare non è quello dell’affidabilità dei supporti. Se anche un tape durasse in eterno, tra qualche anno sarebbe comunque impossibile trovare un drive per leggerlo, un computer a cui attaccare il drive (attraverso quale tipo di interfaccia?), sarebbe impossibile trovare il software necessario a leggere i dati e/o sarebbe impossibile far girare questo programma sui computer del 2059.

I secondi sbagliano perchè qui non ci viene chiesto di lasciare dietro di noi una “stele di rosetta” con le istruzioni per trattare le storie nucleari, cosa che richiederebbe una tecnologia in grado di resistere per decine di migliaia di anni. Non ci interessa superare la “barriera tecnologia” rappresentata dall’obsolescenza dell’informatica intesa come disciplina e la sua sostituzione con qualcosa che ora non possiamo nemmeno immaginare. Nel nostro caso, possiamo ancora dare per scontato che esisterà qualche tipo di computer quando dovremo recuperare i nostri dati, anche se sarà un computer molto diverso da quelli a cui siamo abituati.

Cosa conservare

Se vogliamo conservare dei dati in modo che servano effettivamente a qualcosa quando ne avremo bisogno, dobbiamo preoccuparci sin da adesso della loro leggibilità. Un documento è leggibile solo se esistono tutte queste condizioni:

  1. Esiste un programma in grado di caricare e visualizzare il documento (cioè un viewer od un editor).

  2. Esiste un ambiente operativo all’interno del quale quel viewer può essere caricato ed avviato (cioè un sistema operativo ospite).

  3. Esiste una macchina (reale o virtuale) sulla quale possano essere caricati il sistema operativo ospite, il viewer ed il documento.

Queste condizioni portano direttamente a delle conclusioni che non vi piaceranno. Le spiego in dettaglio qui di seguito.

L’esempio di MAME

La prima conclusione ovvia è che bisogna memorizzare insieme ai vostri dati sia il sistema operativo che usate (Windows, dico bene?) e le applicazioni che usate per creare i vostri documenti (MS Office?).

Solo a queste condizioni sarà possibile, in futuro, ricreare un ambiente di lavoro che vi permetta di leggere i vostri documenti.

L’uso di un formato standard, come ODF, è sicuramente una buona alternativa. Anzi: sarebbe ciò che dovrebbe essere già fatto per legge da almeno 5 anni (non lo sapevate?). Tuttavia anche l’adozione di un formato che adesso è standard ed è molto diffuso, come ODF, non dà nessuna garanzia sul fatto che tra 50 anni esisterà ancora un programma in grado di leggerlo.

L’unico modo di esserne sicuri consiste nel “portarsi dietro” anche il software. Un esempio eclatante della affidabilità di questo approcio ci viene da MAME. Questo emulatore di giochi ricrea lo stesso ambiente hardware su cui giravano i giochi “arcade” degli anni ‘70 ed ‘80 e permette di caricare e di eseguire i giochi. Il fatto che non esistano più da decenni i dispositivi hardware su cui originariamente giravano questi giochi non ci impedisce di continuare ad usarli.

L’Open Source obbligatorio

La seconda conclusione ovvia è che non potete usare nessun tipo di software commerciale per questo scopo semplicemente perchè non potete sapere se sarà possibile eseguire il programma tra 50 anni a causa della sua licenza. Windows Vista, con tutti i suoi catenacci, si lascerebbe installare su un PC sconosciuto tra 50 anni? Si lascerebbe eseguire? E che ne sarebbe di MS Office?

L’unico modo di essere sicuri di poter installare ed eseguire il vostro software sul vostro nuovo (e per ora sconosciuto) computer tra 50 anni consiste nell’usare sin da adesso solo software libero, come Linux ed OpenOffice.

La toolchain affidabile

A voler essere precisi, non potete usare nemmeno nessun tipo di programma “closed source”. Alcuni programmi sono liberi e gratuiti ma di essi non sono disponibili i sorgenti. Non c’è nessuna garanzia che sia possibile installare ed esguire questi programmi su un nuovo sistema tra 50 anni.

L’unico modo di esserne certi consiste nel portarsi appresso anche i sorgenti di questi programmi. Gentoo, ad esempio, può essere ricompilata su un nuovo computer da zero (anche su un computer virtuale, emulato su un altro computer).

L’unico elemento della toolchain che dipende veramente dall’hardware, infatti, è il compilatore C. Su Linux si usa GCC (GNU C Compiler). Tutto il resto del software (compresi gli altri compilatori di linguaggio) può essere ricostruito a partire dal compilatore C e dalle sue librerie di base. Questo infatti è ciò che permette di avere Debian su decine di piattaforme hardware diverse.

Quando, tra 50 anni, dovrete installare la vostra roba sul vostro nuovissimo computer, potrete sempre contare sul fatto che esista un compilatore C (od un traduttore dal C al loro nuovo linguaggio) che vi permetta di ricompilarlo. Molto probabilmente, esisterà anche una Virtual Machine in grado di emulare una architettura Intel su cui eseguirlo. Questo, infatti, è ciò che succede già oggi quando si cerca di recuperare del vecchio codice scritto per i computer degli anni ‘70, ‘80 e ‘90 e leggere i loro archivi di dati. Si tratta di una metodologia già collaudata e che si sa essere affidabile per esperienza diretta. Rileggete la documentazione di MAME per convincervene.

Dove conservare

Riguardo a questo punto, i consulenti tecnici sono soliti recitare questi due mantra:

  1. Non si possono usare dei server remoti per ragioni di privacy e di affidabilità a lungo termine. Il personale dell’azienda potrebbe accedere ai vostri dati e/o l’azienda che ospita i vostri dati potrebbe chiudere.

  2. I supporti (magnetici, ottici, etc.) sono comunque destinati a deteriorarsi nel giro di 10 – 30 anni, per cui l’unica soluzione di lungo periodo sarebbe quella di svincolarsi completamente dai supporti digitali e conservare le copie cartacee di tutto quanto.

Questi mantra ci lasciano però senza nessuna soluzione realmente praticabile.

In realtà, io credo che la soluzione “giusta” sia quella di conservare i propri dati su un server remoto in formato cifrato (il cosiddetto “Offsite Storage”, vedi: http://en.wikipedia.org/wiki/Off-site_data_protection). Le ragioni che mi spingono a crederlo sono le seguenti.

  1. Cifrando i dati, il problema della confidenzialità è risolto. Il fatto di dover memorizzare da qualche altra parte (dal notaio?) le password e di doversi “portare appresso” il software crittografico usato (GNU Privacy Guard, per esempio), non altera in maniera significativa la complessità del processo.

  2. Il server remoto viene continuamente seguito, sorvegliato, aggiornato e custodito dall’azienda che lo possiede. La sua affidabilità è sicuramente maggiore di quello che potreste ottenere voi nei ritagli di tempo.

  3. Se l’azienda chiude o se succede qualcosa che può compromettere la continuità del servizio, l’azienda è tenuta per legge ad avvisarvi. A quel punto potete migrare la vostra roba altrove.

Si tratta, come ho detto, di una opinione del tutto personale ma, se questo può rassicuravi, è quello che i programmatori come me fanno da sempre: sbattono i loro sorgenti su un server remoto (che agisce anche da sistema di versioning) e lasciano che sia il gestore di quel sistema ad occuparsene.

Potete usare un sistema come Amazon S3 o come CVSDude. Quest’ultimo fa anche da sistema di controllo di versione e per sua natura è più adatto a gestire solo qualche centinaio di file che cambiano frequentemente. Amazon S3 è invece un deposito indifferenziato e generico che può contenere centinaia di Gb di materiale facendovi spendere una cifra più che ragionevole. Amazon S3 è a prova di impatto da meteorite: i suoi server sono sparsi in giro per il mondo e creano un servizio distribuito che è praticamente immortale. Finchè ci sarà corrente elettrica su questo pianeta, ci sarà una copia utilizzabile dei vostri backup su uno dei loro server. Se tutti i loro server moriranno… il restore dei dati non sarà comunque una vostra preoccupazione (e neanche una preoccupazione di nessun’altro essere umano).

Conclusioni

Se dovete conservare i vostri documenti digitali per decine d’anni, fate un backup “fatto bene”, cifratelo e sbattetelo su uno dei server di Amazon S3 insieme ai sorgenti del software che usate in ufficio (compreso il programma di cifra). Fate incidere le password su una pietra e consegnatela ad un notaio. Tra 50 anni, sarete comunque in grado di ricostruire la “pila” di programmi necessari per leggere i vostri dati sui computer che esisteranno a quel tempo.

Potete trovare diversi servizi di online storage adatti allo scopo qui:

http://en.wikipedia.org/wiki/Online_storage

Sistemi più specifici per il backup remoto sono reperibili qui:

http://en.wikipedia.org/wiki/Remote_backup_service

Non usate Windows e MS Office. Usate Linux ed OpenOffice.

Non usate i formati di MS Office (DOCX, XLSX, etc.). Usate l’ODF di OpenOffice.

Se dovete conservare i documenti di un deposito di scorie nucleari per 50.000 anni, questo approcio non funziona. Date un’occhiata a questi progetti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Long_Now_Foundation

http://www.rosettaproject.org/

Ne trarrete sicuramente una utile ispirazione.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

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