Luglio 2007


Sul numero di Luglio 2007 di “Le Scienze” c’è la solita lamentazione sul deprimente stato della ricerca in Italia. Da questo articolo di Angela Simone, intitolato “Il miraggio dell’innovazione” si deduce che siamo, come al solito, ultimi (subito prima del Portogallo) in tutte le graduatorie significative, tranne quella della produzione intellettuale pura (papers). Come dire: ottimi cervelli inseriti in un sistema che li mortifica sistematicamemte con una efficienza vicina al massimo teorico.

 

 

In altri termini, la richiesta di “ricerca” (nel senso di nuova conoscenza, di nuovi prodotti, di nuove opportunità di business e di nuovi posti di lavoro) è molto alta in Italia ma, a causa delle solite “inefficienze” (baroni che devono piazzare mogli e figlie, manager che devono farsi la casa al mare con i soldi destinati alla strumentazione, etc.), l’offerta di ricerca è spaventosamente bassa.

 

 

Deve per forza andare così?

 

 

L’esperienza dell’Open Source nell’Informatica

 

Negli anni passati, l’informatica ha conosciuto una situazione simile. Alla fine degli anni ‘80 era ormai evidente a tutti che l’informatica “di consumo” aveva bisogno di un sistema operativo a 32 bit, multiuser e multitasking, come lo Unix utilizzato sulle workstation CAD/CAM dell’industria. Questa era una esigenza dovuta alla necessità di fornire grafica 2D e 3D, animazione e suono agli utenti, caratteristiche necessarie per creare quel mercato dei “media” che ora diamo per scontato. I principali pèroduttori di softwrae del tempo, Microsoft e Apple, erano ancora legati a sistemi operativi a 16 bit privi di interfaccia grafica (MS/DOS) o comunque privi di un vero multitasking (MacOS). Per ragioni che solo uno psicopatologo potrà un giorno chiarire, i grandi produttori di sistemi operativi Unix, da AT&T (Unix SVR4) a IBM (AIX) a Sun (Solaris) a Silicon Graphics (IRIX) , si rifiutavano categoricamente di creare una versione “consumer” dei loro prodotto industriali, da vendersi a 150/200 dollari di allora, indireta concorrenza con MS/DOS.

 

 

Questa inspiegabile assenza di una offerta qualificata nel settore, da un lato ha aperto la strada a Windows 95, la prima versione a 32 bit del S.O. Microsoft, e dall’altro ha spinto uno studente di informatica finlandese, Linus Torvalds, a creare un kernel Unix che potesse sostituire quelli commerciali e potesse accogliere la enorme massa di software “libero” già esistente per Unix, cioè il frutto del progetto GNU di Richard Stallman.

 

 

Così è nato Linux.

 

 

Ora Linux minaccia seriamente la sopravvivenza dei S.O. proprietari in tutti i settori, a partire dal pregiatissimo settore “mobile”.

 

 

La cosa interessante è che per lo sviluppo del kernel Linux e del software di primo (GNU) e secondo livello (KDE/Gnome) nessuno ha preso un soldo e nessuno di questi programmi è coperto da una licenza commerciale. Si tratta di software “libero”: liberamente copiabile, ridistribuibile, riutilizzabile ed esaminabile. Nonostante questo, il business che gira attorno a Linux è tale da mantenere i vita progetti multimilionari, come Ubuntu, Mandriva, Fedora e molti altri.

 

 

Soldi prodotti dai non-soldi. Roba utile creata dal solo lavoro dei volontari (che spesso si sono pagati l’hardware di sviluppo con i propri soldi).

 

 

Condizioni per un Open Source nella Ricerca Scientifica

Si potrebbe riutilizzare questa esperienza nel mondo della ricerca scientifica? Si potrebbe adottare la metodologia di lavoro dell’Open Source per la produzione di lavori di ricerca, di nuovi farmaci, di nuovi materiali, di progetti hardware, di nuovi strumenti medici, di nuove terapie?

 

 

Si, si può. Anzi: si dovrebbe.

 

Le condizioni per dare vita a progetti di questo tipo ci sono tutte:

  1. Non c’è una lira, né da parte delle università né da parte dei privati. Situazione perfetta per dare spazio ai volontari.

  2. Non c’è spazio alla libera iniziativa dei singoli ricercatori, tenuti in catene da baroni timorosi della concorrenza interna. Una ottima ragione per liberarsi da queste catene con lavori che sfuggano al loro controllo.

  3. Le industrie (italiane) non capiscono a cosa potrebbe servire loro la ricerca e quindi non la finanziano. Ragione sufficiente a creare progetti “motu proprio” e dimostrare a queste talpe cosa può fare la ricerca italiana.

  4. Ci sono molte idee non sfruttate, anche del tipo che possono portare alla creazione di piccole aziende presso le quali dare lavoro ai ricercatori impegnati nel progetto originale.

  5. I ricercatori non hanno nulla da fare e, cosa ben più grave, non hanno modo di dimostrare cosa sanno fare. Ottima ragione per lavorare gratis. Ma non gratis per arricchire l’avvoltoio di turno, gratis per dare a sé stessi ed al mondo qualcosa di utile.

 

 

Ovviamente, non basta partire pesantemente handicappati rispetto agli americani per vincere. Ci vogliono anche i coglioni. Nella fattispecie, i coglioni sono rappresentati da queste condizioni:

  1. Ci vuole una idea che riesca a catalizzare l’attenzione di individui ed aziende. Deve essere qualcosa di chiaramente utile e sul quale nessuno è riuscito a produrre ancora qualcosa di veramente utilizzabile.

  2. Ci vuole un leader (o più di uno).

  3. Ci vogliono dei volontari che si lascino affascinare dalla possibilità di dimostrare cosa sanno fare e, magari, dalla possibilità di trovare unn lavoro o di creare una azienda grazie a questa iniziativa.

  4. Ci vuole una mentalità aperta, che permetta alla gente di trarre sodisfazioni personali e, soprattutto, economiche dal progetto. Nessuno lavora gratis.

  5. Ci vuole competenza tecnica.

  6. Ci voglioni i mezzi. Questo non vuol dire che sia sempre necessario l’LHC del CERN. Spesso basta un modesto laboratorio chimico o biologico, qualche fondo di magazzino ed un po’ di fantasia.

 

 

Nel settore software (ed hardware) il modello Open Source ha raccolto un fortissimo interesse, e finanziamenti multimilionari, da aziende del calibro di Sun, IBM, Nokia e persino dalla regina del software proprietario Microsoft. Se questo non è un “successo”, non so cos’altro potrebbe esserlo.

 

 

Non c’è motivo di pensare che aziende come Novartis non sarebbero interessate a mettere a disposizione soldi, laboratori e personale per sviluppare prodotti “open” da produrre e vendere. Farebbero i soldi su questi prodotti esattamente come fanno i soldi producendo e vendendo prodotti non più coperti da brevetto, come l’aspirina.

 

 

Conclusioni

Vedremo mai un progetto Open Source nel settore biologico o farmaceutico?

 

 

No, in Italia sicuramente non lo vedremo mai.

 

 

In USA, UK e Australia, invece, stanno già nascendo. Ci sono progetti che riguardano l’hardware dei PC, nuovi farmaci, terapie per malattie rare e lavori di ricerca di base nei settori chimico, biologico e farmaceutico. Questi lavori daranno vita a nuovi prodotti, a nuovi business ed a nuovi posti di lavoro ad un costo economico ed organizzativo irrisorio rispetto a quello tipico dei progetti universitari.

 

 

Non ci resta che restare seduti e guardare mentre il treno passa. Questa volta non dobbiamo nemmeno aspettare le interferenze del solito “bastard manager from the hell” (BMFH) a cui dare la colpa perchè possiamo fare tutto da soli. Siete pronti per perdere entusiasticamente anche questa ultima occasione?

 

 

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it

 

 

 

Questo articolo è nato come contributo personale ad una discussione che ha avuto luogo a Luglio 2007 sulla mailing list dell’UAAR di Venezia e che riguardava il rapporto tra Mente e Cervello.

 

Il tono dogmatico delle mie asserzioni, quasi arrogante, è dovuto al fatto che ho avuto solo il tempo di scrivere l’indispensabile, senza poter “addomesticare” il testo. Abbiate pazienza…

 

Potete approfondire l’argomento su questi testi:

 

Il Cervello e il Mondo Interno (The Brain and The Inner World)

di Oliver Turnubull e Mark Solmes

Raffaello Cortina Editore 2004

Collana : Scienza e idee

Pagine: 390

Prezzo : € 29,80

 

 

La macchina dei memi

Susan Blackmore

Instar Libri - 2007

ISBN 8846100433

Euro 18,60 a Luglio 2007

 

 

Di cosa stiamo parlando

Stiamo parlando di questi due “oggetti filosofici” strettamente correlati tra loro:

  1. Il nostro senso di identità personale, cioè quella cosa che ci fa dire che siamo le stesse persone di dieci anni fa, che siamo la persona che ha certe convinzioni, che ha detto certe cose, che ha fatto altre cose, etc. Questa cosa si chiama “sè” o “io”. L’io è anche il referente di ogni nostro attributo (simpatico, burbero, alto, basso, etc.) e di ogni nostra proprietà (la mia auto, il mio cavallo, etc.).

  2. La nostra coscienza di esistere, cioè quella cosa che ci permette di capire che se qualcosa va male durante un sorpasso, domani non ci sarà più un “io” a dolersene.

 

Il modello classico dell’Io e della coscienza

Si dai tempi dei filosofi greci (3500 anni fa) si è sempre ipotizzato che il nostro io fosse una entità cosciente che siedeva dietro i nostro occhi e guardava il mondo attraverso di essi, una specie di “homunculus”.

 

 

La moderna neurologia ha migliorato di molto la comprensione di questo “fenomeno” ma non ha spostato in modo significativo il perno del problema. Grazie alle tecniche di brain imaging (NMR-imaging, TAC e roba simile), siamo riusciti a capire che alcune funzionalità di alto livello, come il linguaggio, possono essere localizate in aree particolari del cervello (Broca e Wernicke). Questo vale anche per il sé, che si tende a localizzare da qualche parte nei lobi frontali, o per le emozioni, che vengono localizzate da qualche parte nell’ipotalamo o in altre strutture interne del cervello.

 

 

Il problema è che, anche cambiando nome all’homunculus, si continua a cercare il posto dove esso siede. Anche quando si ammette che non esiste un singolo homunculus, si continua a cercarne i vari pezzi all’interno del cervello.

 

 

Questo è fuorviante. Una interpretazione più utile dei fenomeni dell’io e della coscienza ci viene da alcuni recenti sviluppi delle neuroscienze che sono ben descritti da Turnbull e Solmes nel loro “Il cervello e il mondo interno”.

 

 

A questi occorre aggiungere una certa dose di memetica. Il libro di Susan Blackmore “La macchina dei memi” rappresenta forse la migliore interpretazione della memetica che sia utile ai nostri fini.

 

 

Hardware e Software, Mente e Cervello

Chiariamo subito che la mente può essere considerata, a tutti i fini pratici il software del nostro cervello. Si tratta quindi di una somma di dati (memoria) e algorimi (comportamenti) che dà origine ad un oggetto astratto e molto complesso, formato essenzialmente da “informazioni”.

 

 

Così come hardware e software non hanno il benchè minimo problema a comunicare tra loro, così non hanno nessun problema a comunicare tra loro mente e cervello. Non siamo quindi di fronte al classico “dualismo cartesiano”.

 

 

Il sé e la coscienza di MS Windows

Qualunque sistema operativo attuale, da MS Windows aLinux, a MacOS X a Sunsoft Solaris, a BSD, è un oggetto estremamente complesso che svolge migliaia di funzioni, molte delle quali in parallelo e molte delle quali invisibili agli utenti.

 

 

Nonostante questo, Windows non ha la benchè minima idea di essere Windows. Meno che mai, ha coscienza di essere una particolare sessione di una particolare installazione di MS Windows e di essere installato su una particolare macchina ospite. Al massimo, ha una routine o due che “rispondono” con la stringa di testo “MS Windows”, o con un nome personale come “Web_Server_4”, quando vengono invocate, in modo da permettere agli altri PC di una rete di sapere “con chi stanno parlando”. Meno che mai, Windows si rende conto che se qualcuno inciampa nel cavo di alimentazione della macchina, quella particolare sessione di quella particolare installazione di Windows è persa per sempre. Dopo il reboot, avremo a che fare con un nuovo Windows che ha una memoria solo parziale di ciò che è successo prima (avrà memoria solo di ciò che è stato scritto sul disco fisso).

 

 

La nostra Matrix personale (o SecondLife)

Ma un sistema operativo può ospitare un programma di simulazione. Questo programma di simulazione può simulare il nostro universo fisico ed il nostro ambiente sociale, come avviene già adesso (in maniera alquanto rozza) con SecondLife ed altri universi virtuali dello stesso genere.

 

 

Questo programma di simulazione può essere messo in relazione con il mondo esterno usando appositi sensori e può agire sul mondo esterno usando appositi attuatori. Ad esempio, Flight Simulator di MS può raccogliere i dati atmosferici dalle stesse fonti usate dalle torri di controllo degli aeroporti ed usare queste informazioni per simulare il tempo esterno all’interno del suo mondo simulato. Se Flight Simulator avesse accesso ai comandi di un aereo vero, potrebbe tranquillamente pilotarlo da Roma a San Francisco esattamente come fa un piota umano.

 

 

Questa è esattamente la tecnologia usata per pilotare i famosi UAV (Unmanned Aircraft Vehicle): si raccolgono informazioni sul mondo esterno con appositi senspori (telecamere, radar, sensori atmosferici, etc.) e si simula il mondo esterno all’interno del computer dell’UAV. L’UAV fa i suoi “ragionamenti” usando questo modello interno. Quando ha verificato che quello che “vuole” (o “deve”) fare può essere fatto, manda gli impulsi necessari alle superfici di controllo del veicolo.

 

 

Questo è anche il modo in cui funziona la mente umana. Noi non possiamo avere nessuna esperienza diretta del mondo esterno. Di esso possiamo sapere solo ciò che ci raccontano i nostri sensi (occhi, orecchie, mani, palato, etc.). Di fatto, non possiamo nemmeno sapere se il mondo là fuori esiste veramente o meno (Vedi “Simulism”). Tutto quello che possiamo fare è raccogliere queste informazioni sul mondo esterno, costruire un modello di quel mondo dentro la nostra testa (usando una specie di simulatore), fare i nostri ragionamenti (cioè le nostre previsioni o le nostre simulazioni) sul nostro modello e, quando decidiamo di agire, trasmettere i comandi necessari ai nostri attuatori (mani, piedi, lingua, etc.).

 

 

Dentro questa nostra Matrix personale non viene simulato solo il mondo fisico (strade da percorre in auto, clima, mobili della stanza etc.) ma anche il nostro mondo sociale (i nostri genitori, il nostro coniuge, i nostri figli, gli amici, i parenti, i conoscenti, i colleghi ed i nemici).

 

 

Ogni nostro “ragionamento” è una simulazione che viene effettuata su questo simulatore, sui suoi oggetti e sui suoi avatar (i “pupazzi” che usiamo per rappresentare le persone). Ogni nostra simulazione è sicura: possiamo simulare cosa avverrebbe se andassimo a sbattere con l’auto contro un muro senza richiare di ammazzarci. Possiamo simulare cosa avverrebe se ci “dichiarassimo” alla profe di francese senza rischiare di perdere la faccia. Possiamo usare queste simulazioni per immaginare cosa accadrebbe, prima di fare le cose nella realtà. Questa è l’immaginazione.

 

 

Il nostro Avatar personale

Dentro la nostra Matrix personale, c’è anche un modello di noi stessi, il nostro avatar personale. Questo avatar è stato costruito nel corso degli anni attribuendo ad uno dei vari puppazzetti del nostro modello tutte quelle caratteristiche che sappiamo appartenere a noi: lui è colui che possiede la nostra macchina, lui è colui che ha detto le cose che noi abbiamo detto, lui è colui che ha fatto le cose che noi abbiamo fatto.

 

 

Questo avatar è il nostro io. Nient’altro lo è.

 

 

Il senso di indentità personale

Quando noi pensiamo a noi stessi, in realtà stiamo pensando a questo avatar ed a tutte le cose che, nel corso degli anni gli abbiamo attribuito. Ci identifichiamo con esso all’interno della nostra Matrix.

 

 

I nostri lobi frontali, l’area di Wernicke, quella di Broca e l’Ipotalamo non sono in grado di maturare la coscienza comune di essere qualcosa di unitario. Sono semplicemente dei dispositivi che svolgono il loro lavoro, non molto diversi dai vari driver e dai vari programmi che compongono MS Windows. Questi oggetti si limitano a far coincidere il concetto di “io” con quell’avatar.

 

 

La coscienza

Nello stesso modo, nessuno dei nostri componenti hardware è più cosciente di esistere di quanto lo sia un disco fisso. Il concetto stesso di “esistenza in vita” e di “coscienza di esistere” è applicabile solo a quell’avatar. Più esattamente, questi sono due dei suoi attributi. Gli vengono attribuiti dal sistema che genera il modello, esattamente come l’attributo di “possedere la nostra auto” o “avere i capelli del nostro colore”.

 

 

L’Anima Immortale ed il Mind Uploading

A differenza di un computer, il nostro cervello non ha il disco fisso. Non può “salvare lo stato del sistema su disco”. Tutte le informazioni e gli algoritmi che compongono il nostro software vivono in un memoria che è tecnicamente equivalente alla RAM dei PC: se si toglie l’alimentazione (l’ossigeno), questa memoria perde le sue informazioni. Se anche si sopravvive a questo “reboot”, ciò che troviamo dall’altra parte di questa esperienza è un sistema che non ha più memoria di ciò che è stato prima. Si deve reimparare a mangiare, a respirare, a camminare, etc.

 

 

Se fosse possibile salvare lo stato della nostra mente su disco fisso (o su DVD), la morte non esisterebbe. Si farebbe un banale backup&restore, esattamente come con il software ed i dati di un PC. Si potrebbe anche trasferire la mente da un corpo all’altro, esattamente come quando si sposta il materiale da un PC all’altro. Si potrebbero anche ottenere più copie della stessa mente (della stessa persona).

 

 

Se il nostro cervello avesse il disco fisso, l’anima sarebbe immortale. Non lo è soltanto per un limite tecnico (una delle molte dimostrazioni lampanti che il nostro corpo NON è il risultato di un “intelligent design”).

 

 

Noi, Vettori di Memi, ed i Memi Immortali

Ma noi siamo anche vettori di memi (idee, in buona sostanza). Cerchiamo memi, li adottiamo, li facciamo crescere, li coltiviamo, li curiamo e li diffondiamo nell’ambiente circostante.

 

 

Questi memi non dipendono da noi per sopravvivere. Questi memi possono essere salvati su un supporto permanente (disco fisso, carta, lapidi di pietra, edifici, tecnologie, poemi, etc.). Questi memi possono essere trasferiti in una nuova mente ospite (scuola) e possono essere clonati. Questo memi sono immortali.

 

 

Gran parte di ciò che noi siamo per gli altri è rappresentato dai memi che decidiamo di ospitare. Questi memi possono essere salvati su disco e trasmessi ai posteri.

 

 

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

alessandrobottoni@interfree.it