Novembre 2007


Notizia di oggi: Papa Benedetto XVI ha pubblicato la sua seconda enciclica, tutta dedicata al tempestoso rapporto tra Fede e Ragione. Secondo Benedetto XVI:

 

L’ateismo dell’era moderna ha provocato «le più grandi crudeltà e violazioni della giustizia»; il marxismo, in particolare, ha lasciato dietro di sè «una distruzione desolante»: è il giudizio espresso da Papa Ratzinger nella sua nuova enciclica, ‘Spe Salvi’ (Nella speranza siamo stati salvati), firmata oggi e pubblicata dal Vaticano.

[Da “Il Papa: «Marxismo e illuminismo. Ecco le speranze terrene fallite»” Sul sito del Corriere]

 

Quelli che mi conoscono, sanno che mi autodefinisco “comunista” o, più esattamente, sanno che non mi crea nessun problema essere definito tale. Questi amici sanno anche, però, che a sentirmi parlare non sembro comunista o, quanto meno, non sembro un marxista-leninista. Sono infatti un tipico rappresentante di “post-comunista”, o “comunista 2.0”, una tipologia politica molto più diffusa di quello che si potrebbe credere. In veste di comunista 2.0, credo di essere nella posizione giusta per spiegare alcune cose al Santo Padre. Visto che si aspetta che noi leggiamo le sue 77 pagine in latino, immagino che non troverà eccessivo leggersi le mie 4 pagine in italiano.

 

Che fortuna! Siamo rimasti con il Capitalismo!

Pensate che sfiga sarebbe stata ritrovarsi a vivere in un paese, come l’ex Unione Sovietica, dove, in quanto esseri umani e cittadini, si riceveva comunque una casa, del cibo ed un salario, indipendentemente dal lavoro svolto. Noi che abbiamo il privilegio di vivere in un mondo dove si deve lottare aspramente anche solo per ottenere le cose necessarie per sopravvivere non possiamo certamente concepire una simile bestialità. Sebastiao Salgado non avrebbe mai avuto le sue amate miniere a cielo aperto da fotografare e noi non avremmo mai avuto il privilegio di marcire in un call center per un tozzo di pane. Che sfiga!

 

Per fortuna c’è stato il crollo del muro di Berlino, così anche gli ultimi, sfortunati comunisti hanno potuto vedere la Luce e godere del privilegio di vivere in un paese Capitalista. Ora anche loro sanno cosa vuole dire essere contattati telefonicamente quattro volte al giorno da qualche disperato che cerca di vendere loro l’ennesimo collegamento ad Internet e dover rispondere “No, grazie. Sono rimasto senza lavoro a 44 anni e non so come mettere insieme il pranzo con la cena.” Che fortuna!

 

Salvare il Capitalismo dai Capitalisti

Questo è il titolo di un famoso libro di due giovani e stimati economisti, Raghuram G. Rajan e Luigi Zingales . Ne potete leggere una recensione a Legno Storto. La presentazione del libro recita:

 

I capitalisti affermati hanno paura della competizione, che mina il predominio delle imprese esistenti e le costringe a riguadagnarsi la propria posizione ogni giorno. I mercati finanziari sviluppati spaventano particolarmente, perché favoriscono e alimentano la concorrenza, equiparando i punti di partenza. L’Italia è un esempio da manuale della degenerazione del capitalismo in un sistema di élite, fatto dalle élite, e per le élite. E rappresenta, al tempo stesso, un caso emblematico del ruolo decisivo svolto dal sistema finanziario in questa degenerazione. Non è sorprendente che in Italia tutte le nuove opportunità di investimento, dai telefoni cellulari alle società di servizi pubblici neoprivatizzate, siano sempre sfruttate da pochi privilegiati. Sono gli unici con il denaro e i contatti per farlo. E non sorprende neppure che queste stesse persone si oppongano a uno sviluppo finanziario: andrebbe a intaccare proprio la fonte della loro rendita di posizione.

Occorre dire altro?

 

I primi a temere il Capitalismo, quello vero, sono proprio i capitalisti. I “ricchi” non cercano affatto di promuovere o di difendere un meccanismo di mercato che ritengono, in buona fede, virtuoso e necessario. Cercano semplicemente di difendere sé stessi ed i propri privilegi dalla concorrenza e dagli organi di controllo del mercato (cioè dallo Stato). Il loro fine è il massimo sfruttamento possibile delle risorse e dei mercati, cioè delle altre persone.

 

No Logo

Questo invece è il titolo di un altro famoso libro, questa volta della giornalista canadese Naomi Klein.

 

Queto libro dice una cosa molto semplice: alle grandi aziende, ormai, interessa molto di più gestire la “raffigurazione” (“branding”), la commercializzazione (marketing) e la distribuzione dei prodotti piuttosto che la loro produzione. Dettagli come la qualità del prodotto, la responsabilità nei confronti del cliente, la garanzia, la responsabilità nei confronti dei lavoratori, sono rotture di balle da lasciare a qualcun altro, da “terzializzare” (“outsourcing”).

 

Le grandi aziende vogliono raccogliere i soldi e lasciare agli altri i problemi. Da questo dipende il loro comportamento sfuggente e scorretto, come l’abitudine di barricarsi dietro un call center. A causa di questo, il cittadino ed il cliente vengono via via schiacciati sempre più al solo ruolo di consumatori, cioè di vacche da mungere. Questa azione repressiva (perchè di questo si tratta) arriva fino alle cause per danni che RIAA (Musica) e MPAA (Cinema) fanno alle persone che scambiano “abusivamente” file su Internet. Questa azione repressiva sta incatenando la nostra cultura per garantire gli introiti dei grandi industriali.

 

Per fortuna che c’è rimasto il Capitalismo!

 

Schock Economy

Questo è il terzo libro di Naomi Klein. Lo trovate recensito a Booksblog.it. Questo libro dice un’altra cosa, altrettanto semplice ed altrettanto inquietante: le grandi aziende prosperano sulle nostre disgrazie. Prosperano sui terremoti, gestendo le ricostruzioni, prosperano sulle malattie, gestendo la distribuzione dei farmaci. E lo fanno a modo loro, garantendosi il massimo di introiti ed il minimo di obblighi. Quando non ci sono abbastanza disgrazie sul mercato, le provocano. Invadono paesi interi e li scaraventano in una assurda guerra civile, senza fine, solo per appropriarsi del loro petrolio o per gestire il flusso di denaro legato alla ricostruzione.

 

Per fortuna che c’è rimasto il Capitalismo!

 

Increasing Returns

A monte di tutto questo, c’è un meccanismo cieco e distruttivo, noto da circa vent’anni, ma che nessuno osa mai evocare in pubblico: i rendimenti crescenti.

 

La teoria dei rendimenti crescenti è stata sviluppata (in forma strettamente matematica) da Brian Arthur, del Santa Fè Institute, negli anni 80 e viene descritta in un libro intitolato: “Increasing Returns and Path Dependence in the Economy”.

 

Questa teoria dice una cosa semplicissima: chi ha soldi e potere, ha modo di acquisire facilmente ancora altri soldi e altro potere e lo farà a danno dei più deboli. Chi non ne ha, sarà costretto a cedere il poco che ha ai più forti.

 

Se avete una casa, potete mettere da parte i soldi dell’affitto che non dovete pagare e comprare una seconda casa da affittare. Se non avete una casa, dovrete pagare l’affitto e diventerete lentamente sempre più poveri.

 

Questo cieco meccanismo è alla base del lento ma inesorabile impoverimento delle classi medie in tutto il mondo. Lo sanno tutti, ma l’economia mondiale viene ancora governata secondo le rassicuranti teorie di Adam Smith e David Ricardo, entrambi vissuti tra la fine del ‘700 e la metà dell’800.

 

Per fortuna che c’è rimasto il Capitalismo!

 

La Rifondazione del Comunismo

In Italia esiste un partito che si chiama “Rifondazione Comunista”. Sarebbe stato logico aspettarsi un serio lavoro di riflessione e di analisi che portasse alla rifondazione delle teorie marxiste su basi più moderne.

 

Questo lavoro è stato fatto, ma non da Rifondazione Comunista. Lo hanno fatto Zingales, la Klein, Stiglitz, Arthur e molti altri. Si tratta quasi sempre di economisti e giornalisti che vivono in paesi capitalisti e che conoscono bene il capitalismo.

 

Il marxismo è morto, ma i suoi eredi sono vivi e vegeti. Continuano a mettere il dito in una piaga che è sempre più dolorosa: chi già possiede qualcosa, avrà sempre di più. Chi è già povero, perderà lentamente il poco che ha. Questo è un problema che non può essere ignorato in eterno.

 

Arturianesimo

Questo nuovo modo di analizzare il Capitalismo, rigorosamente matematico e rigorosamente descritto da fior di economisti, lo possiamo chiamare Arturianesimo, da Brian Arthur.

 

Io sono arturiano, non marxista. Credo che Marx abbia analizzato con grande lucidità il nostro universo economico ma credo anche che Brian Arthur abbia fatto di meglio. Credo che il problema centrale delle nostre economie e delle nostre società sia il mancato controllo della Società e dello Stato sul meccanismo dei rendimenti crescenti. I problemi che denunciano Zingales e la Klein nei loro libri sono un diretta conseguenza dell’ecessivo arricchimento e dell’eccessivo potere raggiunto da poche, spietate multinazionali.

 

Si deve riprendere il controllo politico (democratico) di queste bestie sanguinarie che noi ci ostiniano a chiamare “aziende”.

 

Ed intanto, votano Berlusconi

Ogni tanto, Benedetto XVI ed i suoi gerarchi sollevano timidamente il problema della corruzione della classe imprenditoriale. Si potrebbe pensare che sia un primo, timido tentativo di affrontare il problema.

 

Non è così. I Cattolici italiani, che pure si spargono il capo di ceneri ad ogni occasione, votano da sempre per chi favorisce lo sfruttamento del ricco sul povero. Nonostante si dichiarino “di centro” sono da sempre, a tutti gli effetti, una fazione politica di destra. Oltretutto, sono della destra peggiore: quella affarista, corrotta e sfruttatrice.

 

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it

 

Notizia di oggi: un singola famiglia di Bologna (due genitori settantenni e le due figlie) ha nascosto al fisco i redditi provenienti dall’affitto di ben 256 immobili, dislocati tra Bologna e provincia. Gli immobili erano affittati, in nero, a studenti, immigrati, aziende e normali famiglie. Ad alcuni di questi affittuari sono stati presentati (per anni) dei documenti falsi ed è stato chiesto loro di farsi carico di una parte delle spese! La notizia è disponibile, ad esempio, su Il Resto del Carlino di oggi, 29 Novembre 2007.

 

La Guardia di Finanza potrà chiedere conto a questa famiglia “soltanto” dei 6,5 milioni di euro evasi dal 2003, in quanto sulle evasioni precedenti è stato già posto il condono gentilmente concesso da Silvio Berlusconi ai suoi amici e sostenitori nel 2004. Questo però dovrebbe essere sufficiente a far finire in galera questi delinquenti grazie al cumulo delle accuse di evasione fiscale continuata ed aggravata, falso materiale ed ideologico, truffa e via dicendo.

 

Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo

Anch’io, nel mio piccolo, possiedo qualche “pietra”. Quella dove abito (in realtà proprietà di mia moglie) e qualcosa che ho ereditato da mia madre (e che sto cercando di vendere da circa 8 anni). Nonostante questo, mi sento in diritto di dire che l’accaparramento di unità imobiliari a scopo di lucro è una della più vergognose e medievali forme di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

 

Lo è perchè sfrutta la condizione di debolezza dei deboli (chi non può acquistare casa) a vantaggio dei forti (chi ha talmente tanti soldi da potersi permette di acquistare una seconda, o terza, casa oltre a quella in cui abita). Lo è perchè ha un perverso effetto di amplificazione: chi già non aveva i soldi per comprare casa ne avrà sempore meno, a causa dell’affitto, e chi già ne aveva, ne avrà sempre di più.

 

Cinque case per famiglia, trenta case per azienda

Personalmente, credo che in un paese civile non dovrebbe essere possibile trasformare il diritto alla casa in un lucroso territorio di caccia per capitalisti senza scrupoli. Non ci vuole molto per ottenere questo effetto. Basta una legge che reciti:

 

“Nessun privato cittadino può possedere, direttamente o indirettamente, più di cinque unità immobiliari (quella dove abita, la casa in montagna, quella al mare e due da affittare per integrare la pensione). Nessuna società può possedere più di trenta unità immobiliari adibite a civile abitazione.”

 

L’inondazione del mercato

Non sono così idiota da non capire che una legge come questa, applicata dall’oggi al domani, provocherebbe l’inondazione del mercato immobiliare ed il crollo dei prezzi (e sarebbe anche ora!). Evitare questa “catastrofe” in realtà è semplicissimo: basta diluire gli effetti nel tempo. Basterebbe che la legge prevedesse delle tappe: dal 2011 non più di 30 case/famiglia, dal 2020, non più di 12 case/famiglia, etc.

 

Siamo nel 2007 in un paese che si dichiara civilizzato. Dimostriamolo con una legge che liberi le case dalla morsa di questi sfruttatori.

 

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it

 

 

 

In questi giorni, grazie ad un articolo de “Il Mattino, ripreso da OpenItalia.net e da GNUVox, ma sostanzialmente ignorato dal resto della stampa, abbiamo appreso della mancata adozione di Linux da parte del Comune di Napoli. L’articolo originale è reperibile a questi indirizzi:

http://www.openitalia.net/Article69419.html

http://www.gnuvox.info/index.php/2007/11/26/p1035 .

 

La storia, in breve è la seguente.

 

Il 13 febbraio di quest’anno il Consiglio comunale, approva un ordine del giorno che «impegna sindaco e giunta a presisporre le opportune azioni e proposte per accedere al fondo per il sostegno agli investimenti per l’innovazione negli enti locali, attivando la sperimentazione delle applicazioni software a codice aperto; ad utilizzare le stesse per la digitalizzazione del Comune di Napoli». Già pronti i titoli dei giornali: Napoli all’avanguardia, Napoli che sperimenta gli open source, il Comune che risparmia soldi e ottiene finanziamenti per ammodernarsi. Niente di tutto questo. La decisione del Consiglio resta sulla carta. Anzi, il 19 luglio 2007, l’assessore Donata Rizzo D’Abundo, titolare della delega alle reti telematiche, presenta una delibera per un accordo con la Microsoft. Intesa che non solo prevede un’esborso di circa un milione di euro per programmi e licenze ma anche un impegno di durata pluriennale e bonus per i dipendenti.

Secondo i responsabili del Comune di Napoli, la ragione di questa inversione di rotta è la seguente.

 

Attualmente è un processo difficile da inserire. Serve una seria formazione del personale che dovrà utilizzare i nuovi programmi, occorrerebbe aggiornare l’intero parco informatico del Comune che utilizza un codice privato. Non è possibile attuare il passaggio ai programmi open source con rapidità.

Ignoranza o Interesse personale?

Francamente, è impossibile sostenere che il passaggio a Linux comporti delle difficoltà tecniche tali da impedire una rapida adozione su larga scala di questo sistema operativo e dei relativi programmi.

 

Linux è stato già adottato, in tempi più che ragionevoli e senza particolari difficoltà, da città come Monaco di Baviera e da aziende come Mercedes. I nostri ragazzi (che spesso non hanno idea che esista il congiuntivo o dove si trovi il Belgio sulla mappa) lo installano e lo usano da anni. Come se non bastasse, esistono versioni di Linux (sostanzialmente auto-installanti ed in grado di manutenersi da sole) che mimano l’aspetto ed il comportamento di MS Windows fino ai minimi particolari. Basterebbe dare un’occhiata a Linux Vixta (http://vixta.sourceforge.net/) per rendersene conto. Quale formazione del personale sarebbe stata necessaria? Dobbiamo forse ipotizzare che il Comune di Napoli, negli ultimi decenni, abbia assunto soltanto persone con gravi handicap neurologici?

 

Ma anche lasciando perdere Linux, cosa impediva al Comune di napoli di adottare OpenOffice? Questa suite di programmi per l’ufficio, completamente gratuita, aperta ed aderente agli standard, gira anche su Windows e viene usata da anni da milioni di persone, senza che abbiano ricevuto nessuna formazione specifica. OpenOffice, infatti, è sostanzialmente indistiguibile da MS Office nella stragrande maggioranza delle applicazioni ed è in grado di leggere e scrivere i documenti creati da MS Office. OpenOffice sostituisce gratuitamente, da tempo e su milioni di macchine, una suite di programmi che MS fa pagare circa 400 euro ad installazione. Quanto si sarebbe potuto risparmiare con questa operazione indolore e priva di rischi?

 

Come se non bastasse, non c’era nessun motivo di aggiornare il parco macchine. Sia Linux che OpenOffice sono infatti in grado di girare su hardware uguale o persino meno prestante di quello richiesto dai corrispondenti programmi commerciali. Non c’era nemmeno bisogno di abbandonare Windows ed i suoi programmi. Linux è in grado di convivere sullo stesso PC con Windows, sia in modalità dual boot che con tecniche di virtualizzazione (ormai incluse di serie in Linux e quindi prive di problemi di installazione). Le licenze di Windows e dei suoi programmi, già regolarmente acquistate, sarebbe rimaste comunque a disposizione del Comune.

 

L’unica spiegazione possibile per questa inspiegabile decisione del Comune di Napoli è la seguente.

 

Nessuna azienda può fare la cresta, e pagare delle mazzette, su dei programmi che, essendo OpenSource, non possono essere né venduti né fatturati.

I LUG

A Napoli, come in qualunque altra città del Pianeta, esiste un LUG, cioè un Linux User Group, in grado di fornire tutto il supporto necessario per passare da Windows a Linux (http://www.nalug.net/). L’Università di Napoli, come qualunque università del Pianeta, è perfettamente in grado di fornire le competenze di alto livello e la “manovalanza” (gli studenti) necessari a simili progetti. Il Comune di Napoli, come tutti i comuni italiani, dispone al suo interno di fior di specialisti, pagati profumatamente, che dovrebbero occuparsi proprio di queste cose. Cos’è mancato, allora?

 

Francamente, ci sembra che il Comune di Napoli ci debba una spiegazione per questo ulteriore milione di euro gettato al vento.

 

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

Frontiere Digitali

http://www.frontieredigitali.net/

 

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